martedì 6 dicembre 2016

SCONFIGGERE LE EPIDEMIE IN UN MONDO IPERCONNESSO

Pubblicata su Physical Review Letters una ricerca di Politecnico di Torino e New York University Tandon School of Engineering che grazie ad un modello matematico migliora la capacità di prevedere l’evoluzione del contagio.



Ai primi accenni dello scoppio di una malattia epidemiologi, operatori sanitari, decisori politici e scienziati si rivolgono a sofisticati modelli di previsione per determinare in che modo la malattia si sta diffondendo e che cosa dovrebbe esser fatto per minimizzare il rischio di contagio. Una ricerca in collaborazione tra il Politecnico di Torino e la New York University Tandon School of Engineering sta rivoluzionando il processo di modellazione tradizionale, ottenendo previsioni più semplici da calcolare e più efficaci all’interno di un mondo iperconnesso. 

Tutti i modelli predittivi correlano il movimento di una malattia alla popolazione nel corso del tempo, ma le simulazioni odierne non sempre tengono conto in maniera efficace di un aspetto ovvio: la mobilità e l’attività variano tra le persone e queste variazioni hanno un impatto sulla probabilità di contrarre o diffondere la malattia.

Un nuovo paradigma è stato esposto in un paper pubblicato sulla prestigiosa rivista Physical Review Letters da Alessandro Rizzo, professore associato del Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico e visiting professor alla New York University Tandon School of Engineering, Lorenzo Zino, dottorando del Politecnico in matematica pura e applicata, e Maurizio Porfiri, professore di Ingegneria meccanica e aerospaziale alla New York University Tandon School of Engineering.

UNIVERSITÀ POPOLARE DI MILANO: UNA STORIA LUNGA OLTRE UN SECOLO

La fondazione delle prime Università Popolari in Italia risale agli ultimi decenni del 1800.  Il disagio economico rendeva allora difficile a gran parte della popolazione acquisire quelle conoscenze elementari che avrebbero consentito di vivere e di lavorare meglio. 

A Biella si trova la più antica Università Popolare d'Italia

La Scuola era privilegio di pochi, l’Università appariva ancora più inaccessibile. Le Università Popolari, iniziarono ad impegnarsi non soltanto istruendo un numero sempre crescente di cittadini di ogni età e condizione sociale, ma anche coinvolgendo professionisti ed illustri uomini di cultura che desideravano offrire parte del loro tempo e delle loro competenze in questa impresa che appariva loro come una sfida affascinante e, per l’epoca, “anticonformista”.

lunedì 5 dicembre 2016

DALLA LUNA ALLA TERRA CON IL PROF. GIOVANNI DE MARIA

Da sinistra: Luigina Pugno, Giovanni De Maria, Walter Caputo
Tanti anni fa partì da Tricarico, un piccolo paesino della Basilicata. Andò prima a salutare gli amici e i parenti. Il contadino Pancrazio gli chiese: "Ma dove vai?" e lui rispose: "Vado in America a studiare". Il contadino allora disse: "Io mi toglierò il pane di bocca per far studiare mio figlio!".

Giovanni De Maria, oggi 85enne Professore Emerito di Chimica Fisica presso l'Università La Sapienza di Roma, partì da Tricarico per fare ricerca di base al di là dell'Oceano. Così come Rocco Petrone che - sempre dalla Basilicata - giunse a dirigere il centro di controllo della Missione Apollo, quella storica, quella che regalò al mondo il primo allunaggio, il 20 luglio 1969.

E proprio negli anni delle Missioni Apollo, il Prof. Giovanni De Maria ebbe un'idea straordinaria: distruggere delle rocce lunari per capire la composizione della nebulosa primordiale, dalla quale si originò il Sole, la Terra e il nostro Sistema solare. L'idea era folle e lui non pensava che sarebbe stata accettata. E invece sì.

E così, nel 1970, uno storico servizio del Tg1 annunciò che il Prof. De Maria, con il suo staff, cercava l'ossigeno nelle rocce lunari, perché l'ossigeno sarebbe servito agli astronauti per sopravvivere sulla Luna. 20 Kg di roccia sarebbero bastati ad un astronauta, per una giornata. Giovanni De Maria vaporizzò la roccia e trovò l'ossigeno. E i suoi studi - ancora oggi - rappresentano lo stato dell'arte di una ricerca che, pur essendo di base, ha prodotto moltissime ricadute tecnologiche (qui De Maria è a Superquark, l'11 giugno 2015).

Purtroppo, dell'ossigeno delle rocce lunari non c'è stato bisogno, perché abbiamo abbandonato la Luna per rivolgere verso Marte i nostri desideri di esplorazione.

La mattina di sabato 5 novembre 2016, in occasione della prima edizione del Festival della Divulgazione di Potenza, il Prof. De Maria ha intrattenuto moltissime persone raccontando la sua vita intrecciata con la scienza. Proprio in quell'occasione io e Luigina Pugno, presenti al Festival come relatori, ma anche come divulgatori scientifici, abbiamo avuto la possibilità di porre un quesito a Giovanni De Maria.

Perché ha scelto i reperti lunari e non quelli terrestri?

Il reperto lunare rappresenta una situazione primordiale. Mi spiego meglio: la Luna è nata dall'impatto di un corpo roccioso con la Terra. Detto in maniera semplice, i sassi dispersi nell'impatto si sono poi aggregati per attrazione gravitazionale. Quindi la Luna è nata calda, come una sfera caratterizzata da temperature dell'ordine dei 1300 °C. Poi però, dopo la fase gassosa, si è passati alla fase condensata per raffreddamento. E il mio obiettivo è stato proprio questo: in un certo senso, tornare indietro nel tempo, ovvero vaporizzare la roccia lunare per capire la composizione della nebulosa primordiale.

E infine, una curiosità. Durante la conferenza, Giovanni De Maria ha raccontato di essere stato invitato a mangiare a casa del famoso fisico Enrico Fermi. La moglie di Fermi ha servito delle pizzette, che evidentemente erano molto dure. Di fronte alla titubanza di De Maria la moglie di Fermi ha detto: "Se sono proprio troppo dure può anche lasciarle nel piatto...".






E SE NON FOSSE PIGRIZIA. COME RICONOSCERE LA PRESENZA DI UN DISTURBO SPECIFICO DELL'APPRENDIMENTO

“Come mai non vuoi fare i compiti?”
“Com’è possibile che ti alzi sempre dalla sedia e non riesci a stare concentrato?”
“Perché non leggi ad alta voce? Magari ti ricordi meglio?”
“Perché non vuoi andare a scuola?”
“È possibile che non riesci ad imparare le tabelline?”
“Sei pigro! Per questo non riesci!”




Spesso queste frasi riecheggiano nelle mente di genitori ed insegnanti davanti ad un giovane alunno che si sta approcciando alla scuola e che, per diverse ragioni, non riesce ad ottenere dei buoni risultati negli apprendimenti. Sovente si tratta di bambini socievoli, intelligenti, e che, fino all’ingresso a scuola, sembravano volenterosi e pieni di risorse. 

Tuttavia, può succedere che alcuni di essi inizino a perdere motivazione e che non riescano a tenere il passo dei compagni; i genitori, talvolta, iniziano a mettere in dubbio le proprie capacità genitoriali, le capacità del bambino, le risorse messe in campo dalla scuola, si insatura, così, un circolo di incomprensione ed di emozioni non elaborate.

Alcuni atteggiamenti di questi bambini, però, sono talvolta legati alle difficoltà che stanno incontrando a scuola a causa di alcune loro caratteristiche di apprendimento.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) possono essere considerati una “caratteristica” propria del singolo soggetto che lo porta ad apprendere in maniera diversa rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei; i bambini con DSA sono bambini intelligenti, ma che, a fronte di un buon funzionamento generale, mostrano una caduta specifica in un preciso ambito, ad esempio leggono con fatica, non riescono a cogliere il significato del testo mentre lo leggono ad alta voce, non riconoscono le sequenze numeriche o non riescono ad automatizzare le procedure di calcolo, non imparano a memoria le tabelline, il loro tratto grafico è impreciso, non automatizzano le regole ortografiche.

Dal punto di vista emotivo, questi bambini possono assumere un atteggiamento di ritiro e quindi evitano di andare a scuola, di leggere ad alta voce, di stare con i compagni; o un atteggiamento oppositivo e provocatorio. Spesso, infatti, non si sentono capiti e iniziano a dubitare delle proprie capacità, ciò può influire sulla loro autostima dal momento che vedono i propri compagni fare dei progressi e loro, nonostante l’impegno, restare fermi. 

Quando si rilevano queste difficoltà di apprendimento e comportamentali si può essere in presenza di un DSA , cioè quella classe di disturbi neurobiologici che insorgono in età evolutiva e che influiscono sui processi di apprendimento e di consolidamento di alcune abilità specifiche, come la lettura (dislessia), la scrittura (disgrafia), l’ortografia (disortografia) e il calcolo (discalculia). L’iter di valutazione per i disturbi dell’apprendimento prevede: una visita neuropsichiatrica, volta ad escludere cause organiche della difficoltà; una valutazione psicologica-cognitiva, per indagare il funzionamento cognitivo globale; ed una valutazione logopedica per la valutazione dei singoli domini di apprendimento.

La letteratura scientifica si è occupata di studiare i processi di apprendimento della lettura e quindi di individuare i circuiti neurologici coinvolti. Uno studio di Shaywitz del 2005 ha evidenziato che nei lettori esperti si attivano sistemi neurali altamente interconnessi che coinvolgono regioni delle aree anteriori e posteriori dell'emisfero sinistro. Il circuito responsabile del processo di lettura comprende regioni occipitotemporali, per il processamento visivo di grafemi (lettere) e delle loro caratteristiche generali (linee, curve, forma), l’area di Wernicke, per la conversione dei grafemi in fonemi (suoni corrispondenti) e per la comprensione delle parole, infine, l’area di Broca, per l'articolazione delle parole (Lima, 2010). Richian e colleghi (2009), attraverso studi di meta-analisi, hanno confrontato l’attivazione cerebrale dei lettori proficui e di lettori dislessici durante un compito di lettura e hanno osservato una minore attivazione dell’emisfero sinistro nei soggetti dislessici nelle regioni parietale inferiore, temporale inferiore, medio e superiore, giro fusiforme; nel lobo frontale sinistro è stata segnalata una minore attivazione del giro frontale inferiore, ma una maggiore attivazione della corteccia motoria primaria e dell’insula anteriore. 

Border (Border, 1973) ha distinto tre tipi di dislessia: dislessia disfonética o fonologica; dislessia diseidética; dislessia mista. La dislessia disfonetica è caratterizzata da difficoltà nella conversione grafema/fonema e sembra interessare principalmente il lobo temporale; la dislessia diseidética coinvolge il processo visivo della rappresentazione della parola nelle sue variazioni e sembra interessare principalmente il lobo occipitale; la dislessia mista è caratterizzata da difficoltà sia di ordine uditivo sia di ordine visivo e coinvolge le regioni del lobo pre-frontale, frontale, occipitale e temporale.

Esistono alcuni campanelli d’allarme che possono facilitare l’individuazione precoce di bambini con disturbi specifici dell’apprendimento, ad esempio, si presentano spesso in comorbilità con un altro disturbo specifico del linguaggio, spesso un altro membro della famiglia ha o ha avuto difficoltà simili, difficoltà a distinguere le lettere dell’alfabeto, difficoltà ad imparare nomi (difficoltà di accesso lessicale) e simboli, inversione di lettere o sillabe nella scrittura, uso eccessivo di parole sostituite (“quella cosa”, “affare”) per la denominazione di oggetti, difficoltà nel copiare dalla lavagna, ecc.

Poiché i disturbi dell’apprendimento sono una condizione cronica, una diagnosi ed un intervento precoce sono importanti affinché il bambino possa trovare strategie alternative e possa usufruire di una didattica adatta alle proprie esigenze. Se ciò avviene in tempo, gli studenti sentono di poter apprendere al pari dei compagni mettendo a frutto le proprie risorse e capacità; in caso contrario, può succedere che il loro mancato riconoscimento interferisca negativamente dentro e fuori la scuola contribuendo a compromettere l’iter di studio, professionale, lo sviluppo della personalità e l’adattamento sociale. Una ricerca del 2013 (Mugaini et al., 2013) ha riscontrato la dislessia come fattore di rischio per l’aumento di disturbi psicologici come ansia e depressione; inoltre, la gravità del disturbo dislessico è in comorbidità con disordini dell’attenzione o di iperattività e influisce anche su aspetti psico-sociali.

Quando il bambino si sente aiutato e capito nella propria difficoltà anche il clima familiare torna a distendersi, i compiti non sono più occasione di scontri e litigi, il tempo torna ad essere prezioso e può essere utilizzato in maniera funzionale lasciando lo spazio anche ad altre attività ludico-ricreative.

Bibliografia

Lima R.F., Salgado C.A., Ciasca S.M., (2010), Aspetti neurobiologici ed educazionali. Rivista di neuroscienze psicologica e scienze cognitive.

Mandonesi L., Passafiume D., Psicologia e Psicobiologia dell’apprendimento, Springer-Verlag 2004

Richian F, Kronbichler M, Wimmer H (2009). Functional abnormalities in the dyslexic brain: A quantitative meta-analysis of neuroimaging studies. Hum Brain Mapp, 30, 3299-308

Riddick B., Sterling C., Farmer R., Morgan S. (1999), Self-Estreem and Anxiety in the Educational History of Adult Dyslexic Students. Dyslexia, 5, pp 227-248.

Shaywitz S.E., Shaywitz B.A. (2005), Dyslexia (specific reading disabilities). Biol Psychiatry. Jun 1;57(11):1301-9. Review

ARRIVA ANDROAPP: L'APPLICAZIONE CHE OFFRE AI GIOVANI INFORMAZIONI CHIARE E ATTENDIBILI SULLA SALUTE SESSUALE

Presentata “AndroApp” l’applicazione di “Amico Andrologo” sulla salute sessuale maschile, rivolta soprattutto ai ragazzi, realizzata dal Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza Università di Roma in collaborazione con SIAMS. Secondo una recente indagine condotta nell’ambito della campagna “Amico Andrologo”, meno del 5% dei ragazzi tra i 17 e i 20 anni di età ha mai fatto una visita dall’andrologo, ritardando cosi l’eventuale diagnosi di malattie dell’apparato genitale che hanno origine già in età giovanile e che compromettono la salute futura.



Sfatare i falsi miti che ancora circolano su rapporti sessuali e metodi contraccettivi. Vincere tabù e ritrosie che allontanano i ragazzi da una visita specialistica dall’andrologo, perdendo l’occasione per prevenire o trattare tempestivamente patologie andrologiche che spesso hanno origine già in età giovanile.