venerdì 1 agosto 2014

AL POLITECNICO DI TORINO IL PREMIO PER IL MIGLIOR VEICOLO PORTATILE PER LA MOBILITÀ URBANA

Il team del Politecnico lo ha ottenuto al PACE GLOBAL FORUM 2014.

Credits: Dont Save Photographer (Saverio Pisano) e Federica Bertot - Politecnico di Torino

Torino, 1 agosto 2014 – Ha un design un po’ retrò e la portabilità di un bagaglio a mano il prototipo di veicolo per la mobilità urbana integrata realizzato dagli studenti del Team 7, coordinato dal Politecnico di Torino, che ha richiesto due anni di progettazione in vista della competizione che si è svolta nel corso del PACE Global Forum 2014.

E7-Trike, il PADM-Portable Assisted Mobility Device realizzato dai circa 20 studenti provenienti da Politecnico, Tonji University di Pechino, Technion-Israel Institute of Technology e ITA de Mexico, è risultato il miglior veicolo tra i sette che hanno gareggiato martedì scorso lungo un percorso realizzato all’interno della Cittadella politecnica. Si è infatti aggiudicato il primo premio per il Road test (la gara vera e propria), oltre al riconoscimento per il Design Award e al secondo piazzamento nella Engineering Competition.

Credits: Dont Save Photographer (Saverio Pisano) 
Federica Bertot - Politecnico di Torino

“Portabilità, leggerezza, compattezza e alte prestazioni sono le caratteristiche principali del nostro veicolo”, spiega il professor Stefano Tornincasa, Faculty Advisor del Team, che prosegue spiegandone le caratteristiche: “E7-Trike è realizzato in alluminio, pesa solo 20 Kg, è dotato di una batteria elettrica con un’autonomia di 40 km e può spingersi ad una velocità di 16 Km/h; una velocità, questa, che rispetta i limiti di legge e gli permette di poter accedere a tutti gli spazi, anche quelli riservati al transito pedonale, come i marciapiedi. Sempre più i veicoli di questo tipo saranno funzionali e agevoleranno l’impiego dei mezzi pubblici, come a Parigi, dove il loro utilizzo è già piuttosto comune”.

I giudici hanno particolarmente apprezzato il design, per il quale il gruppo di ingegneri è stato supportato anche da studenti e docenti dei corsi di Design del Politecnico e della Tonji University, ma l’elemento veramente innovativo è sicuramente il sistema di chiusura automatico, che consente di ripiegare il veicolo in pochi secondi, senza dover smontare viti o bulloni e di portarlo, ad esempio, sulle scale mobili o in ascensore.

È proprio questa, infatti, la caratteristica dei PADM-Portable Assisted Mobility Device, che sono veicoli di trasporto elettrici, personali, portabili e pensati per integrare e/o completare altri sistemi di locomozione: i mezzi del futuro per affrontare i problemi di congestione stradale e inquinamento che potrebbero presentarsi nei prossimi vent’anni nelle aree urbane, dove si prevede la circolazione di 1.2 miliardi di automobili. In particolare, questi veicoli sono pensati per risolvere il problema dell’”ultimo miglio”, cioè il tratto che in media divide la stazione della metropolitana o del treno dal luogo di lavoro.

I prototipi presentati al Forum che è stato ospitato da Politecnico di Torino e General Motors Powertrain Europe dal 28 al 31 agosto, rappresentano solo il primo esito di un programma vasto e completo, che prevede, in ottica di un ottimale Technological Transfer, l’ingegnerizzazione e l’industrializzazione del progetto. Il progetto del Team 7 ha già suscitato l’interesse di alcune aziende che potrebbero mettere in produzione il veicolo.

Guarda anche la photogallery del veicolo del Team 7 fotografato nel contesto urbano della stazione di Porta Susa (foto di Federica Bertot)

Si ringrazia per la comunicazione 
Elena Foglia Franke
Politecnico di Torino
Relazioni con i media
COmunicazione, Eventi e Relazioni con l'Esterno

giovedì 31 luglio 2014

IL PARCO MINERARIO DI RIO MARINA (ISOLA D'ELBA)

Rio Marina, Isola d'Elba, 31/7/2014. Sono circa le 10:45 e siamo appena giunti al Parco Minerario. Il trenino che ci condurrà alla scoperta delle miniere di ferro dell'Isola d'Elba partirà alle 11:30. Abbiamo quindi un po' di tempo per visitare l'esposizione di minerali e la miniera ricostruita con pezzi originali da esperti di archeologia industriale.

Ingresso al Parco Minerario (Isola d'Elba)
Ma prima di tutto viene proiettato un filmato didattico che è una buona introduzione alla storia mineraria dell'Isola. Infatti l'Isola d'Elba è tanto importante che molti musei mineralogici nel mondo possiedono campioni provenienti proprio da questo “puzzle geologico” di appena 225 chilometri quadrati.

Le miniere elbane furono sfruttate fin dal primo millennio A.C. La coltivazione del minerale si è svolta principalmente a cielo aperto. L'abbattimento è stato condotto prima con il piccone e poi, più recentemente, con gli esplosivi.

Ma perché si parla di coltivazione di minerali? Non sono mica pomodori, direte voi! Ebbene, ci sono ben tre motivi per usare il termine “coltivazione”: innanzitutto i minerali “crescono” effettivamente in milioni di anni, poi sono anche detti “fiori della terra” e infine la passione per i minerali si coltiva sicuramente.

Ma torniamo alla storia: nei primi del '900 venne costruita una strada ferrata che giungeva direttamente in mare e – tramite una teleferica ed una sorta di molo – scaricava il minerale nelle stive delle navi (una bella riproduzione di tale gigantesca infrastruttura è esposta nel Museo Etrusco).

La vita dei minatori era dura e la paga piuttosto misera, al punto che dovevano lavorare moltissimo (e talvolta dovevano svolgere anche altri lavori). Di solito erano contadini e lavoravano nella miniera d'inverno quando i campi erano a riposo, solo che con la bella stagione sparivano anche 15-20 alla volta, così venne loro imposto di assentarsi solo dopo aver chiesto un permesso e senza paga.

Fra i minerali più diffusi sull'Isola d'Elba ci sono sicuramente la pirite e l'ematite: la pirite è meno importante economicamente dell'ematite, ma è più bella (perché non è nera come l'ematite, ma color ferro e talvolta anche dorata).

Ingresso della miniera
ricostruita
Il Cantiere Valle Giove (video), che fra poco andremo a visitare, è caratterizzato soprattutto da due colori: il rosso dovuto all'ossidazione del minerale ferroso e il grigio dell'ematite, formatasi cinque milioni di anni fa. Tale cantiere ha la forma di un grandioso anfiteatro con undici gradoni. In loco sono stati condotti vari scavi (tra i quali, uno dei più memorabili per i risultati in termini di minerali ottenuti è quello del 2006. In generale,gli scavi recenti sono finanziati da facoltosi collezionisti).

Di norma si utilizzano mezzi meccanici, che però vengono abbandonati appena ci si avvicina al minerale: in quel momento si adoperano soltanto i picconi. Quando si è vicinissimi all'obiettivo gli unici mezzi idonei sono semplici bastoncini di legno e una spazzola: occorre fare attenzione a non danneggiare ciò che si è formato in tempi geologici: la roccia sedimentaria viene gradualmente sostituita dalla pirite e dall'ematite grazie all'azione delle acque idrotermali.

Monito per minatori
Alcune cristallizzazioni sono comprese in matrici troppo pesanti per essere trasportate, quindi vengono ridotte in loco. In ogni caso i minerali vanno lavati, spazzolati e ulteriormente ridotti, in modo da poter distinguere i pezzi di interesse museale da quelli di interesse collezionistico.

Finito il filmato, visitiamo la miniera ricostruita e sembra di fare un salto indietro nel tempo, fra macchine, attrezzi, gallerie e persino cartelli con le indicazioni per i minatori.
Cantiere "Vigneria"

E' ora di partire con il trenino, per fare un viaggio nella Terra del Ferro, fra i principali cantieri elbani. Il trenino è quasi completo: alla guida c'è Massimo Garbati. Colgo l'occasione per ringraziare Massimo e Marco Lunghi: questo articolo ha visto la luce grazie alla loro disponibilità e pazienza nel rispondere alle mie domande. Si comincia subito a salire, superando ciò che resta di quella strada ferrata con teleferica che giungeva fino al mare.
Archeologia mineraria

Dopo qualche centinaio di metri finisce l'asfalto e comincia lo sterrato: la vegetazione è lussureggiante, ma talvolta lascia spazio alla terra rossa, i cui cristalli di quarzo brillano sotto il sole. Dopo una curva si apre sotto di noi il panorama del primo cantiere, “Vigneria”, nel cui sottosuolo è presente la pirite gialla. Non meno importanti sono il cantiere “Bacino” e il cantiere “Falcacci”: quest'ultimo è famoso per i cristalli di pirite cubica, perfetti nelle misure di lati e angoli. Si possono trovare anche cubi da 20/25 centimetri di lato. Devono essere pezzi favolosi. La natura non finisce mai di stupirmi.
Cantiere Valle Giove

Durante il tragitto il tempo passa rapidamente, fra bei panorami ed esemplari di archeologia mineraria. Siamo giunti al cantiere Valle Giove, l'autista ci consegna dei piccoli picconi e via....si corre a picconare. Prendiamo i pezzi, li esaminiamo alla luce delle nuove conoscenze apprese nel video e nel museo e selezioniamo quelli da portarci via. Perché ciò che rende unica la visita a questa miniera è che i minerali che trovi diventano tuoi!
Luigina Pugno con la pirite

Mentre molti bambini si divertono a fare i minatori, io parlo un po' con Massimo Garbati e scopro che le attività minerarie sono cessate nel 1981-82. Eppure l'attività mineraria cominciò con gli Etruschi, proseguì con i Romani e poi venne sospesa. Nel 1800 si ricominciò ad estrarre il minerale e si continuò per molto tempo; venne fatta una pausa durante le guerre. Si raggiunse il massimo dell'attività negli anni 1950-80, per poi chiudere tutto di lì a poco.

In tutto il comprensorio elbano lavoravano circa 2000 persone. E' tutto finito. Non ci sono più miniere attive a causa degli alti costi della manodopera. Non siamo più competitivi, purtroppo.

Minerali lavati
Finita la visita ci dirigiamo verso la spiaggia Topinetti (nei pressi di Rio Marina), famosa per la sabbia nera. Contenti di ciò che abbiamo imparato ed anche del minerale estratto a Valle Giove ci mettiamo a lavare tutti i pezzi: quelli gialli di scisto, quelli rilucenti di pirite e quelli neri di ematite.
La splendida geometria della pirite ci fa dimenticare che si tratta semplicemente di solfuro di ferro (ovvero, detto alla buona, 50% di zolfo e 50% di ferro). E il nero vetroso dell'ematite? Eppure è solo ossido di ferro....



P.S: Tutte le foto sono state scattate da Luigina Pugno e Walter Caputo

LE 10 DOTI DI UN BUON IMPRENDITORE

Sir Richard Branson Photo by David Shankbone 
Imprenditore, avventuriero, uomo di affari di grande successo. Richard Branson  è fondatore e presidente di Virgin group. A soli 17 anni fondò la rivista "Student", arrivata a 50.000 copie, e nel 1970 ha dato vita a Virgin, una delle più importanti società discografiche del mondo. 

Il gruppo Virgin (che conta oltre 35.000 dipendenti) si è oggi diversificato in numerosi settori: dai viaggi aerei, all'aeronautica, alla telefonia e alle missioni spaziali.

Il gruppo Virgin è anche molto impegnato nella difesa dell'ambiente e delle energie rinnovabili. Insignito nel 1999 del titolo di Baronetto da Sua Maestà Britannica, oltre a essere più ricco della sua stessa Regina e dell'intero regno britannico, Sir Richard Branson è conosciuto come capitalista hippy, snobba i ricevimenti del jet set, adora gli sport estremi, detesta giacca e cravatta, ed uno dei migliori esempi di come un imprenditore possa utilizzare i social media per rilanciare la propria immagine nel mondo.

Almeno secondo alcuni dati statistici come quelli di Klout Richard Branson utilizza infatti i social media meglio di chiunque altro, essendo diventato in rete una vera e propria star con milioni di seguaci. 

LE 10 DOTI DI UN BUON IMPRENDITORE 
  1. Buona immaginazione / determinazione 
  2. Disponibilità ad assumere rischi 
  3. Coraggio di portare avanti idee uniche
  4. Un buon patrimonio genetico aiuta 
  5. Individuare i vuoti nel mercato e sfruttarli 
  6. Profonda convinzione nel realizzare gli obiettivi 
  7. Capacità di ispirare gli altri 
  8. Qualità. Far crescere le persone è un ottimo investimento. 
  9. Non prendere i no come risposte definitive  
  10. Divertirsi. 

Vi riconoscete?
    Ma uno dei migliori consigli di Sir Richard Branson è su come investire la cosa che per voi è più preziosa, insieme alla salute: il vostro tempo!
    "Dedica più tempo a sorridere che a rattristarti e più tempo a lodare che a criticare"



    Il blog di Richard Branson: www.virgin.com/richard-branson su cui troverete tutti i canali social.


    LA PICCOLA MINIERA DI PORTO AZZURRO (ISOLA D'ELBA)

    In attesa del trenino
    Porto Azzurro, Isola d'Elba, 30 luglio 2014. Abbiamo appena varcato la soglia della Piccola Miniera e stiamo aspettando di prendere il trenino che ci condurrà all'interno di un ambiente minerario (riprodotto).

    Durante la visita, all'interno della miniera, si fa una prima sosta presso un cantiere di coltivazione del ferro, dove – fra ematite e limonite – è collocata una perforatrice idropneumatica. Serve a fare buchi per piazzare le cariche esplosive, dice la voce registrata.

    Segue un cantiere di coltivazione della pirite, definita dai minatori elbani con il nomignolo di “oro pazzo”. A differenza dell'oro, fino agli anni '40 la pirite non aveva molti utilizzi. Poi si scoprì che da essa si poteva ottenere l'acido solforico. La pirite deve il suo nome al fatto di produrre scintille se percossa.

    Pirite

    Il lavoro e la vita dei minatori scorrono sotto gli occhi dei turisti: dopo l'esplosione si fa la ripiena caricando con la pala meccanica, poi – con una volata di mine – si ottiene una cavità di proseguimento della galleria.

    La sorpresa sopraggiunge di fronte ad una grotta di stalattiti e stalagmiti di carbonato di calcio. Tali grotte venivano chiamate cravatte perché strozzavano la circolazione dell'aria.
    Proseguiamo sul trenino, seguendo con lo sguardo le pareti (dette batacchi), mentre il soffitto è l'unione di una serie di “quadri”.
    Grotta di stalattiti e stalagmiti

    Ecco il cantiere del carbosilicato di rame, minerale molto importante per l'estrazione del rame, considerando che già gli Etruschi lo utilizzavano per realizzare armi, vettovaglie e monili. Anche i Romani si comportarono nello stesso modo, finché passarono al ferro, più adatto per costruire armi.

    Alla fine del tour nella piccola miniera, dopo “Santa Barbara” ovvero il deposito degli esplosivi, vediamo una serie di minerali tipici dell'Isola d'Elba: aragonite, ghetite, ematite, gesso, pirite, biossido di manganese (eurite), calcopirite, quarzo, malachite, ametista, calcite, limonite, fluorite, diaspro e tormalina.

    Ma la Piccola Miniera di Porto Azzurro non è finita qui. Appena scesi dal trenino ci dirigiamo verso il Museo Etrusco, che è innanzitutto una raccolta di splendidi minerali. Essi sono esposti in esemplari di medie e grandi dimensioni, in modo tale che sia possibile apprezzarne le perfette forme geometriche (infatti gran parte dei minerali assume forma cristallina) e i colori, talvolta vivi (come il verde della malachite o l'azzurro di una tipologia di aragonite) e talaltra nerissimi.

    Molto interessante è proprio l'aragonite azzurra, tipica del vallone di Capoliveri, in quanto in realtà si tratta di calcite, che è bianca e non ha un fascino particolare. Ma, quando la calcite si forma in presenza di sali di rame, ecco che diventa aragonite azzurra.

    Aragonite azzurra

    Non manca la caratteristica Ilvaite (Ilva è il nome antico di Elba) di colore nero tendente al bruno per alterazione, con lucentezza semimetallica. E' piuttosto fragile: manipolando leggermente un piccolo campione è facile vedere – sul palmo della mano – dei residui neri.

    Ilvaite

    I minerali hanno un fascino particolare e non sono pochi gli appassionati ricercatori e classificatori. Tuttavia, forse per colpire l'immaginario dei più insensibili, è stata predisposta anche una sala in cui i minerali si presentano con una fluorescenza colorata, quasi pischedelica direi.

    Barite, Calcite, Fluorite.....
    Di assoluto rilievo è la riproduzione di un tratto minerario. Mi sono fermato un po' a guardarla: per la precisione, per la cura dei dettagli ed anche perché è una riproduzione di un pezzo di storia dell'Isola d'Elba. E' opera di Emilio Giacomelli, che è l'artigiano – deceduto nel 2008 – a cui si deve praticamente tutto ciò che sto osservando. Fortunatamente riesco a parlare con sua moglie, Anna Maria, anche grazie all'aiuto di Luigina Pugno che intanto si occupa di foto e video.

    Riproduzione di un tratto
    minerario (di E. Giacomelli)
    Emilio Giacomelli ha costruito le macchine che ora sono presenti nel laboratorio: il 60% di tutti i prodotti esposti nel negozio specializzato in pietre dure provengono da una lavorazione effettuata proprio grazie a quelle macchine. Infatti durante l'inverno la Piccola Miniera, costituita dalla miniera, dal museo, dal laboratorio e dal negozio, è chiusa e il personale si dedica alla produzione di pietre che vengono incastonate in anelli, orecchini, collane o comunque vendute in varie forme, confezioni e dimensioni.

    Durante l'estate la Piccola Miniera si dedica alla vendita della propria produzione ed anche di quanto viene acquistato per essere rivenduto ed accoglie quindi un massiccio flusso di turisti, interessati innanzitutto a scoprire i misteri dei minerali.

    Un'opera di Emilio Giacometti
    In esposizione si trovano anche pezzi unici. Ad esempio un giorno Emilio Giacomelli aveva in mano un pezzetto di rodocrosite e non sapeva bene cosa farsene. Notò che un uomo lo fissava insistentemente e decise di riprodurre sul minerale il volto di quell'uomo. Il risultato è l'opera d'arte che potete ammirare nella foto.

    In un'altra occasione riuscì a realizzare il quadrante di un orologio, semplicemente guardandolo, ma senza prendere le misure. Molti lavori li faceva ad occhio, e i risultati erano sempre notevoli. Il minerale che gli piaceva di più era la malachite.

    E a proposito di malachite, potete osservare nel video (girato da Luigina Pugno) come Babacar Niang, dello staff della Piccola Miniera, riesca a realizzare un anello a partire da un pezzo grezzo di malachite. Procede prima con il taglio, poi con la mola per modellare un ovale e infine con la lucidatura.



    GOOGLE E DIRITTO ALL'OBLIO: INCONTRO A ROMA IL 10 SETTEMBRE

    Saranno presenti all'incontro anche il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, l’italiano Luciano Floridi professore di etica dell’informazione ad Oxford e anche esponenti del mondo dell’informazione come Sylvie Kauffman, direttore editoriale de Le Monde.

    Google Logo in Building43
    Incontro pubblico previsto a Roma il prossimo 10 settembre per il comitato di esperti nominato da Google dopo la sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che ha riconosciuto il diritto all'oblio degli utenti. 

    Il comitato sta raccogliendo pareri su diversi argomenti: problemi di carattere procedurale: ad esempio su temi e procedure legate al diritto alla privacy di una personalità pubblica, e se il pubblico abbia o meno il diritto di conoscerne i contenuti.  Oltre a Roma, infatti, si terranno tra settembre e dicembre a Madrid, Parigi, Varsavia, Berlino, Londra e Bruxelles.

    Gli esperti che vorranno presentare la propria testimonianza agli incontri pubblici possono inviare una domanda, fino all'11 agosto, attraverso un modulo online. Il comitato di esperti di Google è composto da 10 persone. Tra gli altri, ne fanno parte anche il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, l'italiano Luciano Floridi professore di etica dell'informazione ad Oxford e anche esponenti del mondo dell'informazione come Sylvie Kauffman, direttore editoriale de Le Monde.

    L'annoso problema del diritto all’oblio è un tema spinoso tuttora aperto: l’Europa vuole vederci chiaro soprattutto sulle modalità con cui Google mette in atto le rimozioni,  per le quali l'azienda di Redmont si trova a gestire una impressionante mole di richieste assumendosi il ruolo di "controllore" che, da molti osservatori, viene ritenuto non coerente con i compiti di Google.


    ENEA ENTRA NEL PROGRAMMA DI SHALE GASE DI EERA

    Una decisione importante, in una fase geopolitica delicata che, per le concomitanti crisi russo-ucraina e libica, vede più che mai a rischio un Paese come il nostro, costretto a importare energia.

    L’ENEA è entrata a far parte del programma di ricerca sul gas da scisto (shale gas) dell’Alleanza Europea per la Ricerca sull’Energia (EERA - European Energy Research Alliance).

    Il Joint Programme sullo shale gas di EERA intende creare una piattaforma di ricerca sul potenziale, sull’impatto e sulla sicurezza delle attività di esplorazione e produzione di gas da scisto in Europa. Le tecnologie e le metodologie esistenti saranno valutate e migliorate per stabilire una base di conoscenze indipendente a livello europeo.

    Lo sfruttamento dei giacimenti di gas da scisto è un tema controverso a causa dell’impatto ambientale legato alle pratiche estrattive che richiedono il ricorso a
    lla tecnica del fracking, vale a dire la frantumazione fino a 1 chilometro di profondità della roccia madre nel quale il gas da scisto è intrappolato, attraverso l’immissione di considerevoli quantità di acqua ad alta pressione e di additivi chimici per facilitare il processo. Le maggiori preoccupazioni su questo tipo di pratica estrattiva riguardano la contaminazione delle falde acquifere, l’emissione di gas serra e l’insorgere di fenomeni microsismici.

    La posizione di un giacimento di gas da argilla rispetto agli altri tipi di giacimenti

    Le conclusioni a cui approderà il programma di ricerca serviranno come input sia per l’opinione pubblica che per le istituzioni nazionali ed europee chiamate a decidere sulle normative che regolano le attività produttive dello shale gas.

    Il contributo dell’ENEA riguarderà lo sviluppo di sistemi innovativi per le prospezioni geologiche e per le analisi di laboratorio necessarie a identificare e classificare le riserve di shale gas, oltre allo studio dell’impatto ambientale e delle emissioni di gas serra associate alle pratiche di esplorazione e produzione.

    Il Joint Programme sullo shale gas riunisce 26 partner provenienti da 15 Stati membri dell’Unione europea; il Dipartimento di Geologia dell’Università Roma Tre e il Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università di Perugia sono gli altri partner italiani che collaboreranno con l’ENEA.

    I risultati del programma di ricerca possono essere seguiti sul sito www.eera-shalegas.eu


    Fonte: DISTI