martedì 7 agosto 2018

BUONI MOTIVI PER FREQUENTARE UNA BUSINESS SCHOOL



Ci si chiede se col passare del tempo le cose siano cambiate. È indubbia la difficoltà di qualsiasi attività scolastica a tramutarsi in opportunità di lavoro, ma rimane comunque premiata, la conoscenza, l'aspirazione e la capacità di quell'Istituto ad introdurti con metodo nel mondo del lavoro agendo per prima cosa sulla mentalità che inevitabilmente deve cambiare.
Per cui alla domanda se sia importante o meno frequentare un corso di perfezionamento in una Business School, occorre rispondere che lo, è in proporzione alla capacità di quello specifico Istituto a rimanere ancorato al presente, e quindi ad offrirti dei percorsi formativi efficaci e non solo prestigiosi.
Per capirci vale la pena fare qualche esempio, ed in Italia ce ne sono diversi. Già dal sito di BBS, la Bologna Business School ti rendi conto delle possibilità che oggi una scuola di business è in grado di offrire a chi aspira a migliorare o ad aumentare le proprie competenze. I corsi sono inerenti al mondo del lavoro di oggi e sono riguardanti tematiche aziendali attuali. Senza una visione del mondo degli affari aggiornata si rischia di aumentare le proprie competenze per un mondo che non è più interessante oggi.
Resta quindi certamente valido l'assioma per cui la formazione qualificata sia l'ingrediente necessario a sfornare ottimi dirigenti, ma occorre che quella formazione sia attualizzata. Non sono molti gli istituti che sono così aderenti al reale, e questo è un merito importante.

Le caratteristiche di un Master si scelgono per l'efficacia

Un MBA ha un valore al di la di dove lo frequenti, questo deve essere un must da comprendere, ciò che conta non è più solo la formalità di un Curriculum scolastico di prestigio, è la professionalità che aumenta il valore di un'azienda. Per scegliere un buon master occorre prima di iscriversi, verificare i programmi di studio, capire chi saranno i propri docenti, quali sono le opportunità di stage e tutte le altre condizioni che ritieni di valutare.
Che il mondo degli affari sia cambiato negli ultimi anni lo si capisce, che ciò sia dovuto alla crisi finanziaria che ha attraversato i mercati di tutto il mondo è ormai un dato di fatto, ma ciò che ha cambiato anche, sono le condizioni per l'accesso al mondo del lavoro. Le competenze vanno aggiornate ed è questo il miglior momento poiché c'è carenza di quelle figure che sono in grado di lavorare su parametri nuovi, quali quelli della finanza e della redditività ottimizzata da processi di globalizzazione.
Le porte non si aprono se non si sa come utilizzare la maniglia. In questo consiste scegliere un buon corso in una Business School. Prepararsi a risolvere gli enigmi delle aziende in un sistema che ha portato il manager di Taiwan a competere con quello di Milano, occorrono specifiche competenze nel campo della tecnologia, della finanza e dell’imprenditoria.

Cosa ci si aspetta da un Master?

Chi ha intenzione di frequentare un Master, lo fa per migliorare la sua posizione rispetto alle possibilità di inserimento e carriera. Oltre ai canonici lavori che permettono l'accesso alle grandi aziende, i settori ove i nuovi formati si inseriscono più facilmente sono il Marketing e la consulenza aziendale.
Ultimamente non sono pochi i casi in cui dopo aver frequentato un Master si siano sviluppate idee imprenditoriali di successo. Un trend che si è affacciato anche da noi dopo essere stato raccontato a mo di business case famosi di oltre oceano. Tra gli sbocchi lavorativi ci sono anche queste potenzialità che hanno a che fare con il mondo imprenditoriale.
Lo sviluppo delle proprie capacità manageriali danno la possibilità di dare una svolta alla propria carriera. Le nozioni di cui c'è bisogno accrescono le capacità personali e sono in grado di favorire dei processi di crescita che nel tempo possono anche essere differenti da quelli di partenza, proprio perché ci si allena a risolvere in maniera abile situazioni legate alla vita dell'azienda in un mercato in continuo cambiamento ed adattamento.

domenica 5 agosto 2018

FIREAWARE, L'APP GRATUITA PER SEGNALARE GLI INCENDI

Scienza e cittadini insieme, in un esperimento di “Citizen Science”, per combattere il rischio di incendi. È questo l'obiettivo di FireAware, la nuova applicazione per iOS che - presentata questa mattina in conferenza stampa all'Open Space di Palazzo Carafa - consente ai cittadini di effettuare segnalazioni in tempo reale e di raccogliere, in forma anonima, dati utili per un’analisi statistica degli incendi nella regione Puglia e su tutto il territorio italiano.



Un progetto scientifico che nasce dall'incontro tra ricerca, tecnologia, enti e agenzie pubbliche italiane e greche. Disponibile gratuitamente sull'App StoreFireAware è un esperimento che, attraverso l'applicazione di conoscenze scientifiche d'avanguardia e innovazioni tecnologiche, mette i cittadini nella condizione di avere un ruolo attivo nel migliorare la sensibilizzazione collettiva verso gli incendi attraverso tre semplici passi: indicare l'intensità dell'incendio, specificare la distanza rispetto alla propria posizione geolocalizzata dall'App, inviare le informazioni.

giovedì 2 agosto 2018

IL BIKE SHARING HA FALLITO? FORSE NO, MA CI VUOLE UNA "SPINTA GENTILE"

Come convincere le masse che il benessere collettivo si traduce in piccoli sacrifici (neppure troppo impegnativi? Come convincere il singolo che un piccolo gesto si traduce in un grande ritorno sulla collettività, e dunque anche sui  suoi costi? La "spinta gentile", del premio Nobel Richard H. Thaler è la risposta.

Un prato? No bici abbandoate a Shanghai nel Febbraio 2018
Bici in bike sharing  abbandonate a Shanghai nel Febbraio 2018

Nel marzo di quest'anno il giornalista Alan Tailor di The Atlantic ha pubblicato "La sovrabbondanza di bike-share in Cina: enormi pile di biciclette abbandonate e rotte", che mostra solo alcuni delle  milioni di biciclette costruite e scaricate nelle città cinesi da aziende che condividono bici in cerca di ottenere un profitto immediato. 

Un prato? No bici in bike sharing abbandoate a Shanghai nel Febbraio 2018

Nei mesi successivi, gran parte di quelle startup specializzate in bike-sharing sono andate in bancarotta consolidando montagne di cimiteri di biciclette. Le giunte municipali stanno ancora litigando per il fallout, confiscando beni e biciclette parcheggiate illegalmente, elaborando nuove leggi e cercando di capire cosa fare con milioni di biciclette abbandonate.


In alcuni casi, sono stati annunciati piani per rinnovare e distribuire alcune delle biciclette nelle città vicine più piccole, in altre, è iniziato il riciclaggio all'ingrosso e le biciclette vengono schiacciate a cubetti. La scala è così ampia da cominciare, che ci vorrà molto tempo prima che i cimiteri delle biciclette svaniscano.




Shanghai on June 4, 2018

Forse, anche  in questi casi, le aziende dovrebbero applicare la teoria (e pratica) della "Spinta gentile" che  in economia ha valso il Premio Nobel a  Richard H. Thaler.

Hongshan District di Wuhan 2 Aprile 2018


Stefano Pigolotti, ne parlò in occasione dell'incontro con il Prof. Marco Novarese, docente di economia comportamentale dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale

Qualcosa deve cambiare nel nostro rapporto con il territorio. Soprattutto non possiamo più permetterci di finanziare startup che non hanno alcun piano di rientro e di salvaguardia dell'ambiente del bene comune



BRUNO, IL SESTO DINOSAURO ITALIANO

  • E’ il sesto dinosauro italiano dopo Ciro, Antonio, il Saltriosauro, il carnivoro siciliano e Tito.
  • E’ il secondo dinosauro del Friuli Venezia Giulia, rinvenuto a Villaggio del Pescatore in provincia di Trieste.
  • E’ il più grande dinosauro scoperto su suolo italiano.
  • E’ completo al 70% e probabilmente appartiene come il dinosauro Antonio alla specie Tethyshadros insularis.
  • E’ lungo 5 metri, un metro in più rispetto al dinosauro Antonio.
  • E’ dislocato su una piega degli strati che ruota il corpo di 180 gradi.
A gennaio 2018 la Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio del Friuli Venezia Giulia ha riaperto gli scavi paleontologici al Villaggio del Pescatore in provincia di Trieste, dando l’opportunità a tutti di ammirare la sesta meraviglia paleontologica italiana: il dinosauro Bruno. Il mandato a preparare e scavare a titolo gratuito questo eccezionale fossile è stato dato all’impresa Zoic che vent’anni fa estrasse dalle rocce del Carso triestino il dinosauro Antonio. 

LA STORIA
La storia del rinvenimento di questo fossile iniziò nel 1998, durante la campagna di scavo del dinosauro Antonio. Per arrivare ad estrarre lo scheletro del primo Tethyshadros, si tagliò la superficie topografica con il filo diamantato e tutti i blocchi di roccia residui vennero posti a lato della zona. Inizialmente questo pavimento, sul quale noi oggi camminiamo, non presentò alcun altro resto fossilifero. Ma dopo due mesi, questa superficie esposta agli agenti atmosferici cambiò colore come succede di solito a tutte le rocce calcaree a causa di un processo naturale di ossidazione. Ciò rese evidente la presenza di altri fossili che si presentavano di colore più scuro. Proprio su un grande blocco roccioso alla sinistra dell’ingresso del sito paleontologico, un tecnico della ditta Stoneage (ora Zoic), Bruno Zoppolato, notò una lunga struttura nera e curva. Si ipotizzò quindi che quella forma fosse di un carapace di tartaruga. All’epoca infatti i primi diorami realizzati sul paleoambiente del Villaggio del Pescatore furono rappresentati con delle testuggini, che sicuramente erano presenti in loco 70 milioni di anni fa, ma non erano mai state rinvenute concretamente. Soltanto qualche tempo dopo, quando il blocco venne spostato, si comprese che non si trattò di una tartaruga ma di un secondo dinosauro. A questo punto ricercando l’esatta posizione del blocco contenente il dinosauro Bruno, si ritrovarono sul pavimento due sezioni ossee che fecero supporre la presenza ulteriore di altri due dinosauri. Capita l’importanza del reperto si intraprese anche una minuziosa ricerca dei frammenti di roccia di varie dimensioni che contenevano parti del fossile, individuandone addirittura 818. Tutto questo materiale venne trasportato nella vecchia sede del Museo civico di Storia Naturale di Trieste in Piazza Hortis e accatastato nei sotterranei. Solo a febbraio 2018, la Sovrintendenza ha dato l’incarico alla ditta Zoic di assemblarlo e prepararlo.

LA PREPARAZIONE

La preparazione del fossile non è stata semplice. La prima fase piuttosto impegnativa ha rivolto gli sforzi dei tecnici alla ricerca delle connessioni tra il blocco e i numerosi frammenti. Sparsi in decine di cassette, ci sono volute quattro settimane per definirne la loro corretta collocazione sullo scheletro e di questi, soltanto poco più di un terzo sono risultati utili alla composizione del dinosauro. Una volta ricomposti tutti i frammenti sul blocco di Bruno, come per la preparazione del dinosauro Antonio, in una prima fase, si sono eliminate le parti di roccia in eccesso con un minuzioso lavoro meccanico e poi è iniziata la procedura più delicata per via chimica, l’acidatura del reperto. Quest’ultima eseguita sotto costante controllo visivo ha utilizzato la differente composizione chimica tra la roccia calcarea ed il fossile. Sostanzialmente il blocco roccioso è stato sottoposto a successivi sciacqui di una soluzione di acqua e acido formico che ha disciolto la roccia e non l’osso fossile e poi a risciacqui ad acqua, per infine asciugare e consolidare le ossa emerse, in un ciclo ripetuto. Questa preparazione molto complessa è avvenuta a partire dalla zona caudale più compatta. Tale intuizione ha rivelato la posizione curiosa dello scheletro che è stato dislocato su una piega degli strati che curvano il fossile su sé stesso in una rotazione di 180°. Infatti da un lato si trovano collo, dorso e cranio mentre dalla parte opposta coda e zampe. Il cranio che come si vede dalla foto è in un altro blocco, faceva parte delle due sezioni ossee rinvenute già nel 1998. Per completare il fossile, la Sovrintendenza del Friuli Venezia Giulia, qualche mese, fa ha incaricato la ditta Zoic di prelevarlo con le stesse tecniche di scavo utilizzate per il dinosauro Antonio. L’altra sezione ossea ovvero la coda è ancora intrappolata nella roccia. 

CARATTERISTICHE DEL DINOSAURO BRUNO
Questo secondo Tethyshadros insularis è stato rinvenuto a Villaggio del Pescatore, nel comune di Duino Aurisina in provincia di Trieste, nello stesso giacimento paleontologico del precedente rinvenimento del primo completo dinosauro italiano. Aveva un peso di quasi 600 kg e per ora sembra un adrosauro simile ad Antonio, quindi un dinosauro dal becco ad anatra, vissuto 70 milioni di anni fa, però più grande e massiccio. Questa differenza di dimensioni tra i due individui di Tethyshadros potrebbe rientrare in una normale variabilità tra individui della stessa specie, oppure essere dovuta alla differenza di età o ancora alla differenza di sesso (soltanto ulteriori studi paleontologici lo confermeranno). Era come Antonio, un dinosauro vegetariano, mangiava vegetali che strappava con il suo robusto becco triturandoli con le sue batterie di denti. L’intero scheletro è completo al 70% poichè le parti mancanti sono state erose superficialmente dagli agenti atmosferici mentre il cranio è incredibilmente completo al 100%. Le ossa del dinosauro Bruno sono state ritrovate parzialmente disarticolate ma sempre in posizione anatomica, caratteristica che accomuna i due dinosauri del sito paleontologico triestino.

DOVE SI TROVA E DOVE VERRA’ COLLOCATO IL DINOSAURO BRUNO
Nella Palazzina Info-point di Sistiana, nel Comune di Duino Aurisina in provincia di Trieste, da mercoledì 1 agosto a domenica 19 agosto 2018, negli orari dalle 15.00 alle 18.00 da lunedì a venerdì, mentre dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00 al sabato e domenica. La Cooperativa Gemina che si occupa della gestione del sito paleontologico mette a disposizione del pubblico anche un servizio di visite guidate abbinato tra l’Infopoint di Sistiana ed il sito paleontologico di Villaggio del Pescatore.

 A settembre 2018 il reperto sarà spostato al Museo di Storia Naturale di Trieste.



Tiziana Brazzatti

Documentario sulla preparazione del dinosauro Bruno, dal sito del quotidiano triestino "Il Piccolo".

mercoledì 1 agosto 2018

SALI DI ALLUMINIO NEI DEODORANTI? NO, GRAZIE!

In un mondo sempre più orientato al consumo consapevole e responsabile, a prodotti alimentari e cosmetici bio ed all'utilizzo di ingredienti naturali, diverse sono le sostanze che vengono di volta in volta messe sotto accusa. Tra alcool, parabeni, SLS e petrolati fanno capolino anche i sali di alluminio, contenuti specialmente nei deodoranti: diversi studi scientifici si sono concentrati su questo componente, mettendone in evidenza pro e contro.
Ecco alcuni fatti e motivi secondo i quali sarebbe meglio evitarli.


Sali di alluminio nei deodoranti? No, grazie!

Cosa sono i sali di alluminio?

Per esteso, i sali di alluminio cloridrato sono delle sostanze chimiche utilizzate nella produzione dei deodoranti.
Grazie alle loro proprietà, i sali di alluminio agiscono sulla pelle sia riducendo il processo di traspirazione ascellare, limitando la sudorazione, sia ostacolando la proliferazione dei batteri (e del cattivo odore) rimanendo depositati sulla pelle.
Ciò significa che questi deodoranti effettivamente impediscono al sudore di fuoriuscire: lo trattengono, evitando la formazione di aloni e di cattivo odore.
Da anni l’industria cosmetica ne fa largo uso. Del resto, queste proprietà sono proprio quelle che si cercano in un deodorante: combattere gli odori sgradevoli ed evitare la formazione delle poco eleganti macchie di sudore sugli indumenti indossati.


Qual è il problema?

Il problema risiede proprio in uno dei punti di forza di questa sostanza.
I sali di alluminio, per eliminare la crescita batterica, rimangono depositati sulla pelle. In questo modo, ostruiscono i pori e, sulle pelli sensibili, possono dar vita a irritazioni cutanee.
Se avete provato un deodorante con sali di alluminio, ve ne sarete già accorti: al passaggio lasciano un alone bianco, una patina che protegge la pelle trattenendo il sudore all’interno.
La differenza fra i deodoranti e gli antitraspiranti risiede nella presenza o meno e nella quantità dei sali di alluminio. I primi contengono i sali, mentre gli antitraspiranti no – pur avendo la stessa efficacia.

I sali di alluminio fanno male alla salute?

Su questa domanda i pareri sono discordanti. Le università dibattono da anni a suon di ricerche scientifiche sulla relazione fra sali di alluminio e incremento del tumore al seno.
Diversi studi scientifici hanno focalizzato la loro attenzione sulla relazione fra cisti neoplastiche (che degenerano in tumori) e presenza di alluminio al loro interno, talvolta riscontrando risultati positivi per questa teoria.
Sebbene gli studi in favore di questa relazione siano diversi, non c’è una certezza scientifica che possa dimostrarne l'esattezza. I dati sono solo parziali o non possono essere strettamente legati al tumore al seno.
In definitiva, al momento si può affermare che non siano dannosi per la salute.

Perché usare deodoranti senza sali di alluminio?

Negli ultimi anni, diverse aziende cosmetiche hanno accantonato i sali di alluminio preferendo formulazioni più naturali e prive di queste sostanze chimiche.
I prodotti senza sali di alluminio lasciano comunque la pelle fresca e pulita. Passare dal 20% di sali di alluminio ad un completo 0% potrebbe inizialmente spaventare o dare l’idea di scarsa efficacia.
In realtà, è tutto l’opposto. Questi prodotti mantengono la pelle fresca senza occludere i pori, e in più proteggono realmente la pelle non interferendo con la naturale sudorazione.
Per questo motivo sono particolarmente consigliati per chi ha pelle sensibile che si irrita con i più comuni deodoranti in commercio.
Tuttavia, anche questi anti-traspiranti devono essere applicati con le stesse accortezze dei classici deodoranti.
Il fatto che non lascino quella “patina” da deodorante classico non vuol dire che non provochino bruciore quando la pelle è particolarmente irritata o lesa, come a seguito della depilazione. Attenzione quindi a non applicarli immediatamente dopo questi trattamenti, meglio attendere almeno mezzora.
È anche sempre sconsigliabile applicarlo sui vestiti, benché non macchi; per più applicazioni durante il giorno, invece, sono indicati, dal momento che non tolgono traspirazione alla pelle e non rischiano di creare veri e propri muri antitraspiranti.
I deodoranti senza sali di alluminio si trovano anche in formulazione spray e stick, come i classici deodoranti, oltre che nella più diffusa versione roll-on.