sabato 17 novembre 2018

G-ASTRONOMIE: ALLA SCOPERTA DEI NOSTRI TERRITORI TRA CIBO E CIELO

Si è tenuto questa sera, venerdì 16 novembre,  l'incontro alla Biblioteca Arduino di Moncalieri – Via Cavour, 31 dal titolo "Orti e cibo per extraterrestri – da Torino allo Spazio"

Dialoghi con Maria Antonietta Perino - Thales Alenia Space e Liliana Ravagnolo – ALTEC con la conduzione di Antonio Lo Campo, giornalista scientifico. 


La tecnologia spaziale si affaccia su scenari fantascientifici: si progettano viaggi su Marte, stazioni stabili sulla Luna. Ma come si nutriranno i nuovi pionieri dello spazio?
Nell’incontro sono stati illustrati i nuovi progetti per far crescere piante e vegetali negli “orti spaziali”.


È stata inoltre un’ opportunità per conoscere più da vicino la vita sulla stazione spaziale e per assaggiare il cibo degli astronauti grazie alla collaborazione di Thales Alenia Space, Altec, Lavazza, Smat, ditte del nostro territorio che contribuiscono a realizzare e rifornire la Stazione Spaziale Internazionale.

A seguire ci sono stati assaggi del “Cibo degli astronauti”




LA SCIENZA IN CONVENTO. CON PIERGIORGIO ODIFREDDI E VINCENZO PAGLIA

Nel III Centenario della morte del francescano e uomo di scienza, Vincenzo Coronelli (1650-1718), si terrà, venerdì 23 novembre alle 9.30 nella Sala Stampa della Basilica di San Francesco, un convegno dal titolo “La Scienza in Convento”. L’evento prevede anche un momento espositivo, che durerà fino al 6 gennaio, con una mostra di testi e globi di padre Coronelli nella Biblioteca del Sacro Convento di Assisi.


A partire dalle sue opere si terrà un confronto tra le conoscenze scientifiche di quel periodo storico e l’evoluzione della scienza fino ai nostri giorni arrivando all’attuale atlante stellare che censisce oltre un miliardo di corpi celesti. L’appuntamento è inserito nell’ambito del Cortile di Francesco e si svilupperà in una giornata di incontri, dibattiti e visite esclusive alla Biblioteca francescana.

Coronelli non è stato solo ideatore e produttore di globi, cartografo e cosmografo, ma enciclopedista e progettista di opere d’ingegneria, idraulica e architettura. Il francescano è conosciuto al mondo anche e soprattutto per gli straordinari globi terrestri e celesti tra i quali quelli donati a Re Luigi XIV, conservati nella Biblioteque Nationale de France.



L’appuntamento di venerdì sarà un viaggio tra scienza e fede nel corso dei secoli che si concluderà alle 17.30 con un confronto dal titolo “L’uomo e il cosmo tra scienza e fede” tra il Presidente della Pontificia accademia per la vita, Mons. Vincenzo Paglia e il matematico Piergiorgio Odifreddi, modera padre Enzo Fortunato.

Per maggiori informazioni www.cortiledifrancesco.it
IL PROGRAMMA
ORE 9.30 – Visita esposizione presso la Biblioteca del Sacro Convento 
ORE 10.30 – I GLOBI DEL CORONELLI
Pierluigi Mingarelli, Direttore Laboratorio Scienze Sperimentali di Foligno – Introduzione e coordinamento
Enrico Sciamanna, Storico dell’arte – I grandi globi del Coronelli. Capolavori della cosmografia e cartografia da Venezia a Parigi
Silvia Pugliese, Coordinatrice Dipartimento Tutela, Conservazione, Prevenzione, Restauro – Biblioteca Marciana di Venezia – Il globo celeste da tre piedi e mezzo del 1689. Studio e analisi per un restauro
Roberto Nesci, docente Astrofisica, Università La Sapienza di Roma – Dai globi del Coronelli all’atlante stellare di Gaia, missione dell’Agenzia Spaziale Europea: oltre un miliardo di astri. 
Mario Tei, Laboratorio Scienze Sperimentali di Foligno – Gli strumenti scientifici del Fondo Antico, origini ed evoluzione della ricerca e strumentazione scientifica. Da alambicchi e microscopi all’acceleratore del CERN di Ginevra 
ORE 15,00 – VINCENZO CORONELLI: FRANCESCANO E UOMO DI SCIENZA
Vincenzo Rosito, Pontificia Facoltà Teologica San Bonaventura – Seraphicum di Roma – Introduzione e coordinamento
 Luciano Bertazzo, Centro Studi Antoniani, Padova – S. Maria Gloriosa dei Frari, il “laboratorio” umano e culturale veneziano del p. Coronelli
Felice Autieri, Istituto Teologico di Assisi – Vincenzo Coronelli: francescano e uomo di governo
Fabrizio Bonoli, Università degli Studi di Bologna – Vincenzo Coronelli: descrittore o studioso del Cosmo?
Flavia Marcacci, Pontificia Università Lateranense di Roma – Di astri, pianeti e della loro sostanza: il libro I dell’Epitome cosmografica di Coronelli
Paolo Capitanucci, Istituto Superiore di Scienze Religiose di Assisi – Il “sogno enciclopedico” di P. Vincenzo Coronelli
Giuseppe Buffon, Pontificia Università Antonianum di Roma – Conclusioni

ORE 17.30 – L’UOMO E IL COSMO TRA SCIENZA E FEDE

Vincenzo Paglia e Piergiorgio Odifreddi, modera Enzo Fortunato

venerdì 16 novembre 2018

Quanto costa avere un POS?


Il POS è un dispositivo che permette di effettuare pagamenti con la moneta elettronica, cioè utilizzando strumenti finanziari come carte di credito, bancomat o prepagate.
Questo strumento può essere utilizzato solo da un commerciante, da un libero professionista oppure da un artigiano che, in cambio della cessione di beni o servizi possono avvalersi di questo metodo di pagamento.
Affinché le figure professionali appena citate possano usufruire del POS è necessario sostenere alcuni costi. Questo aspetto rappresenta uno svantaggio per i commercianti, e non solo, che talvolta preferiscono rinunciare al dispositivo elettronico, perdendo l'occasione di avere un numero maggiore di clienti.
Sembra, infatti, che alcuni studi condotti dal The Paypers abbiano evidenziato come 1 potenziale acquirente su 5 esca da un negozio senza fare compere quando non è presente il POS tra i metodi di pagamento.
Vediamo quindi in maniera approfondita e dettagliata l’argomento “costo POS”.
POS: i costi per l'installazione
Non è semplice definire gli oneri legati all'utilizzo del POS da parte dei commercianti, dei liberi professionisti e degli artigiani perché essi dipendono da alcune variabili che, in quanto tali, non sono facili da prevedere.
Tuttavia, esistono quattro elementi che possono essere analizzati.
Il primo costo da affrontare, per chi installa un dispositivo POS, riguarda proprio la fase dell'allacciamento dello strumento nella propria attività commerciale.
La spesa da sostenere per l'installazione si riferiscono all'acquisto dell'hardware che permette al terminale di funzionare. In questa voce è compreso anche il costo da sostenere per l'avvio dello strumento ad opera del tecnico specializzato, che effettua la procedura a domicilio.
L'operazione di avvio del dispositivo di pagamento prevede: l'assegnazione di una chiave elettronica al POS, l'associazione tra il lettore e il proprietario del POS, la configurazione della rete e il primo test, che consiste in una transazione di denaro, per verificare che lo strumento funzioni correttamente.
Un altro costo che il proprietario di un POS deve sostenere è il canone mensile. Stiamo parlando di una quota fissa che il titolare del dispositivo di pagamento elettronico è tenuto a versare per coprire le spese relative all'acquisto dell'hardware. In sostanza, è prevista una dilazione di pagamento con cadenza mensile.
POS: i costi per le transazioni di denaro
Quelle analizzate fin qui sono le spese relative all'installazione e quindi non fanno riferimento ai costi relativi all'impiego del dispositivo. Questi, infatti, vengono commissionati al proprietario del POS solo se lo strumento viene utilizzato per le transazioni di denaro e possono essere distinti in due categorie:
costi fissi per il trasferimento di denaro. In genere, non superano i 10 centesimi di euro e, il cui valore, varia in base agli istituti di credito a cui ci si appoggia. Quest'onere viene imposto su ogni singola transazione di denaro.
Pur trattandosi di una cifra irrisoria la titubanza dei commercianti non sorge per i pagamenti di rilievo, ma per quelli di poche decine di euro. In effetti, se la transazione è dell'ordine di 10 euro, il costo per il commerciante è di 0,10 centesimi di euro ossia l'1% dell'incasso.
L'aliquota sui trasferimenti di denaro, parliamo di una percentuale trattenuta dall'incasso dell'esercente, il cui valore dipende dalla somma oggetto della transazione e perciò, più questa sarà alta maggiore sarà il costo che il proprietario del POS dovrà sostenere.
Si tratta di una percentuale che dipende da due fattori ossia il circuito utilizzato e il tipo di carta con cui si effettua la transazione (carta di credito o di debito, carta business o consumer, etc.).
POS: i costi sono prevedibili?
Quando un esercente decide di mettere a disposizione della sua clientela il dispositivo elettronico per i pagamenti, non può prevedere in anticipo quali saranno i costi relativi al POS.
Il motivo per il quale è difficile immaginare quali siano le spese da affrontare è legato a due fattori impossibili da pronosticare: le commissioni che l'esercente versa ad ogni istituto di credito, emittente di una carta, che variano da banca a banca. I costi relativi al circuito utilizzato per eseguire la transazione, invece, dipendono dal tipo di carta utilizzata.
Un altro fattore che determina la difficoltà nella previsione dei costi da sostenere per un POS è definito da alcuni elementi come: la politica commerciale, la storia dell'imprenditore, il volume degli affari e quindi dei pagamenti effettuati tramite POS, il rapporto tra l'esercente l'istituto di credito e così via.
Gli istituti di credito, anche se hanno l'opportunità di imporre le proprie percentuali sulle transazioni, sono comunque limitati, infatti l'aliquota non può mai superare il 2%.
Per comprendere a fondo per quale motivo è difficile prevedere a priori quale sarà il costo da sostenere per il proprietario del POS, è possibile sintetizzare affermando che per l'esercente vi è l'eventualità di imbattersi in istituti bancari che richiedono una percentuale inferiore all'1% o in banche che esigono il 2%.
POS esiste una versione economica?
Negli ultimi anni sta diventando sempre più popolare la versione mobile del POS. Il suo successo è legato sia alla praticità del dispositivo wireless, che all'aspetto economico che lo contraddistingue.
Per un esercente disporre di un POS mobile (vedi SumUp) rappresenta un grosso vantaggio perché gli permette di ridurre i costi relativi all'installazione che, invece, sono previsti per il dispositivo tradizionale.
In effetti, questo congegno elettronico può essere attivato e messo in funzione da remoto, permettendo al proprietario del POS di decidere quando eseguire la procedura di attivazione.
In questo modo, le spese relative a questa operazione sono completamente azzerate.
Un altro costo che viene soppresso quando si decide di acquistare un POS mobile, riguarda quello relativo al canone mensile. Il dispositivo di pagamento elettronico mobile, infatti, diventa di proprietà dell’esercente in modo definitivo.
Anche con la versione mobile non è facile per il proprietario del POS prevedere i costi mensili che dipendono dall'utilizzo del dispositivo, tuttavia vi è la certezza di ridurre quelli relativi all'acquisto e all'installazione.
Conclusioni
Nell'era digitale la moneta tradizionale sta lentamente lasciando il posto a quella elettronica.
I motivi sono numerosi ma, senza dubbio, la ragione principale è legata alla possibilità di circolare senza dover portare con sé denaro contante e quindi riducendo il rischio di subire rapine e di perdere tutto.
Rinunciare a questa opportunità per un commerciante è davvero un grosso azzardo che potrebbe influenzare notevolmente l'andamento dell'attività.

martedì 13 novembre 2018

UNA NUOVA TAPPA DI “GIOCHI DI INORTO” DELLA FONDAZIONE BONDUELLE PER SENSIBILIZZARE I PIÙ PICCOLI

La Fondazione Bonduelle porta – sabato 17 novembre, presso il negozio Città del Sole di Morbegno - il progetto “Giochi di inOrto”. Un’attività educativa ludica pensata per sensibilizzare i bambini sull’importanza del consumo di verdura e frutta – nel quadro di un’alimentazione sana ed equilibrata – attraverso attività mirate alla scoperta del gusto di non sprecare cibo e risorse.



L’iscrizione è libera e viene aperta prima dell’inizio del gioco presso il negozio Città del Sole (Via Garibaldi, 34, Morbegno). I bambini verranno suddivisi in diversi turni – dalle 15.00 alle 18.00 – per assicurare l’ottimale svolgimento del gioco all’interno del negozio.

Disponibili ulteriori informazioni relativamente al negozio sul sito ufficiale di Città del Sole: www.cittadelsole.it/‎.

Questa tappa di “Giochi di inOrto” si terrà in concomitanza della manifestazione “Fiera d’Autunno” presso il Polo Fieristico di Morbegno. Tre giorni dedicati alle eccellenze enogastronomiche con numerosi eventi collaterali per adulti e bambini attraverso otto aree tematiche. Tra queste l’area tematica “Agricola! Tutto per il giardinaggio”. Molta della storia di ciascuna persona è, infatti, racchiusa nell’agricoltura: ogni persona è stata almeno una volta un piccolo giardiniere o agricoltore.

La Fondazione Bonduelle condivide da sempre questi valori. Per questo, all’interno del negozio di Città del Sole, attraverso il gioco, avvicinerà i più piccoli verso giuste pratiche di vita quotidiana e sane abitudini alimentari.

I bambini tra i 5 e i 12 anni si mettono in gioco seguendo, attraverso diverse prove e domande, il percorso per raggiungere l’obiettivo finale: la creazione di un vero e proprio orto all’interno di un piccolo giardinetto recintato.

Oltre a rispondere alle domande, bisognerà superare delle prove pratiche. I giochi interattivi hanno, infatti, lo scopo di insegnare ai bambini diverse attività come la preparazione del terreno, la semina, la cura e il raccolto delle piantine. Insomma, un’occasione per sensibilizzare i più piccoli a mangiare le verdure e a un consumo consapevole.

Un progetto ideato e realizzato in Italia nel 2012 dalla Fondazione Bonduelle che - sin dal suo arrivo nel 2005 - ha promosso molte iniziative volte a promuovere un’alimentazione sana e sostenibile sul territorio nazionale.

“Dopo il successo della tappa di Crema nel mese di ottobre, la nostra attività di sensibilizzazione continua e copre, questa volta, la provincia di Sondrio.” – afferma Laura Bettazzoli, Responsabile della Louis Bonduelle Foundation per l’Italia – “È per noi fondamentale sensibilizzare e diffondere consapevolezza sullo spreco alimentare e sull’importanza del consumo di frutta e verdura. I bambini, sin da piccoli, vanno aiutati a diventare dei futuri adulti rispettosi del mondo che li circonda. Ed è proprio in questa direzione che andiamo avanti.”

LOUIS BONDUELLE FOUNDATION 


Nata in Francia nel 2004 e approdata in Italia dal febbraio 2005, è un istituzione senza scopo di lucro che dal 2005 si impegna concretamente in Italia per fare in modo che le verdure entrino a far parte del consumo quotidiano con iniziative utili, pratiche e originali.

La Fondazione si propone, come mission sociale, di favorire un’evoluzione sostenibile dei comportamenti alimentari, nel rispetto dell’umanità e del pianeta. Le attività sono, infatti, finalizzate a informare le popolazioni e sviluppare le conoscenze scientifiche, incoraggiandone anche l’applicazione sul campo.

Le tre principali azioni concrete della Fondazione:

  • Informazione e sensibilizzazione: elabora e diffonde informazioni mirate a contribuire all’evoluzione dei comportamenti quotidiani. 
  • Sostegno alla ricerca: promuove la ricerca scientifica in varie discipline, con particolare focus nel campo medico e della nutrizione, per favorire il progresso nell’alimentazione sostenibile. 
  • Azioni sul campo: sostiene azioni concrete portate avanti da attori locali, che si propongono di accompagnare i consumatori verso comportamenti alimentari sostenibili. 

Nel corso degli anni ha dato vita a un intenso programma di attività mirate sul territorio, sostegno alla ricerca, campagne d'informazione e un sito web dedicato http://www.fondation-louisbonduelle.org/it/

giovedì 8 novembre 2018

INTERVISTA AL PROF. PELLEGRINO CONTE, AUTORE DI "FRAMMENTI DI CHIMICA"

Prof. Pellegrino Conte
Ho recentemente letto il libro "Frammenti di Chimica", scritto dal Prof. Pellegrino Conte, Ordinario di Chimica Agraria presso l'Università degli Studi di Palermo, e pubblicato da C1V Edizioni. Ho poi scritto una recensione - inerente soprattutto le bufale sullo zucchero - sul blog Cibo al microscopio.

Successivamente ho pensato a delle questioni generali che interessano tutti i lettori non chimici, e quindi ho posto alcune domande al Prof. Conte. Qui sotto potete leggere le sue risposte. Spero vi siano utili per individuare le bufale, capire quando un articolo scientifico è attendibile e - infine - trovare una strada per comprendere la chimica

Quando leggiamo una qualunque notizia, quali sono i principali elementi che ci fanno sospettare che si tratti di una bufala?

Non è facile. Le bufale ben costruite mescolano notizie vere, verosimili e false in modo tale che l’insieme appaia molto credibile. Chi non ha una preparazione tecnica, non è in grado di distinguere il vero dal falso e, di conseguenza, non è in grado di capire se ciò che legge/sente sia reale oppure no. Un esempio molto noto è il mito della salubrità dello zucchero di canna rispetto a quello raffinato. Quante volte ci siamo sentiti dire che il primo è migliore del secondo in termini nutrizionali? Questo perché la melassa presente nello zucchero di canna contiene vitamine del complesso B, sali minerali e altri nutrienti indispensabili per la nostra sopravvivenza. Se le cose stanno così, non possiamo che accettare il fatto che lo zucchero di canna sia migliore di quello raffinato. Chiunque faccia una ricerca in rete o apra un qualsiasi libro di chimica alimentare può facilmente verificare l’attendibilità di ciò che ho appena detto. Tuttavia, manca un pezzo di informazione. La quantità di nutrienti contenuta in 100 grammi di zucchero di canna (in cui la melassa è solo il 4% in peso del totale, nel migliore dei casi) rappresenta molto meno dell’1% in peso di quanto noi abbisogniamo quotidianamente. Questo vuol dire che per assumere una dose di nutrienti che copra meno dell’1% della dose giornaliera media abbiamo bisogno di assimilare più di 100 grammi di zucchero di canna al giorno. Avete presente quanti sono 100 g di zucchero di canna? Considerando che ogni sacchettino di zucchero di canna al bar contiene dai 5 ai 6 grammi di prodotto, ne viene che 100 grammi corrispondono a circa 20 sacchettini. Quanti caffè/cappuccini dovremmo prendere ogni giorno per consumare questa quantità di zucchero di canna? E tutta questa caffeina ci farebbe bene, considerando che al massimo possiamo assumerne una quantità che corrisponde a circa cinque espressi al giorno senza tener conto che, in questo modo, non dovremmo assumere altri alimenti che ne contengano (dati EFSA - Autorità europea per la sicurezza alimentare)?

Ma non basta. Se seguissimo le indicazioni che ci vengono date dall'organizzazione mondiale della sanità (OMS) per evitare obesità e problemi ad essa correlati, dovremmo consumare ogni giorno (considerando tutte le possibili fonti, incluse pane, pasta, dolci etc.) una quantità di zucchero che deve fornire un ammontare di energia termica inferiore al 10% del totale di cui abbiamo bisogno quotidianamente. Questo vuol dire che io che faccio un lavoro intellettuale ho bisogno di circa 2000 kcal al giorno; di queste meno del 10 % devono venire dagli zuccheri, ovvero circa 200 kcal al giorno; questa quantità di energia termica corrisponde a 10 sacchettini di zucchero di canna, cioè circa 50 grammi. Insomma, per farla breve, senza mangiare né pane, né pasta ne altri alimenti che possono contenere altre forme di zucchero, io dovrei mangiare 50 grammi di zucchero di canna al giorno solo per assimilare una quantità di nutrienti veramente irrisoria. Lo ripeto: molto meno dell’1% del mio fabbisogno giornaliero. Direi che è molto meglio mangiare un frutto, della verdura e qualche altro alimento che non solo è in grado di riempirmi di più lo stomaco (e, per questo, soddisfa meglio il mio senso di fame) ma mi apporta nutrienti in quantità ben maggiori.

Qual è la morale di tutto ciò? Semplicemente che senza una preparazione adeguata non è possibile riconoscere le bufale. La preparazione adeguata fornisce gli strumenti per farsi le domande giuste e poter separare ciò che è vero da ciò che è verosimile o palesemente falso, come nel caso della leggenda dello zucchero di canna vs quello raffinato.


Quando leggiamo un articolo di fonte scientifica, quindi tendenzialmente affidabile, quali criteri dobbiamo usare per verificare la sua effettiva attendibilità?

Non necessariamente un articolo di fonte scientifica è affidabile. Sono tanti i lavori scientifici, soprattutto pubblicati da premi Nobel, in cui sono riportate sciocchezze. Vogliamo, per esempio, parlare di quanto scritto da Linus Pauling, due volte vincitore del premio Nobel nel 1954 e nel 1962, in merito alle proprietà taumaturgiche della vitamina C? E cosa dire della memoria dell’acqua, le prove della cui validità sono state riportate in un paio di lavori di Montagnier, vincitore del premio Nobel nel 1983 per la scoperta del virus HIV? Vogliamo dimenticare Kary Mullis, premio Nobel nel 1993 per aver apportato i miglioramenti che hanno consentito alla tecnologia PCR (Polymerase Chain Reaction) di diventare importantissima nella biochimica e nelle biotecnologie, per le sue posizioni critiche in merito alla relazione causa/effetto tra HIV e AIDS, al riscaldamento globale e al buco dell’ozono?

In effetti nel mio blog più volte ho descritto le sciocchezze scritte da diversi scienziati quando arrivano alla fine della loro carriera. Nel 2008 fu coniata anche la locuzione “Nobel disease” (che si potrebbe tradurre come “morbo da Nobel”) per indicare gli errori in cui i vincitori del famoso premio incorrono quando si addentrano in campi che non sono strettamente legati alla loro specializzazione. In realtà, non esiste un modo immediato per riconoscere l’affidabilità di un lavoro scientifico. A meno che non ci siano chiari errori nell'impianto sperimentale (ma questo è qualcosa che solo chi lavora nel settore può riconoscere), l’attendibilità di un lavoro scientifico, e delle teorie ivi esposte, si misura nel tempo.

In altre parole, una volta pubblicato, un lavoro diventa patrimonio dell’intera comunità scientifica che si attiva per riprodurlo, confermarne le conclusioni e valutare le capacità predittive delle ipotesi in esso formulate. Solo dopo anni e tante ripetizioni, che aggiungono valore a quanto riportato nel lavoro scientifico, quest’ultimo può ritenersi attendibile. Si pensi, per esempio, che il lavoro di Wakefield, che correlava autismo e vaccini, è stato ritirato dalla letteratura solo dopo una decina di anni dalla pubblicazione. Tutto questo tempo è stato necessario per capire i motivi delle incongruenze di quanto dichiarato dagli autori e quanto, invece, trovato da ricercatori nei vari laboratori sparsi in giro per il mondo.

Per divulgare la chimica è più utile un libro (come "Frammenti di Chimica") che punta a smascherare le bufale oppure un libro di divulgazione chimica generale, molto semplificato ed accessibile a tantissime persone?
Secondo me non esiste un unico modo per fare corretta divulgazione. Ognuno sceglie l’approccio che gli è più congeniale. Nel mio caso ho scelto di semplificare senza banalizzare. Non sono un divulgatore di professione, ma un docente universitario che fa ricerca in ambito ambientale. Come “istruttore” di giovani menti ho il dovere di progettare un percorso didattico che possa prima scavare le fondamenta e, poi, consentire la costruzione delle enormi impalcature rappresentate dalla nostra conoscenza scientifica. Cercando di non essere banale, è quello che ho tentato di fare nel mio libro. In ogni capitolo ho prima fornito le informazioni necessarie per scavare le fondamenta, poi ho costruito le impalcature sulle quali ci si può muovere con relativa sicurezza per porsi le domande in autonomia e cercare di costruirsi una propria conoscenza avendo come riferimento le cose attualmente note.

L’intento è stato quello di far capire che una semplice ricerca su Google, su Wikipedia o altri data base non è sufficiente per ottenere risposte complete. Oggi chiunque può scrivere di qualunque cosa anche senza avere alcuna conoscenza specifica. Come si può, senza alcuna base, riconoscere le sciocchezze di chi dice che è possibile sciogliere 150 mg L-1 di ossigeno in acqua? Per poter smascherare questa sciocchezza è necessario conoscere la chimica fisica dei gas, la legge di Henry e molto altro ancora. Quindi, prima di dire che non si possono sciogliere 150 mg L-1 in una bottiglia di acqua, bisogna fare una disamina su ciò che già si sa e, sulla base di questo, portare il lettore alle più logiche conseguenze. Se qualcuno non è d’accordo, deve portare le prove di ciò che afferma perché l’onere della prova spetta a chi fa affermazioni straordinarie, non a chi trae le proprie conclusioni sulla base di ciò che è già noto.

Dato il comportamento scorretto di alcune persone sul web (che attaccano direttamente senza argomentazioni valide) e gli scarsi (o nulli) compensi sul mercato, perché un divulgatore scientifico dovrebbe continuare a svolgere la propria attività?

Non ho una risposta che abbia validità generale. Posso solo rispondere in merito a quelle che sono le mie scelte. Penso che parte delle responsabilità in merito alla diffusione delle fake news sia di noi accademici. Per troppo tempo ci siamo disinteressati di quanto accadeva in rete convinti che le fake news fossero solo un passatempo innocuo e non fosse importante mettersi a dare tante spiegazioni; “è importante fare didattica, ricerca e pubblicare” era il nostro leitmotiv. In effetti è vero. Siamo pagati per insegnare, fare ricerca e pubblicare. Ma questo atteggiamento ci ha fatto sottovalutare il ruolo della rete nei meccanismi di diffusione delle notizie (vere o false che fossero) con la conseguenza che oggi è sotto gli occhi di tutti.

Mi sono chiesto: è possibile che il nostro ruolo nella società si limiti a farci restare chiusi nei nostri uffici/laboratori per produrre una conoscenza comprensibile solo agli addetti ai lavori? È possibile che ci dobbiamo limitare a trasferire conoscenza ai soli studenti che, per scelte legate alle loro passioni, si iscrivono all'università? E mi sono dato una risposta negativa.

Come accademici dobbiamo divulgare non solo quello che facciamo ma anche ciò che sappiamo; dobbiamo coinvolgere il pubblico che ci paga per pensare in quelli che sono i risultati delle nostre conoscenze acquisite mediante il nostro lavoro di ricerca. Il problema è che divulgare non è facile. Non posso utilizzare il linguaggio che uso in un’aula universitaria quando mi rivolgo ad un pubblico eterogeneo fatto di professionisti di ogni settore e da persone con grado di istruzione medio-basso. Cosa fare, allora? Come comportarsi? Non ci sono soluzioni di carattere generale. Si impara per tentativi ed errori anche grazie ai “comportamenti scorretti” delle persone che si sentono toccate personalmente dalla razionalità scientifica e dalla smitizzazione delle loro convinzioni. Per fortuna ho incontrato Alessia, che è diventata la mia compagna, che non solo mi insegna a modulare le mie espressioni e ad usare il linguaggio corretto a seconda delle circostanze, ma gestisce anche il mio blog in cui io metto i contenuti e lei li organizza per renderli appetibili a tutti.

Grazie Prof. Pellegrino Conte, anche questa intervista è un modo per divulgare la scienza. E voglio ricordare a tal proposito il ruolo di Gravità Zero, perché con Gravità Zero ho iniziato nel mese di novembre 2008 la mia attività di divulgatore scientifico. Ed oggi festeggio 10 anni di scienza divulgata.

Walter Caputo