martedì 4 marzo 2014

NEUROETICA E PSICOLOGIA

Dal secondo dopoguerra ad oggi si è andato sempre più sviluppando lo studio del cervello e come esso produce i comportamenti. La sperimentazione in questo ambito e più in generale nelle neuroscienze e neurotecnologie ha dato vita ad un ambito di studi chiamato neuroetica. Con questo termine ci si riferisce sia all'indagine sulle implicazioni etiche della ricerca e della pratica clinica, sia alla comprensione di come il cervello funzioni.

I primi esperimenti sul fuonzionamento del cervello da un punto di vista psicologico/comportamentale risalgono agli anni sessanta/settanta. Gli esperimenti di Milgram sull'obbedienza (1961) e di Zimbardo sui cambiamenti psicologici indotti dalla condizione di prigioniero e carceriere (1971), hanno dimostrato che persone - del tutto comuni e senza precedenti di violenza - possono subire l'influenza del contesto e diventare pericolosi.


La conseguenza fu lo svilupparsi di un dibattito sullo svolgimento delle ricerche su feti, carcerati, bambini e malati di mente, e la stesura del Rapporto Bomont sui principi etici e le linee guida per la protezione dei soggetti umani nella ricerca comportamentale e biomedica. I principi da seguire sono: - rispettare l'autonomia dei pazienti e rispettare quelli meno capaci di autodeterminarsi; - farsi guidare dal principio di beneficialità e non maleficialità; - condanna delle discriminazioni a qualunque livello: di genere, sociale, economico; - consenso informato, diritto alla privacy.

 Così gli interventi sul corpo, sulla mente e sul comportamento devono perseguire l'obiettivo di  fornire un maggior benessere e ridurre la sofferenza. Tuttavia il problema del consenso informato si declina in modo particolare quando si tratta di pazienti neurologici o psichiatrici: le malattie del cervello possono colpire la capacità di prendere decisioni, dando luogo al problema di chi dovrebbe prendere le decisioni in questi casi. Sebbene quasi nessuno avrebbe da eccepire sull'idea di togliere un tumore dal cervello anche se ciò causerà modificazioni nel comportamento della persona, se si parla di intervenire sul cervello per curare una diagnosi psichiatrica la questione si fa spinosa. In passato, interventi di lobotomia o shockterapia erano considerati leciti.

Con l'entrata in campo degli psicofarmaci l'opinione pubblica rispetto all'uso di queste pratiche terapeutiche è cambiata. Oggi sono gli impianti neurali a richiamare l'attenzione della riflessione etica. Parliamo della stimolazione cerebrale profonda (DBS) per i disturbi motori, della stimolazione del nervo vago (VNS) per l'epilessia e la stimolazione magnetica transcranica (TMS) per i disturbi motori e per forme gravi di depressione. Purtroppo queste tecniche hanno anche avuto come effetti collaterali la disinibizione del comportamento sessuale, la riduzione della percezione del rischio con conseguenti comportamenti avventati (questi sono anche gli effetti collaterali dei farmaci impiegati nella terapia di queste patologie).

Gli interventi sul cervello possono non solo cambiare il comportamento, ma anche l'identità personale: la persona non si sente più sè stessa. La percezione della continuità dell'identità personale serve al benessere del paziente? E' quindi etico intervenire sul cervello? Noi non siamo gli stessi per tutta la vita, ma poiché i nostri cambiamenti avvengono lentamente, la sensazione che ne deriva è di avere una continuità dell'identità personale.

Quando l'identità subisce sbalzi troppo veloci, per esempio a causa di lutti o malattie, noi percepiamo una discontinuità del sé, che ci crea sofferenza. Risulta quindi comprensibile che alcuni pazienti sottoposti a DBS abbiano chiesto la rimozione dell'impianto a scapito dei benefici motori che essa procura.


E' possibile continuare ad approfondire l'argomento leggendo il libro di Corbellini, Sirgiovanni Tutta colpa del cervello, ed. Mondadori Education.


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