venerdì 15 aprile 2016

L'ABBANDONO UNIVERSITARIO: UNA RICERCA (parte prima)

La nostra attività di psicoterapeuti presso l’AssociazioneE.C.O. ci porta spesso in contratto con studenti appartenenti a diverse Facoltà Universitarie in difficoltà nel loro percorso di studi. Il lavoro sviluppato con loro ci ha permesso di interrogarci, confrontarci e crescere su un tema importante, quello dell’abbandono degli studi.


L'abbandono universitario è un fenomeno sociale frequente in Italia - Shutterstock 


.
Per dare una dimensione al problema dell’abbandono universitario, riportiamo di seguito alcuni dati statistici. Malgrado tale fenomeno rappresenti un’ingente dispersione di risorse in termini sia economici sia di capitale umano, sono relativamente pochi gli studi che hanno contribuito all’individuazione degli elementi che lo caratterizzano e che favoriscono la sua diffusione. 


Mediamente negli ultimi anni più del 20% degli studenti ha lasciato l’Università in Italia dopo un solo anno di corso, percentuale che s’incrementa notevolmente, negli anni successivi al primo. Se si considerano gli abbandoni nei primi due anni, la quota di studenti che lasciano il proprio corso sale al 39.3%, mentre la percentuale degli abbandoni nei primi tre anni risulta pari al 45.2%. A dieci anni di distanza dall’immatricolazione, si osserva una percentuale media di studenti laureati pari ad appena il 30.5% del contingente iniziale, mentre la quota complessiva di abbandoni è pari al 56.8% delle matricole; una frazione non trascurabile di studenti (12.7%) risulta infine ancora iscritta dopo dieci anni di carriera universitaria.

Il fatto che un immatricolato su cinque non confermi l’iscrizione all’anno successivo, evidenzia la gravità della situazione. I numerosi casi di abbandono degli studi universitari pongono l’Italia nei posti più bassi delle classifiche europee sul numero di laureati in rapporto alla popolazione: solo il 22,3% dei giovani tra i 25 e i 34 anni porta a compimento gli studi accademici, contro il 35% del resto d’Europa (Fonte: MIUR - Ufficio di Statistica; elaborazione su dati MIUR - Ufficio di Statistica, Marzo 2015.).

Alcune ricerche hanno cercato di identificare i differenti ordini di motivazioni che si trovano all’origine della scelta di lasciare gli studi, di quantificarne l’incidenza e di analizzarne le caratteristiche. In particolare hanno verificato quanta parte degli abbandoni è attribuibile a fattori di tipo sociale (quali ad esempio il background economico e culturale o la condizione lavorativa) e quanta parte può essere ricondotta a responsabilità specifiche dell’ateneo (quali ad esempio la qualità della didattica o la disponibilità di servizi).


Il background economico e culturale: i percorsi scolastici degli individui sono spesso influenzati dalle risorse economiche e culturali di cui dispongono le famiglie alle quali appartengono. Per quanto riguarda il livello di istruzione, si può osservare innanzitutto che solo una minoranza delle matricole (il 17,6%) proviene da un nucleo familiare nel quale almeno uno dei due genitori è in possesso di un diploma di laurea. I dati raccolti da questi studi sembrano mettere in evidenza il fatto che le risorse economiche e culturali di cui dispongono le famiglie esercitano una modesta influenza rispetto alla scelta di interrompere gli studi al primo anno di università.


Il tipo di studi pre-universitari ed il voto conseguito risultano fortemente connessi al tasso di abbandono. La percentuale media di studenti che decidono di abbandonare entro due anni gli studi nel Corso di Laurea di immatricolazione è pari al 29.4% tra i liceali, mentre sale notevolmente tra i diplomati presso istituti tecnici e professionali, per i quali tale quota è pari rispettivamente al 52.7% e 60.2%.

Per quanto riguarda il voto alla maturità, si rileva che passando da una classe di voto a quella superiore il tasso medio di abbandono diminuisce di quasi due punti percentuali. Anche il voto conseguito all’esame di Stato può condizionare la scelta dell’area didattica. All’aumentare del voto ottenuto cresce la propensione alla scelta dei corsi dell’area di ingegneria e dell’area medica.

La condizione lavorativa: le attività lavorative tra gli studenti universitari sono generalmente piuttosto diffuse. Per alcuni studenti il lavoro rappresenta l’attività principale, alla quale affiancare lo studio per esigenze di crescita culturale o per migliorare la propria situazione professionale. Per altri si configura come un’attività secondaria che consente di avere una fonte di reddito o di maturare esperienze professionali spendibili nella ricerca di lavoro dopo la laurea. Un elevato coinvolgimento in attività lavorative pare rappresentare, in molti casi, un forte ostacolo al proseguimento degli studi. I dati confermano l’effetto della condizione occupazionale sulla propensione all’interruzione degli studi.

La valutazione dell’esperienza universitaria:
la decisione di interrompere gli studi può essere naturalmente l’esito di un’insoddisfazione nei confronti dell’esperienza vissuta in Università. La qualità della didattica, piuttosto che le caratteristiche delle risorse e dei servizi messi a disposizione degli iscritti, può infatti influenzare le scelte degli studenti. In generale, la propensione all’interruzione degli studi non appare legata in modo chiaro e univoco al livello di soddisfazione manifestato dagli studenti nei confronti di strutture e servizi dell’università. L’elemento che più di altri sembra esercitare una certa influenza sull’abbandono degli studi fa riferimento alla qualità del lavoro dei docenti dell’ateneo: in corrispondenza di una diminuzione dell’apprezzamento delle loro prestazioni si assiste a un tendenziale aumento della propensione all’interruzione degli studi.

Dati per scontati i difetti delle università italiane la cui risoluzione comporta tempi e modifiche non dipendenti dallo studente stesso, tuttavia questa non è una spiegazione sempre valida per giustificare l’abbandono degli studi. Certamente, agli Atenei può essere attribuita solo una parte della responsabilità di tale fenomeno, essendo molti gli elementi di carattere macro e micro, in primis fattori economici e motivazionali, che contribuiscono a determinarlo.

Come già accennato, pochissimi studi hanno cercato di valutare gli aspetti personali, psicologici e motivazionali che possono essere coinvolti. Prendendo in esame le motivazioni personali rispetto all’abbandono degli studi universitari, vengono spesso prese in considerazione alcune categorie:
  • L’errore nella scelta, dovuto probabilmente anche all’inadeguatezza dell’orientamento e delle informazioni a disposizione degli iscritti. 
  • La mancanza di una sufficiente preparazione scolastica pregressa e alle difficoltà di apprendimento. 
  • La delusione nei confronti degli studi universitari, ritenuti troppo poco professionalizzanti o carenti sul piano organizzativo, sia dei servizi e delle strutture che sul piano didattica. 
  • Le ragioni personali o familiari, ed include per esempio malattia, difficoltà economiche e trasferimenti inconciliabili con gli studi. 

In generale, come già accennato, è il lavoro a risultare al primo posto tra le ragioni dell’abbandono, con percentuali sempre al di sopra del 40% e con un picco massimo del 63% tra gli abbandoni dei corsi specialistici biennali.
La quota di chi abbandona a causa dell’insoddisfazione nei confronti dell’esperienza universitaria è contenuta. Più consistenti appaiono invece le responsabilità indirette dell’università, legate all’orientamento delle scelte degli studenti delle scuole superiori (errore nella scelta), responsabilità per altro condivise con altri organi o istituzioni deputati ad indirizzare o quantomeno supportare queste decisioni, quali ad esempio le scuole superiori stesse. La dimensione dell’errore nella scelta appare contigua a quella che comprende la mancanza di basi necessarie ad affrontare l’università e le difficoltà incontrate negli studi. L’errore nella scelta riguarda il 10,2% degli abbandoni delle specialistiche contro il 30,9% delle triennali. Infine, la categoria delle motivazioni più strettamente personali, legate ad esempio a motivi familiari o di salute riguarda, in media, circa il 15% delle interruzioni. Se si sommano tali motivazioni personali a quelle, altrettanto individuali che riguardano il lavoro si supera, in tutte le indagini, la quota del 50%, a conferma della maggiore incidenza, sul fenomeno degli abbandoni, delle ragioni esterne all’ateneo rispetto alle responsabilità interne dell’università.

Appare legittimo domandarsi quanti di loro darebbero invece priorità agli studi, se l’università fosse migliore e se avessero la consapevolezza di essere inseriti in un percorso formativo in grado di assicurare loro prospettive professionali più soddisfacenti.

Un futuro alquanto incerto e precario per ciò che riserva il post-lauream ed un mercato del lavoro con un rapporto domanda-offerta sfavorevole possono essere direttamente collegati alla perdita di interesse e speranza negli studi che si traduce inevitabilmente in calo della motivazione, disturbi depressivi o di ansia, problemi di studio, impossibilità di concentrazione. Queste difficoltà che causano l’interruzione degli studi si riscontrano spesso in soggetti che in passato avevano dimostrato buone o ottime capacità intellettive.


Nessun commento: