giovedì 2 maggio 2013

L'USO CONTROPRODUCENTE DELLA LINGUA


Ho sempre ammirato, da un certo punto di vista (non amo le leggi che impongono comportamenti culturali), la caparbietà francese di imporre la lingua ai propri concittadini. In Francia, ad esempio, non puoi aprire un negozio ed esporre un'insegna solo in lingua straniera, cosa che in Italia è prassi (pensiamo alle insegne in lingua anglofona). Ma anche nel linguaggio comune. Se esiste un termine italiano per esprimere un concetto, perché utilizzare il corrispondente termine anglosassone? Lo vediamo in molte locuzioni, perlopiù derivate dal linguaggio del marketing: "target" invece di "obiettivo", "Restaurant" invece di "Ristorante"...

L'inglese è lingua universale. "Fa figo" utilizzarla, come un tempo lo era il latino. 
Tuttavia ci sono implicazioni, anche economiche,  a cui non avevo proprio pensato.
Ce ne parla il più grande linguista italiano contemporaneo, Tullio De Mauro.


La gran guerra francese della lingua




Nel 1994 Jacques Toubon, ministro della francofonia, ottenne l’approvazione di una legge severissima per vietare l’uso di lingue e parole straniere in Francia. Il consiglio costituzionale ne abrogò per incostituzionalità alcuni degli articoli più feroci e ridicoli, ma la legge è rimasta in vigore, solo qua e là talora violata. E la legge è legge (in Francia).

La ministra dell’università Geneviève Fioraso nella sua proposta di legge di riordino dell’istruzione superiore, da discutere in parlamento a fine maggio, ha previsto invece che almeno in caso di accordi di scambio con università straniere o di attività finanziate dall’Unione europea i professori possano tenere corsi in lingua straniera. La possibilità di derogare al toubonismo, pur limitata, ha suscitato reazioni negative.

L’Académie française ritiene insufficienti le limitazioni alla deroga e teme la marginalisation del francese nelle università. Reazioni violente sono venute dalla destra dell’Union populaire républicaine, secondo cui Fioraso vende ai mercanti l’università, la scuola e la Francia; e la morte del francese a beneficio dell’inglese americano (e qualcuno aggiunge l’arabo) è alle porte. Le controreazioni sono altrettanto dure e pittoresche. Geneviève Fioraso ha dichiarato che solo con la sua legge si attireranno studenti da India e Corea del Sud: se non la approviamo “nous nous retrouverons à cinq à discuter de Proust autour d’une table, même si j’aime Proust”. Misura e buonsenso non sono ospiti graditi nelle dispute linguistiche.

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