martedì 1 marzo 2016

SBAGLIARE È UMANO: CIÒ VALE ANCHE PER I MEDICI?

Ho sempre detto che la scienza è cultura. Se talvolta la scienza appare un po' arida, oppure troppo piena di parole difficili o anche talmente razionale da perdere l'anima, ebbene alcuni scienziati fanno il possibile per renderla umana. Praticamente tutti i divulgatori scientifici fanno addirittura l'impossibile per strappare ai loro lettori un sorriso o comunque la manifestazione di un'emozione. Infine, i giornalisti scientifici non raccolgono solo notizie, ma anche tutti i sentimenti collegati.

Fulvio Ervas, autore di "Tu non tacere"

Ecco, in questo elenco di valorosi diffusori della scienza, non avevo mai considerato la letteratura, finché non ho letto "Tu non tacere" di Fulvio Ervas, romanzo pubblicato da Marcos y Marcos. Se la scienza penetra in profondità nelle cose, ciò non la rende mera tecnica. Ervas scrive: "Certo, la scienza mostra il corpo umano, anche nelle sue più recondite strutture, e qualcuno teme che, togliendo i veli, la pelle, persino i muscoli, venga desacralizzato. Come se la sacralità del corpo dipendesse dalla sua opacità e non dalla sua spettacolare complessità".

Il romanzo in questione tratta di qualcosa che potrebbe rivelarsi un errore medico con conseguenze molto gravi. Il protagonista cerca la verità, né più, né meno di uno scienziato. Sarà un percorso molto accidentato, in quanto si dovrà confrontare non solo con i suoi familiari, ma anche con sé stesso. Lorenzo "sta solo prendendo le misure al suo mondo", "che quando misuri per bene tante, troppe cose, queste si svelano, perché un buon metro fa scomparire le nebbie come una giornata di sole" (tutte le citazioni di questo articolo sono tratte dal libro di Fulvio Ervas).

Sbagliare è umano. Anche i medici sbagliano, ma quegli errori possono costare molto cari e allora ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità. Anche se la sanità è un sistema molto complesso, ed anche nonostante i casi con gravi conseguenze siano pochi. Ma una cosa è un numero, tutt'altra è la vita di una persona. Ovvero quando ti capita, la statistica non ha più alcun significato.

La scrittura di Ervas è molto asciutta, quasi ridotta all'osso; è così piena di dialoghi che ti sembra di viverci dentro. Tratta temi che la gente non ha voglia di discutere, svolge ruoli scomodi, rivela verità che non ti aspettavi. E poi non finisce come un film. Assomiglia più alla vita, quella che tutti giorni consumiamo, spesso senza pensarci troppo.

Chi non prova, chi non è toccato dal dolore, talvolta presume di capire. Vuole essere "ad ogni costo, una radice quadrata, quel marchingegno che estrae da certi numeri la loro origine, il tre dal nove, il cinque dal venticinque, un senso compiuto dalle faccende confuse".

Nel romanzo di Ervas c'è tutta l'umanità della scienza. E vorrei concludere proprio sull'umanità dei medici, con un passaggio bellissimo tratto dalla parte finale: "Sa cosa fa un bravo medico, quando un paziente, uno a cui tiene, è arrivato a fine corsa? - No - Un bravo medico se lo carica sulle spalle e corre fuori sul prato e gli fa vedere il cielo e gli fa respirare l'aria vera e guardare la terra e guardare, guardare, guardare tutto quello che riesce. Che ogni cosa là fuori cancelli dal cervello i tubi, le macchine, le pareti bianche. Lo riporti nel mondo, alla fine del suo mondo.".

Walter Caputo

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