domenica 29 novembre 2015

ASPETTANDO LA COP21 DI PARIGI

La COP21 di Parigi è imminente. Sapete già tutto su questo evento, così importante per il futuro del nostro pianeta? 



Innanzitutto, il termine “COP” sta per “Conference of Parties”, Conferenza delle Parti. In questo caso, le “parti” sono i 196 firmatari dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change). Questa convenzione è entrata in vigore nel 1994, due anni dopo essere stata stilata all’Earth Summit di Rio de Janeiro. 

Da allora, le “parti” si sono incontrate alla fine di ogni anno, per raggiungere un accordo globale sul taglio delle emissioni di gas serra.

Siamo arrivati ad una concentrazione di CO2, in atmosfera, di 400 parti per milione:
un aumento del 43 % rispetto ai tempi pre-rivoluzione industriale. A quanto pare, il 2015 è stato l’anno più caldo dal 1880. 

Di questo passo, in base alle stime dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), nel giro di vent’anni avremo raggiunto la soglia critica dei 2°C in più: questo è il limite massimo fissato dai climatologi, il punto di non ritorno, oltre il quale gli attuali squilibri potrebbero assumere caratteri catastrofici.

La COP21 di Parigi è l’ultimo momento utile per cercare di schivare il proiettile, e i leader mondiali ne sono consapevoli. A questo servono gli impegni già presentati all’Onu da 166 Paesi, le cosiddette “Indc” (Intended Nationally Determined Contributions), cioè impegni volontari di riduzione. In pratica, i governi si presenteranno a Parigi con piani separati e autonomi, in cui ognuno ha scelto il suo punto di partenza e di arrivo. 

Se vi state domandando il perché di questa strategia, è presto detto. Dopo vent’anni di mediazione da parte dell’Onu, i negoziatori hanno capito che imporre dall’alto degli obiettivi di riduzione non funziona. Non siamo più ai tempi del Protocollo di Kyoto, quando il taglio delle emissioni interessava solo una trentina di Paesi. Adesso bisogna puntare a coinvolgere la maggior parte dei 195 governi che saranno a Parigi.

In ogni caso, anche questa strategia “dal basso” ha i suoi svantaggi. Il primo è che sarà molto più difficile trovare un punto in comune. 

Il secondo è che i vari impegni volontari non bastano per contenere il riscaldamento del clima entro i 2°C. In base all’analisi dell’Unfcc, sommando le riduzioni delle emissioni contenute nelle Indc, si arriverebbe ad un riscaldamento globale di almeno 2,7°C, che è ben oltre la soglia di sicurezza.

Solo poche nazioni, fra cui l’Unione Europea e gli Stati Uniti, hanno specificato degli obiettivi di riduzione in termini assoluti. Ad esempio, gli stati europei si impegnano a riduzioni nazionali di almeno il 40 % nelle emissioni di gas serra, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2030. 

Altre nazioni, come la Cina, non hanno stabilito un target di riduzione, ma un determinato anno entro il quale le emissioni dovranno raggiungere il loro picco. Nel caso della Cina, il 2030. Questo significa che, fino ad allora, le sue emissioni continueranno ad aumentare. Semplicemente, si spinge in avanti il momento in cui la curva delle emissioni dovrà cominciare a scendere; e a quel punto, per evitare le conseguenze più disastrose dell’effetto serra, la discesa dovrà essere molto più precipitosa.

Un impegno per ridurre le emissioni di anidride carbonica è fondamentale; ma un impegno che non sia condiviso con i Paesi a più forti emissioni (appunto Cina, India, USA, ecc.) darà benefici pari a zero. L’augurio è che, a Parigi, si possa stabilire un accordo per alzare progressivamente l’asticella dei tagli. Ma non sarà facile mettere tutti d’accordo.

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