lunedì 11 maggio 2015

ARCHEOLOGIA: INTERVISTA A F. BERNARDINI CHE HA SCOPERTO IL PIÙ ANTICO FORTE ROMANO IN ITALIA

Lo studio pubblicato su Procedings of the National Academy of Sciences riflette una nuova immagine dell'Archeologia: non più scienza che documenta resti di antiche civiltà del passato con metodi tradizionali di scavo, bensì disciplina che si avvale di nuove tecnologie quali il LiDAR, le prospezioni geofisiche e la microsonda elettronica. Il team di scienziati che ha scoperto il più antico accampamento romano italiano, nonchè l'origine dell'antica Tergeste, ovvero la città di Trieste, è internazionale, ma ha l'impronta di un giovane archeologo triestino, Federico Bernardini: ricercatore al laboratorio interdisciplinare dell'International Centre for Theoretical Phisics Abdus Salam di Trieste

Federico Bernardini nel suo laboratorio all'ICTP
Fin da giovane appassionato di Archeologia, ancora adolescente ha partecipato ai primi scavi archeologici a Cupra Marittima nelle Marche, attraverso l’Archeoclub d’Italia e nel Carso triestino, più precisamente nella grotta dell’Edera e nella caverna Pocala,  grazie all’Università di Venezia e al Museo di Storia Naturale di Trieste. Al momento di scegliere il percorso universitario da intraprendere, e indeciso tra la via umanistica o quella geologica allo studio della preistoria, ha optato per l’iscrizione alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste. Tuttavia, una volta laureatosi con uno studio interdisciplinare sulla provenienza di macine in roccia vulcanica del periodo dei castellieri e dopo aver trascorso un periodo in Inghilterra per studiare l’origine di una parte dei monoliti di Stonehenge, si è iscritto alla Facoltà di Geologia per completare la sua preparazione e poter lavore a stretto contatto con specialisti di materie scientifiche. Nel frattempo ha vinto una borsa di dottorato di ricerca dedicata allo studio di asce preistoriche in pietra scoperte in Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Croazia  e ha dovuto abbandonare gli studi geologici. Conseguito il dottorato di ricerca, è stato coinvolto in un progetto dell’ICTP in collaborazione con Elettra Sincrotrone Trieste per lo sviluppo di strumenti analitici avanzati e non distruttivi per lo studio di resti archeologici e paleontologici, finanziato dal Centro Fermi di Roma.

Come ha avuto l’intuizione della presenza di questo sistema di fortificazioni romane nei pressi di Trieste?
Mappa LiDAR del forte romano di S. Rocco
Durante un congresso di geologia tenutosi a Rimini nel 2009 sono venuto a conoscenza che la Protezione Civile aveva richiesto una serie di prospezioni con la tecnologia LiDAR (Light Detection And Ranging) da piattaforma aerea per la zona del Carso triestino. Visto che stavo studiando alcuni castellieri da poco identificati mi ero informato sulla possibilità di avere accesso ai dati LiDAR, senza riuscire ad ottenerli. Per una serie di circostanze fortuite, circa quattro anni dopo, questi dati sono arrivati nelle mie mani. Sono stato infatti contattato da Diego Masiello, guardia forestale e referente del Centro Didattico Naturalistico di Basovizza a Trieste che, allo scopo di definire un percorso didattico tra Italia e Slovenia, aveva bisogno di un parere sulle strutture allora ritenute protostoriche del colle Grociana piccola. Durante un sopralluogo congiunto in questa località ho chiesto se la Guardia Forestale disponesse dei dati LiDAR della provincia triestina. Messo in contatto con il Alessandro Sgambati dell’Ispettorato Agricoltura e Foreste di Trieste e Gorizia, sono riuscito ad averne accesso.
Mappa LiDAR delle strutture di Giociana piccola e Montedoro
Ricordo ancora con emozione il momento in cui il modello digitale del terreno del colle di Grociana ricavato dai dati LiDAR apparve sullo schermo del computer di Sgambati: due grandi strutture rettangolari, completamente diverse dalle murature irregolari dei castellieri preromani, erano perfettamente riconoscibili! Questo momento rappresenta l’inizio delle ricerche sulle fortificazioni romane dell’area triestina.Successivamente, ho fatto delle ricognizioni sul terreno ritrovando resti anforacei romani in gran parte risalenti alla prima metà del I secolo a.C.. Questi primi risultati vennero pubblicati in maniera preliminare in un articolo metodologico apparso nel Journal of Archaeological Science, dedicato all’applicazione del telerilevamento LIDAR ad ambienti carsici per lo studio del paesaggio archeologico.

Ci può descrivere brevemente il LiDAR, la tecnologia che ha utilizzato per scoprire le fortificazioni romane?
Il LiDAR è l’acronimo inglese di “light  detection and ranging”. E’ una tecnica di telerilevamento che permette di produrre modelli digitali del terreno ad altissima risoluzione, anche in aree coperte da vegetazione.  Lo strumento, viene montato su un areomobile di cui si determina la posizione esatta grazie a sistemi GPS e inerziali. Durante il volo  vengono inviati impulsi laser  verso il terreno. Questi colpiscono la vegetazione e vengono parzialmente riflessi ma continuano il loro viaggio fino a toccare il terreno producendo quello che viene definito ultimo riflesso. In base ai tempi ritorno del laser si può calcolare la posizione spaziale dei punti di riflessione. Il risultato è una nuvola di punti quotati con grande precisione che rappresentano sia gli alzati che la vegetazione del terreno. Con una procedura di  filtraggio possono essere eliminati i punti relativi alla vegetazione e si possono creare dei modelli del terreno ad alta risoluzione che permettono di mettere in luce rilievi affioranti sulla superficie indagata, talvolta prodotti da strutture archeologiche.

Quindi lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista americana Prooceedings oh the National Academy of Science of USA espone...
Modelli digitali delle 3 fortificazioni romane
Lo studio da poco pubblicato si è concentrato sul sistema di fortificazioni romane di età repubblicana scoperto nell’area di Trieste. Dopo la scoperta del forte di Grociana piccola, abbiamo studiato l’area circostante, utilizzando i dati LiDAR ma anche fotografie aeree e cartografia storica, per verificare la presenza di possibili strutture militari coeve. Gli sforzi sono stati premiati con l’identificazione di un ampio campo militare centrale, già segnalato per la prima volta vari decenni fa, e un fortino di dimensioni ridotte posto immediatamente a sud del campo principale. Nell’articolo apparso sulla rivista americana abbiamo riassunto e integrato i risultati dello studio LiDAR delle strutture affioranti con quelli ottenuti tramite indagini geofisiche, volte a vedere sotto la superficie del terreno possibili resti sepolti. Infine vengono descritti i materiali archeologici rinvenuti in superficie nelle fortificazioni militari.

Quale forma avevano le strutture che ha rinvenuto?
Il sito di Grociana piccola presenta due strutture di fortificazione di forma rettangolare con un orientamento diverso. La più grande ospita al suo interno quella di dimensioni minori che occupa la parte sommitale dell’altura. Entrambe sono costituite da murature in calcare a secco.
San Rocco, il campo militare di dimensioni maggiori con oltre 13 ettari di estensione, ha una stuttura più complessa e irregolare. La principale struttura di fortificazione ha una forma quasi semicircolare, mentre al suo interno si riconoscono varie murature. Tra queste, sulla sommità della collina una fortificazione rettangolare è ancor oggi ben riconoscibile. I resti del muro della fortificazione principale sono oggi riconoscibili come una variazione topografica, alta poco meno di un metro ma larga fino a 20 metri. E’stata prodotta dal graduale collasso del muro originario, probabilmente fabbricato con la tecnica a sacco con pietre e terra senza l’ausilio di malta. Ipotizziamo che originariamente potesse avere circa 5 metri di larghezza e un’altezza non particolarmente elevata e che potesse servire non solo come difesa ma anche come base da cui colpire il nemico, in analogia con alcuni campi spagnoli coevi.
Infine, il forte di Montedoro è il più piccolo e presenta una forma rettangolare, con un orientamento molto simile alla struttura interna di Grociana piccola. In questo caso le difese sono rappresentate da un fossato esterno e un terrapieno.

Sono stati ritrovati oggetti dell’epoca romana?

Chiodi di calzature romane rinvenute a Grociana piccola - MiBACT

Nella struttura interna del forte di Grociana piccola sono venuti alla luce numerosi frammenti di anfore, probabilmente inquadrabili tra la fine del II e la metà del I secolo a.C.. Nello spazio tra la fortificazione interna e quella esterna non affiorano resti ceramici ma è stato scoperto un chiodo pertinente a una caliga militare romana, la calzatura del legionario. Questi chiodi venivano fissati sulla suola delle calighe per conferire alle stesse la capacità di aderire meglio al terreno. Nella parte interna del reperto di Grociana sono visibili dei segni, una sorta di croce con quattro semisfere, i quali permettono di attribuirlo circa alla metà del I secolo a.C..
Nel campo di San Rocco vari resti di anfore e altri frammenti ceramici sono stati scoperti. Alcune anfore sono dello stessa tipologia di quelle rinvenute a Grociana ma altre, di tipo greco-italico, si datano circa alla prima metà del II secolo secolo a.C. e sono fatte con materiale vulcanico. Le analisi condotte dimostrano che sono state importate dal Lazio o dalla Campania.

Quindi le fortificazioni non erano coeve ?
I materiali archeologici a disposizione, rinvenuti tramite ricognizioni di superficie, permettono di attribuire con una buona sicurezza la prima fase costruttiva di San Rocco alla prima metà del II secolo a.C. Per quanto i materiali di Grociana piccola siano posteriori e per il momento non siano stati rinvenuti manufatti a Montedoro, ipotizziamo che San Rocco sia stato protetto fin dalla sua prima costruzione da strutture minori ad esso collegate. Il fatto che i 3 siti siano collocati su alture tra loro intervisibili supporterebbe questa ipotesi. Il sistema di fortificazione ha continuato ad essere utilizzato fino almeno alla metà del I secolo a.C.. Questo non è per nulla sorprendente se si considera che l’area in esame era in quel periodo una zona di frontiera della Repubblica romana.
In base alla posizione, caratteristiche costruttive, estensione e cronologia del sito di San Rocco ipotizziamo che corrisponda al grande campo costruito dai romani durante il primo anno della seconda guerra contro gli Istri, di cui parla Tito Livio nella sua famosa opera storica.

L’ipotesi più incredibile supportata dai ritrovamenti è quella che le fortificazioni romane di San Rocco rappresentino il sito in cui si sarebbe sviluppato il primo insediamento di una futura Trieste...
Le fortificazioni scoperte, e in particolare quella maggiore di San Rocco, sono tra i piu’ antichi esempi di architettura militare romana in tutta l’area di influenza di questa cultura. Tuttavia, il sito di San Rocco appare particolarmente significativo anche per lo studio della nascita della prima Tergeste. Infatti, fino a oggi, sul colle di San Giusto non sono stati rinvenuti materiali archeologici significativi anteriori al I secolo a.C. e per questo motivo altri studiosi hanno ipotizzato che il primo insediamento di Tergeste debba essere cercato altrove, e in particolare nell’area relativamente fertile e ricca d’ acqua tra il torrente Rosandra e l’Ospo. Solo nella metà del I secolo a.C., con la fondazione della colonia, Tergeste si sarebbe spostata sul colle di San Giusto.
Il campo di San Rocco è il sito romano più significativo noto nell’area di Trieste per il II secolo a. C. sia per le sue dimensioni che per le imponenti strutture di fortificazione poste strategicamente a poca distanza da una sicura fonte d’acqua - il torrente Rosandra - e la parte più protetta della baia di Muggia. Sarebbe illogico immaginare l’esistenza di un sito coevo di simile importanza sul vicino colle di San Giusto. Come se non bastasse, tra le poche fonti disponibili che riportano informazioni sull’origine di Tergeste, Strabone cita Tergeste, attingendo a fonti più antiche, come phrourion, termine greco allora utilizzato per descrivere proprio le fortificazioni dell’esercito romano. Ipotizziamo, quindi, che il primo nucleo di Tergeste si sia sviluppato proprio sul colle di San Rocco, sfruttando le fortificazioni del campo militare.

Quando verrano eseguiti gli scavi archeologici?
Tutto dipenderà dalla nostra capacità di ottenere fondi, indispensabili per effettuare sistematici interventi di scavo, e di confrontarci con la burocrazia. 

Tiziana Brazzatti

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