lunedì 30 aprile 2012

ESPLORATORI PERDUTI. GRAVITÀ ZERO INTERVISTA IL DOTT. STEFANO MAZZOTTI


Approfittando del ponte del primo maggio ci siamo recati a Ferrara per intervistare il dott. Mazzotti, direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara, nonché autore del testo Esploratori perduti (Codice Edizioni 2011).

Dott Mazzotti com'è nata l'idea del libro?
Gli storici si sono più che altro basati sul primo colonialismo italiano tralasciando e facendo cadere nell'oblio la seconda fase, caratterizzata dalle esplorazioni scientifiche. Si è creato così un vuoto storico ed editoriale. Il libro vuole colmare questo vuoto. Il lavoro è stato enorme ed ha richiesto molta analisi e selezione del materiale per poter scegliere gli esploratori più significativi.
La fase storica trascurata è un momento fondamentale caratterizzato da: darwinismo, positivismo, colonialismo e irredentismo. In quel momento storico sono esistiti uomini un po' folli con un approccio tipico degli etnoantropologi (a colonizzare ci pensavano i soldati).

A quei tempi i viaggi scientifici erano finanziati da se stessi, dalla Società geografica italiana e persino dal Ministero della pubblica istruzione, oggi chi finanzia la ricerca scientifica?
Si autofinanziavano perchè erano ricchi o di nobile discendenza. Lo Stato finanziava perchè dietro c'erano motivi coloniali ed economici. Per esempio si è cominciato ad andare in Asia, perchè in Europa erano morti i bachi da seta e non sapevano più come fare. Questi uomini si sono imbarcati con tutt'altro proposito.
Oggi ci sono ancora spedizioni, nonostante i tagli, ma come allora si va avanti grazie alla forza dei singoli.

Ci sono stati esploratori che partivano con “250 uomini armati, e svariati animali da soma e da macello...” e altri che andavano da soli, o con un solo compagno, stracarichi di attrezzi. Anche oggi è necessaria tutta quella attrezzatura, ed un solo farmaco?
Quella era tutt'altra epoca, gli esploratori vivevano in media 70 anni, questo perchè la mortalità infantile era molto alta. Possiamo dire che erano selezionati dalla natura perchè resistenti alle malattie. Per esempio Beccari si è preso il vaiolo su di una nave, ma sceso a terra era subito pronto ad esplorare e reputava di aver avuto una forma leggera rispetto agli altri, perchè aveva assunto litri di un farmaco per la febbre, che in realtà serviva a poco o niente.

Pochi esploratori han fatto arrivare in Italia quantità enormi di reperti. C'è ancora qualcosa da scoprire? Si sta ancora lavorando sulla loro analisi?
Nella seconda metà dell' 800 nascono tutte le cattedre e i musei di storia naturale. In quel periodo abbiamo messo insieme delle collezioni di importanza mondiale, di cui non si parla mai. Siamo arrivati a fornire anche musei esteri, che invece sono noti per le loro collezioni. Per esempio alcune specie di uccelli del paradiso sono state scoperte da esploratori italiani ed oggi sono diventate divi dei documentari della BBC.
Ancora oggi si trovano specie sconosciute. Non sto parlando di insetti, ma di animali di grosse dimensioni come antilopi o addirittura una scimmia. Io stesso sono stato in una spedizione di venti giorni sul versante amazzonico delle Ande Peruviane e abbiamo scoperto animali in merito ai quali abbiamo scritto diversi articoli pubblicati su riviste internazionali.
Si sta ancora lavorando sull'analisi dei reperti raccolti allora. Inoltre si stanno riscoprendo le collezioni storiche, perchè vi si stanno applicando le nuove tecniche di analisi, come le biopsie degli organismi e l'analisi del DNA.

All'epoca un esploratore scientifico aveva caratteristiche poliedriche, per esempio era scienziato, architetto e falegname, cacciatore, raccoglietore e conservatore, procacciatore e agente di viaggio, diplomatico, scalatore,resistente alle malattie e alle lunghe privazioni, fotografo e disegnatore eccelso, pescatore ed esperto di tassidermia, più svariate caratteristiche di personalità. Anche gli esploratore di oggi devono essere così?
Questi naturalisti erano trasversali, potevano catalogare dai minerali all'uomo, con le sue scoperte uno solo di loro poteva riempire un intero museo.
Gli esploratori di oggi hanno il GPS, il satellite e prima di partire son quasi sicuri che abbia senso andare ad esplorare un luogo.
Allora si lavorava anni, si spedivano i reperti via mare, si facevano foto che si sviluppavano in patria. Ad esempio Sella di era trasportato cento lastre di vetro per fotografare, fin sopra i 5000 metri, senza nessuna certezza del risultato.
Se il carico andava perso, erano anni di lavoro e privazioni buttati al vento. Avevano quindi anche una forte resistenza psicologica (resilienza n.d.a.).

Tornando all'interesse scientifico dello Stato, c'era anche da parte del popolo?

Assolutamente si, c'era l'interesse della gente. Esistevano riviste di viaggi e scientifiche. Erano facili da leggere, perchè consideravano la letteratura e la scienza cultura e scrivevano come romanzieri, con la differenza che non inventavano nulla. Non erano da meno anche nello scrivere rapporti scientifici in base alle linee guida dell'epoca. Erano sia scienziati, sia divulgatori.

In conclusione farei una considerazione. Le vite di questi uomini hanno in sé tutti gli elementi che rendono avvincente una storia: avventura, eroismo, patimento, sarebbero perfette per numerose Fiction televisive, che purtroppo oggigiorno potrebbero essere l'unico mezzo per diffondere la conoscenza di queste straordinarie vite...oltre a questo libro, naturalmente.

Luigina Pugno & Walter Caputo


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