lunedì 4 gennaio 2010

L’IMPORTANZA DELLA BIOSTATISTICA

A tutti è capitato, almeno una volta nella vita, di affermare che un determinato farmaco non ha avuto alcun effetto. Se scopriamo di avere una certa patologia, andiamo dal medico, che ci prescrive la “medicina giusta”. Talvolta capita che la medicina non serva a nulla e allora torniamo dal medico e gli manifestiamo tutta la nostra insoddisfazione, chiedendogli se la medicina ha a che fare con la scienza oppure no. Generalmente il medico tende a liquidare con poche battute la nostra domanda e ci prescrive un’altra medicina, dicendoci che è più potente oppure che è proprio quella che fa al caso nostro. Da dove deriva questa incertezza ?

Le riviste specialistiche di medicina contengono molte ricerche sull’efficacia di farmaci, trattamenti, operazioni chirurgiche e analisi cliniche. Dunque basterebbe leggerle: in questo modo qualunque medico potrebbe conoscere quali sono i trattamenti efficaci per una gran quantità di malattie.
Tuttavia, le ricerche si basano sull’utilizzo di metodi statistici per poter trarre conclusioni sull’efficacia o inefficacia di una determinata cura. Non sempre chi ha effettuato la ricerca ha una conoscenza sufficiente delle principali tecniche statistiche. Può capitare che neanche il revisore dell’articolo sia in grado di valutare tali aspetti. Allora diventa necessario per medici e biologi avere competenze statistiche di base per poter valutare da sé la “bontà” delle ricerche scientifiche. Altrimenti, come minimo, verrà sprecato del denaro (dei contribuenti) e, soprattutto, il comportamento dei medici può esporre “pazienti a potenti farmaci, a interventi chirurgici o ad altre terapie che comportano effetti collaterali potenzialmente pericolosi, anche in casi in cui tali terapie non apportano alcun beneficio” (1).

Da ciò deriva l’importanza crescente della biostatistica, ovvero di quella branca della matematica che “fornisce gli strumenti per tradurre l’esperienza clinica e di laboratorio in espressioni quantitative, tese ad individuare se, e in che misura, un trattamento o una procedura abbia avuto effetto su un gruppo di pazienti” (1).
La conoscenza dei metodi biostatistici consente ai medici di lavorare meglio, tuttavia, è innegabile che la complessità intrinseca di tali procedure allontani chiunque dal loro studio. È necessario perciò, da parte degli statistici, uno sforzo per divulgare la conoscenza della propria disciplina in modo che tutti (operatori del settore sanitario, ma anche pazienti) siano in grado di comprendere almeno le principali tecniche di base, in modo rapido e con un piccolo dispendio di energie.
La statistica, d’altronde, è ormai diffusamente utilizzata nel lavoro scientifico: essa è necessaria a causa delle “variazioni cui va soggetto qualunque fenomeno, molte delle quali non hanno spiegazione semplice, o non si possono controllare a piacere. Queste variazioni rendono spesso difficile raggiungere una conclusione completamente soddisfacente” (2). Occorre sperimentare, ma sperimentare costa molto, e allora bisogna ridurre al minimo il numero di soggetti su cui si sperimenta, facendo attenzione agli errori che si commettono quando si prendono in considerazione piccoli campioni. Con ciò si intende dire che l’obiettivo della biostatistica è soprattutto quello di “minimizzare il rischio di errore cui si va incontro adottando un certo modo di pensare o di agire” (2).

Anche i pazienti (cioè, potenzialmente chiunque) dovrebbero conoscere i fondamenti della biostatistica e ciò non certo per amore della cultura scientifica, ma per un fatto molto più pratico: la notevole quantità di denunce a carico di medici per errori commessi.
Oggi i medici sono sempre più consapevoli dei rischi che corrono: basta poco per essere trascinati in tribunale a rispondere delle proprie “colpe”. Il fenomeno è così diffuso che essi hanno dovuto attuare una strategia per difendersi, che porta il nome di “medicina difensiva”. “Si manifesta allorché il medico ordini esami, procedure o visite, o eviti pazienti a rischio, o procedure ad alto rischio, principalmente per ridurre la propria esposizione al contenzioso legale” (3).
Tale comportamento dei medici non solo incide notevolmente sui costi della sanità, ma anche direttamente sulla “vita quotidiana del cittadino costretto, talvolta inutilmente, a sottoporsi ad esami diagnostici in soprannumero intasando di fatto le liste d’attesa” (3). Posto che i pazienti devono sempre dare il consenso informato ai trattamenti che vengono loro proposti, sarebbe utile e opportuno per tutti, che veramente si informassero. Tramite i fondamenti della biostatistica i pazienti potrebbero valutare effettivamente ciò a cui vanno incontro e decidere in autonomia. In questo modo si eviterebbero guerre legali, danni e denaro inutilmente speso. Se i pazienti si assumessero le proprie responsabilità, i medici lavorerebbero meglio, non più in difesa, ma in aiuto del malato.
Utilizzando le parole di Rodolfo Vincenti, presidente dell’Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani, credo che una riforma legislativa più equa (che tuteli in misura più bilanciata sia medici che pazienti) unita ad una conoscenza diffusa della biostatistica presso operatori sanitari e pazienti “sia il percorso corretto per riconquistare la fiducia del cittadino” (3).

(1) Stanton A. Glantz – “Statistica per discipline biomediche – 5^ edizione” – ed. McGraw-Hill, Milano 2003
(2) Luigi Luca Cavalli-Sforza – “Analisi statistica per medici e biologi – 3^ edizione” – ed. Bollati Boringhieri, Torino 1992
(3) Rodolfo Vincenti – “I pericoli della medicina difensiva” – Darwin, bimestrale di Scienze, novembre / dicembre 2009

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