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ASKATASUNA: LA DESTRA RINGRAZIA!

Un’ondata di violenza urbana scuote Torino e riapre una ferita politica profonda: tra slogan antidemocratici, memoria dei partigiani tradita e irresponsabilità civica, il conflitto di piazza rischia di trasformarsi in un boomerang per i manifestanti.


Qui il video del poliziotto aggredito dai manifestanti


C’è un paradosso che attraversa la politica italiana, e che a Torino negli ultimi mesi si è manifestato in modo drammaticamente evidente: ogni spranga alzata, ogni vetrina spaccata, ogni agente preso a calci e bastonate non indebolisce il “sistema”, ma lo rafforza. E soprattutto rafforza chi, da anni, vive di retorica securitaria.

Per questo oggi si può dirlo senza ipocrisie: la destra vi ringrazia.

Le recenti violenze riconducibili — secondo la procuratrice generale — ai simpatizzanti dell’area di Askatasunarappresentano un regalo politico confezionato con cura per l’avversario ideologico. Un assist perfetto. Di quelli che valgono una campagna elettorale intera.


LA MEMORIA CHE TORNERÀ NELLE URNE

Nelle prossime elezioni, a partire dal referendum del 23–24 marzo, i cittadini andranno a votare con negli occhi immagini difficili da cancellare:
un poliziotto a terra, colpito a sprangate da manifestanti impazziti;
una città paralizzata;
negozi chiusi per paura;
quartieri trasformati in zone rosse.

Altro che “conflitto sociale”.
Quelle scene — crude, violente, incontestabili — diventeranno argomento da cabina elettorale.

Commercianti, famiglie, lavoratori, studenti, cittadini comuni: tutti compatti nel condannare gesti che nulla hanno a che vedere con la protesta. Perché quando la violenza esplode in mezzo alla strada, non colpisce il potere, ma chi quella strada la vive ogni giorno.


QUANDO LA VIOLENZA DIVENTA PROPAGANDA AL CONTRARIO

Chi pensa che la violenza “radicalizzi” le coscienze sbaglia bersaglio.
La radicalizzazione che produce è opposta: spinge l’opinione pubblica verso ordine, repressione, semplificazione.

Ogni scontro diventa uno slogan elettorale per chi promette manganelli più lunghi, leggi più dure e meno pazienza. È una dinamica nota, storica, quasi matematica. Eppure continua a ripetersi.

La sinistra sociale perde consenso.
La destra istituzionale incassa.


IL POSTER SBAGLIATO DI ZERO CALCARE

In questo clima, appare confermare le nostre tesi anche il poster realizzato dal fumettista ZeroCalcare, commentato in modo critico in questo articolo:
https://www.gravita-zero.org/2026/01/askatasuna-zerocalcare-notav-e-torino.html





UNA CITTÀ CHE NON ESISTE

Colpisce soprattutto ciò che manca.

La prima assenza evidente è quella delle donne.
Ancora più significativa è l’assenza totale di famiglie, bambini, anziani.
In altre parole: la città reale.

Torino, in quel manifesto, non è una metropoli viva e pluralista. È uno scenario di conflitto permanente, abitato esclusivamente da militanti.
La città come luogo di convivenza sparisce.
Resta solo la città come campo di battaglia.

Ed è proprio questa narrazione a spaventare la maggioranza silenziosa.

L’impatto visivo è immediato e volutamente aggressivo:
colori accesi, toni infuocati, volti deformati in espressioni di rabbia, sfida, sarcasmo.
Non c’è spazio per la complessità. Non c’è normalità.

La folla rappresentata non è una comunità: è una massa compatta, monocorde, pronta allo scontro.
Sul fondo, il palazzo di Askatasuna diventa un “fortino simbolico”, un luogo mitizzato della resistenza permanente.

TORINO È PARTIGIANA? 

E poi c’è quel termine, ripetuto come uno slogan automatico: “Torino è partigiana”.

No.
Torino è democratica.

È una differenza enorme, e non solo semantica.

Torino è la città che ha conosciuto la Resistenza vera, quella fatta di scelte tragiche, di sacrifici estremi, di responsabilità morale. I partigiani non erano bande rabbiose in cerca di scontro: erano uomini e donne che combattevano contro un regime dittatoriale, contro un esercito occupante, in assenza totale di libertà politiche.

Paragonare quella stagione storica alle violenze di piazza di oggi non è solo scorretto: è un insulto alla memoria.

I partigiani non colpivano le forze dell’ordine di uno Stato democratico, perché quello Stato non esisteva. Combattevano contro milizie fasciste e apparati repressivi di una dittatura. È una distinzione fondamentale che chi oggi brandisce certi slogan finge di non capire.

Se oggi esistono carabinieri, polizia, magistratura indipendente, elezioni libere e diritto di manifestare, è proprio grazie a quella Resistenza. Pensare che i partigiani avrebbero approvato spranghe contro agenti in divisa significa non aver capito nulla del loro senso etico.

La Resistenza non fu culto della violenza, ma scelta dolorosa imposta dall’assenza di democrazia. Quando la democrazia esiste, la violenza non è eroismo: è fallimento.

Torino è democratica perché vive di pluralismo, di confronto, di conflitto politico regolato, non di guerra permanente.
È democratica perché ammette dissenso, ma rifiuta la sopraffazione.
È democratica perché la libertà non nasce dall’urlo più forte, ma dal rispetto delle regole comuni.

Usare la parola “partigiana” come slogan identitario per giustificare lo scontro fisico significa svuotarla del suo significato storico e trasformarla in una maschera.

La Resistenza è memoria condivisa.
La democrazia è responsabilità quotidiana.

E confondere le due cose non rende più giusta una causa: la rende solo più fragile.




COME AD ASKATASUNA SCOPRIRONO DI ESSERE DIVENTATI FASCISTI (O DI ESSERLO GIÀ)






LE PAROLE DURISSIME DELLA PROCURA

All’inaugurazione dell’anno giudiziario, la procuratrice generale di Torino Lucia Musti ha pronunciato un intervento durissimo sulle proteste violente che hanno attraversato la città negli ultimi mesi.

Non una semplice condanna degli scontri, ma un atto d’accusa politico e culturale.

Secondo la Pg, a Torino si sarebbe consolidata una “area grigia”: settori della borghesia colta che, attraverso articoli, prese di posizione e silenzi indulgenti, finiscono per giustificare o normalizzare comportamenti che restano reati gravi.

Una tolleranza che, a suo giudizio, mina il senso stesso delle regole democratiche.






L’ESCALATION DEGLI SCONTRI

Tra settembre e novembre 2025, ha ricordato Musti, la città è stata teatro di tensioni continue:
stazioni ferroviarie, sedi universitarie, istituzioni, aziende, aeroporto, eventi internazionali.

Il bilancio è noto: agenti feriti, città blindata, libertà di movimento compressa.

Per la Procura non episodi isolati, ma un’escalation precisa e riconoscibile.


ASKATASUNA AL CENTRO DELL’ANALISI

Secondo la magistratura, gran parte di questi episodi sarebbe riconducibile ad ambienti antagonisti vicini o interni ad Askatasuna, sgomberato nel dicembre scorso.
Stessi volti, stesse dinamiche, stessa regia.

La notte di piazza Castello tra il 3 e il 4 ottobre viene descritta come guerriglia urbana, simbolo di un conflitto ormai fuori da ogni perimetro di legittimità democratica.


UNA PIAZZA USATA COME ARMA

Il punto centrale dell’accusa è politico prima ancora che giudiziario:
la piazza non come spazio di partecipazione, ma come strumento di lotta permanente.

La rivendicazione dei diritti — secondo la Procura — rischia di diventare uno “specchietto per le allodole”, dietro cui si nasconde la volontà di destabilizzare, colpire indiscriminatamente, forzare il conflitto.

Una strategia che oggi è anche oggetto di un processo d’appello per associazione a delinquere.


IL RISCHIO PIÙ GRANDE: I GIOVANI

Particolarmente allarmante, nelle parole della Pg, è il coinvolgimento crescente di giovani e minorenni.
Forme di reclutamento e indottrinamento che trasformano la rabbia in identità politica assoluta.

Un cortocircuito educativo che rischia di produrre una generazione cresciuta nell’idea che la violenza sia legittima se “giusta”.


IL CONTO CHE PAGHERANNO TUTTI

La verità è semplice, e per questo scomoda:
la violenza non è mai neutra politicamente.

Ogni scontro allontana cittadini.
Ogni sprangata cancella consenso.
Ogni città devastata spinge l’elettorato verso chi promette ordine.

E così, mentre qualcuno urla “resistenza”, qualcun altro — molto più silenziosamente — ringrazia.

La destra.





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