Askatasuna, la Procura: “Dietro le piazze violente una strategia organizzata”
All’inaugurazione dell’anno giudiziario, la procuratrice generale di Torino Lucia Musti ha pronunciato un intervento particolarmente duro sul tema delle proteste violente che negli ultimi mesi hanno attraversato la città. Un discorso che non si è limitato alla condanna degli scontri, ma che ha chiamato in causa anche una parte della società civile ritenuta responsabile di una pericolosa tolleranza verso comportamenti illegali.
Secondo la Pg, a Torino si sarebbe formata un’“area grigia” composta da settori della borghesia colta che, attraverso scritti, prese di posizione e atteggiamenti indulgenti, finirebbero per giustificare o normalizzare azioni che, sul piano giuridico, restano gravi reati. Un atteggiamento che, a suo avviso, indebolisce il senso delle regole democratiche e contribuisce a legittimare la violenza come strumento di conflitto.
L’escalation degli scontri
Nel suo intervento Musti ha ricordato come, tra settembre e novembre 2025, la città sia stata teatro di numerosi episodi di tensione: dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa fino a sedi universitarie, istituzionali e aziendali, passando per l’aeroporto e per eventi internazionali ospitati a Torino. In molti casi, ha sottolineato, i servizi di ordine pubblico si sono conclusi con agenti feriti.
Per la Procura generale non si è trattato di episodi isolati, ma di una vera escalation di comportamenti violenti che ha inciso anche sulla vita quotidiana dei cittadini, costretti a muoversi in una città spesso blindata, con pesanti limitazioni alla libertà di circolazione.
Askatasuna al centro dell’analisi
Le tensioni, secondo la Pg, sarebbero in larga parte riconducibili ad ambienti antagonisti vicini o interni al centro sociale Askatasuna, sgomberato nel dicembre scorso. Un contesto che la magistratura ritiene caratterizzato da una continuità di azione e da una presenza costante degli stessi soggetti nelle diverse manifestazioni.
Musti ha richiamato in particolare la notte di piazza Castello, tra il 3 e il 4 ottobre, definita come uno scenario di vera e propria guerriglia urbana, simbolo di un livello di conflitto che avrebbe ormai superato i confini della protesta legittima.
Una piazza come strumento di lotta
Secondo la procuratrice generale, la ripetitività degli episodi, la moltiplicazione degli obiettivi e la scelta di colpire indiscriminatamente – anche a discapito di lavoratori e servizi pubblici – rappresenterebbero il segnale di una strategia precisa. La rivendicazione di diritti, ha affermato, rischierebbe di diventare uno “specchietto per le allodole”, dietro cui si celerebbe la volontà di turbare l’ordine pubblico e di utilizzare la piazza come mezzo di lotta al di fuori del perimetro democratico.
Una lettura che la Procura sostiene anche in sede giudiziaria, dove è in corso un processo d’appello nei confronti di esponenti passati e recenti del centro sociale, accusati di associazione a delinquere.
L’allarme sui giovani
Particolare preoccupazione è stata espressa per il coinvolgimento crescente di giovani e minorenni. Secondo quanto richiamato dalla Pg, alcune iniziative avrebbero favorito forme di reclutamento e di indottrinamento, anche in prossimità dell’inizio dell’anno scolastico.
Un fenomeno che, per la magistratura, rappresenta un ulteriore elemento di allarme sociale, soprattutto se messo a confronto con esperienze educative che promuovono la partecipazione e l’impegno civile nel rispetto delle regole.
Il messaggio della Procura
L’intervento di Lucia Musti ha tracciato una linea netta: la protesta pacifica resta un diritto costituzionale, ma la violenza sistematica non può essere tollerata né giustificata culturalmente. Il richiamo finale è stato rivolto non solo agli autori degli scontri, ma anche a quel mondo intellettuale e sociale che, secondo la Procura, dovrebbe svolgere un ruolo di responsabilità e di deterrenza, contribuendo a ricostruire fiducia nelle istituzioni e nel vivere democratico.

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