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ASKATASUNA, ZEROCALCARE, NOTAV E TORINO VI SUSSURRANO QUALCOSA?

Un manifesto che urla, ma non convince: perché questo poster è un problema per la democrazia



 

Il poster attribuito – a torto o a ragione – a Zerocalcare e legato all’area di Askatasuna, al movimento No Tav e a un corteo nazionale previsto a Torino, è un esempio emblematico di come una certa comunicazione politica radicale scelga la via della contrapposizione simbolica e dell’estetica dello scontro, rinunciando consapevolmente a ogni richiamo alla responsabilità civile, alla pluralità sociale e alla convivenza democratica.

L’impatto visivo è immediato e volutamente aggressivo. Colori accesi, toni infuocati, volti caricaturali deformati in espressioni di rabbia, sfida o sarcasmo. Non c’è spazio per la complessità, né per la normalità della vita sociale. La folla rappresentata non è una comunità: è una massa compatta, monocorde, pronta allo scontro. Il palazzo di Askatasuna sullo sfondo diventa una sorta di “fortino simbolico”, un luogo mitizzato della resistenza, mentre slogan come “Torino è partigiana” vengono usati non come memoria storica condivisa, ma come clava identitaria.

La prima assenza evidente è quella delle donne, se non in ruoli marginali o stereotipati. Ancora più significativa è l’assenza totale di famiglie, bambini, anziani, cioè di quel tessuto umano che costituisce una città reale. Torino, in questo manifesto, non è una metropoli viva e pluralista: è uno scenario di conflitto permanente, abitato esclusivamente da militanti. La città come luogo di convivenza sparisce; resta solo la città come campo di battaglia.

Questo immaginario non è neutro. Comunica un’idea precisa di politica: non dialogo, non mediazione, non partecipazione istituzionale, ma contrapposizione frontale. Il “contro” diventa l’unica grammatica possibile: contro il governo, contro la guerra, contro lo Stato, contro chi non si allinea. Ma una democrazia non vive di slogan urlati, come già ammoniva Alexis de Tocqueville. Vive di coscienza civile, di responsabilità individuale e collettiva, di riconoscimento reciproco. Tutto ciò qui è assente.

Il movimento No Tav, così come l’area antagonista torinese, ha una lunga storia e una pluralità interna che questo poster non rappresenta. Al contrario, ne cristallizza l’aspetto più barricadero e violento, trasformando una questione complessa – infrastrutture, ambiente, sviluppo, legalità – in una narrazione manichea: da una parte “noi”, dall’altra “il nemico”. È una semplificazione che fa comodo alla radicalizzazione, ma che impoverisce il dibattito pubblico.

Anche il richiamo alla Resistenza è problematico. Definire “partigiana” una città nel 2026, usando simboli e linguaggi di guerra civile, significa svuotare quella parola della sua profondità storica e morale. La Resistenza fu un fenomeno tragico e necessario in un contesto di dittatura e occupazione. Usarla come cornice estetica per legittimare qualsiasi forma di antagonismo contemporaneo è una forzatura che finisce per banalizzarla.

C’è poi il tema della violenza simbolica. Nessuna molotov, nessun manganello nel poster, certo. Ma tutto – dai volti serrati, alle posture, ai colori – comunica tensione, conflitto, disponibilità allo scontro. È un’estetica che non invita a partecipare, ma a schierarsi; non a capire, ma a tifare. Chi non si riconosce in quell’immaginario è implicitamente escluso, se non addirittura delegittimato.

In questo senso, il manifesto non parla alla città, ma contro la città. Non cerca consenso, ma adesione identitaria. Non costruisce ponti, ma rafforza recinti. È una comunicazione che può funzionare all’interno di una bolla militante, ma che contribuisce a polarizzare ulteriormente una società già attraversata da fratture profonde.

La politica, soprattutto in una democrazia matura, dovrebbe avere il coraggio della complessità. Dovrebbe saper rappresentare anche ciò che non fa rumore: la cura, il lavoro quotidiano, la convivenza tra diversi. Qui invece tutto è ridotto a gesto, a posa, a slogan. È una politica che preferisce l’icona al contenuto, l’urlo alla parola, la contrapposizione alla responsabilità.

In definitiva, ciò che manca in questo poster non è solo una parte della società, ma un’idea di futuro condiviso. Senza famiglie, senza bambini, senza pluralismo, senza dialogo. Una città messa “a ferro e fuoco” prima ancora che nelle strade, nell’immaginario. Ed è proprio lì, nell’immaginario, che una democrazia inizia a indebolirsi quando smette di riconoscersi come spazio comune e diventa terreno di scontro permanente.

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