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SE SAMANTHA CRISTOFORETTI, PER INAF, È UN ASTRONAUTA ITALIANO...

Non ci siamo. Dopo anni di sforzi, anche economici, dell'ESA, di avvicinare le ragazze alle materie STEM e allo Spazio, oggi la pagina Facebook ufficiale dell'ente di ricerca pubblico italiano INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) continua a utilizzare il termine maschile quando esiste la corrispondenza femminile.











Intanto si potrebbe correggere "un'astronauta" aggiungendo l'apostrofo, come richiede qualsiasi vocabolo femminile.

E poi aggiungere il genere femminile  "italiana" (che peraltro esiste nella lingua) all'aggettivo "astronauta".

Qualcuno potrebbe giustificare INAF,  perché, nella frase successiva, tende a puntualizzare:   "Un'italiana in particolare". Ma la pezza è peggio del buco.

Provate ad esempio per una volta a ribaltare i ruoli! Come  suonerebbe la stessa frase se invertissimo i generi? Suonerebbe più o meno così:
[...] un altro accadimento di questo giorno riguarda un'astronauta italiana. Un italiano in particolare: Luca Parmitano." 

Suona bene? Non vi sembra ridicolo?

insomma, il punto è questo: nonostante esistano i corrispettivi lemmi di genere femminile, c'è chi si ostina ancora a chiamare una donna "magistrato", "sindaco", "professore" e, appunto, "un astronauta".

E pensare che solo pochi giorni prima la stessa Samantha Cristoforetti aveva esposto la sua visione sul contenuto discriminatorio del termine maschile, e non solo quando esiste il suo corrispettivo femminile.



L'astronauta Samantha Cristoforetti affermò qui un concetto che in pochi compresero fino in fondo (furono numerosi infatti coloro che provarono a gettare nel ridicolo la sua affermazione). 

Tuttavia, come scrisse anche l'Accademia della Crusca: "Un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società" 

E che i femminili siano utili lo dimostrano sia gli innumerevoli femminili professionali ai quali le nostre orecchie sono abituate più o meno da sempre (sarta, segretaria, regina), ma anche forme entrate nell’uso alla chetichella negli ultimi decenni come deputata (che trent’anni fa non era assolutamente scontata) o senatrice (che oggi ritroviamo in un prodotto pop come Guerre Stellari). Finché non ci sono state donne in quei ruoli la questione non si è proprio posta. 

Allo stesso modo, la loro introduzione nell’uso non è frutto di un complotto dei poteri forti o della decadenza della lingua italiana, ma conseguenza della comparsa di sindache, ministre, assessore, avvocate e così via.

Sono i parlanti a decidere come evolve la lingua e non esiste alcun motivo linguistico per cui infermiera e maestra sarebbero corretti e ingegnera e ministra no. Le parole di una lingua non vengono selezionate basandosi su criteri di bellezza, bruttezza o cacofonia, ma in base all’utilità: se la comunità dei parlanti ritiene utile l’impiego di una parola, questa sarà usata, altrimenti no. 

Insomma, la questione dei femminili professionali è politica e sociale piuttosto che linguistica: per i linguisti, se ci sono ministre, assessore, rettrici o calciatrici è del tutto normale appellarle così, esattamente come esistono le maestre, le infermiere e le imperatrici.


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