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martedì 27 luglio 2010

LA CARICA DEI TORI E IL CERVELLO RETTILIANO

da un racconto di Luigina Pugno

Mercoledì 7 luglio siamo incorsi in un episodio, dove ho potuto sperimentare di persona il funzionamento del cervello rettiliano.

Come ogni mercoledì mi sono recata presso il CSM di Avigliana, in provincia di Torino, per le sedute coi pazienti del servizio, ma diversamente dagli altri mercoledì la sera avevo programmato con una collega e una sua amica di andare a mangiare alla Sagra della birra ad Almese.

Così per non andare avanti e indietro fino a Torino. Dopo il lavoro sono andata a prendere il fresco in montagna con un collega che abita da quelle parti.

Solito prato, col solito albero ombroso, solita casupola abbandonata e solito scampanio di vacche in lontananza. Come altre volte, lasciamo l’auto all’inizio del largo sentiero e andiamo una quarantina di metri più avanti a buttarci sotto l’albero per raccontarci la giornata.

Ad un certo punto Oscar mi dice: “mi sembra che lo scampanio si stia avvicinando”.
Ed io: “a me non sembra”.

Dopo un po’ di tempo vedo 300 metri più su, sulla strada passare le mucche dietro agli alberi e dico dubbiosa: “mi sembra che stiano correndo verso di noi”. Finisco la frase e vedo due di loro buttarsi giù lungo il prato, nella nostra direzione. Grido: “vengono giù!”, mi alzo di scatto e corro a nascondermi dietro ad un albero, con Oscar dietro di me.

Appena fatto questo, ci ritroviamo con un bestione alla nostra destra e uno alla nostra sinistra, che ci guardano dal basso verso l’alto, sbuffando. Quello di destra sembra essere il dominante. Scalpita mentre ci guarda tra l’arrabbiato e l’esaltato.

L’unica cosa che mi viene in mente, mentre li osservo ipervigile, è il libro di Walter Bonatti che sto leggendo (In terre lontane n.d.a.), dove c’è scritto che bisogna rimanere assolutamente immobili, o tutt’al più, accucciarsi e rimanere im-mo-bi-li. Così faccio. Resto ferma. Quando il bestione si sposta un po’, io mi sposto leggermente dietro il tronco per sparire dalla sua vista, ma lui allora torna a controllare se ci sono.

Poi ne arrivano altri due, che cominciano a fare a cornate tra di loro. E lì penso: “alè, ora ci tirano dentro e ciao”. Arrivano anche altre mucche e vanno a circondare l’auto, sono agitate, e poi vengono da noi. Siamo circondati e tutte ci guardano, ma loro per fortuna ci annusano solo.

Ci reputano inoffensivi e se ne vanno a brucare. Le guardo e penso: “che corna piccole che hanno”, guardo le corna degli altri: “che grandi. Ma sono tori!”, cerco di sbirciali dietro per avere conferma, ma non riesco a vedere. “certo che son tori, sono neri e han grosse corna!”. Mi rendo così conto di non averci pensato prima, mi son solo messa in salvo.

Gli ultimi due tori entrano nella casupola, un altro va ad annusare la mia borsa e dove eravamo, il capo lo segue. È il momento. Oscar mi dice: “vado a prendere la macchina”. E con fare tranquillo, ma deciso si allontana. Sono sola. Guardo il tronco dell’albero per vedere se posso arrampicarmi in caso di bisogno. Non è possibile: il tronco è rugoso e si sfalda, non ci sono rami bassi. Oscar sale in macchina. Il toro capo torna da me. Aspetto che lo spazio tra l’albero e l’auto non sia sufficiente a farlo passare e salgo anch’io.

Ci avviciniamo con l’auto e recuperiamo le cose e ce ne andiamo. I tori ci seguono fino alla strada. Si fermano sul suo bordo e ci muggiscono dietro, come a dire: “E non fatevi più vedere!”.

Raggiunto un posto sicuro, ci mettiamo a parlare dell’accaduto e ce ne domandiamo il perché.
Ma per rispondere a questa domanda devo fare una premessa scientifica sul cervello rettiliano, che è quello che tutti gli attori della storia hanno prevalentemente usato.

Il cervello dei mammiferi è formato da tre cervelli: cervello rettiliano (il più antico), sistema limbico (successivo) e neocorteccia (formatosi più di recente). La differenza tra noi e gli altri animali sta nel fatto che la neocorteccia è grandemente sviluppata.

Ogni cervello possiede specifiche competenze e per questa ragione i cervelli più antichi non sono caduti in disuso.

Ma quali sono i compiti del cervello rettiliano? Serve a regolare le attività di base del nostro organismo come il ritmo sonno/veglia, la respirazione ecc.; a regolare i sistemi motivazionali non relazionali (cioè quelle attività che si possono svolgere da soli) quali l’alimentazione, l’esplorazione del territorio e la costruzione di una tana e infine a seguire le regole dei sistemi motivazionali relazionali non sociali (cioè quelle attività che si svolgono in relazione agli altri, con i quali stabiliamo interazioni non durature) come la predazione/fuga, la difesa del territorio e l’accoppiamento.

Il cervello rettiliano in sintesi persegue due scopi: la sopravvivenza e la riproduzione. La propria sopravvivenza è sopraordinata a qualunque cosa, tranne nel caso siano presenti i propri cuccioli. In tal caso la continuità della specie sta sopra tutto.

Nel cervello rettiliano non ci sono pensieri (quelli sono prodotti dalla neocorteccia), ma solo azioni istintive. Insomma quando qualcuno ci dice che è un tipo impulsivo, ci sta dicendo che è uno che non pensa tanto, che agisce, che prevalentemente funziona a livello del cervello rettiliano. Tirate voi le conclusioni.

Ma andiamo per esclusione.

Direi che nel nostro episodio di riproduzione non ci sia alcun segno, quindi tutte le azioni rientrano nella sopravvivenza.
Ora usiamo lo schema soprastante e mettiamoci dal punto di vista del toro e poi nostro.

IL TORO

Ci ha caricati perché doveva regolare il ritmo sonno/veglia o respirare? Uhm, direi di no.
Lo ha fatto per brucarci, per curiosità (esplorazione), o per costruirsi la stalla? Uhm, mi sa di no.
Sarà stato spinto dalla predazione o dalla fuga? Forse dalla predazione. Però si è fermato ad osservarci, invece di incornarci.
E quindi? Che rimane? La difesa del territorio.

Molto probabilmente quello è il posto dove van a dormire di notte o a brucare quando si stufano del prato superiore.
Tutti i loro comportamenti stavano a dire: “qui ci sto io e non voi”.
Il correre giù per poi fermarsi, il controllarci, il seguirci per muggirci dietro a quel modo, stavano a indicare che avevamo involontariamente invaso il loro territorio.

L'ESSERE UMANO

Stesse domande.
Siamo scappati per regolare il ritmo sonno/veglia o respirare? Non mi pare.
Volevamo nutrirci, curiosare o costruirci la tana? Manco per nulla.
Saremo stati spinti dalla predazione o dalla fuga? Mi/vi vedete a predare un toro? Eh già di fuga si tratta. Ma quale difesa del territorio? FUGA. Via, via a gambe levate, più veloci della luce.
Nascondersi dietro l’albero, controllare la minaccia, guardare se l’albero era scalabile, buttarsi in macchina. Tutto serviva a scappare per salvare la pelle.

Per fortuna il cervello rettiliano lavora per automatistismi e non ci sta tanto a pensare su.
Vi immaginate cosa sarebbe successo se avessi pensato? “Ora cerco un albero, ah eccolo. Ora ci vado ecc”.

Incontrare gli animali, che per loro natura non hanno sovrastrutture, è un ottimo modo per riconoscere in modo chiaro il funzionamento di questo nostro antico cervello e, attraverso di loro, imparare a riconoscerlo in noi.
Certo però, che preferisco sempre di più, farlo col mio cane Fiorì.

1 commento:

dioniso ha detto...

Storia avvincente e interessante. Bel post. Complimenti.