martedì 18 giugno 2013

I LAVORI CHE NESSUNO VUOLE FARE

Continua l'analisi su quei lavori che non conoscono la crisi. Nata da una constatazione: ci sono aziende in Italia che non trovano programmatori e/o informatici, neppure se disponibili ad assumerli. Li cerca in massa perfino la vicina Svizzera.

Su Sfera Pubblica, Serena Panacchia, descrive bene la situazione che si è generata in Italia.
"La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli record , circa il 37% su scala nazionale, e il fenomeno che fa più impressione sembra essere quello dei giovani cosiddetti NEET  (Not in Education, Employment, Training), ovvero i ragazzi che non lavorano, non studiano e non stanno seguendo alcun tipo di percorso formativo; sono semplicemente fermi: siamo ai 2,2 milioni di giovani di questo tipo. Eppure, per assurdo che possa sembrare, anche se la crisi è evidente, il lavoro in alcune sue accezioni non sembra mancare".
Perché ad esempio le aziende non trovano programmatori informatici? Una risposta prova a darla Dario D'Elia, su Tom's Hardware
"In Italia le aziende sono a caccia di progettisti di sistemi informatici, sviluppatori, analisti e programmatori: in pratica non si trovano. La maggioranza delle offerte di lavoro rimane insoddisfatta. Il motivo principale pare essere la mancanza di un'adeguata formazione. "
"Su 1000 offerte di lavoro ben l'84,6% sono rimaste insoddisfatte. Nella classifica delle professioni introvabili figurano anche lo sviluppatore software (40,8% offerte senza esito), l'analista programmatore (72,5%) e il programmatore informatico (43,2%)."
"Il motivo di questo fenomeno si deve soprattutto alla carenza qualitativa dei candidati, legata quindi ad una preparazione non adeguata. "Fattore che spiega il 54% delle assunzioni considerate difficili da reperire, nel caso dei laureati sono invece le carenze quantitative, ascrivibili al ridotto numero di candidati, a prevalere, con una quota pari al 58%", prosegue il documento".



Ma il tutto non si esaurisce con l'informatica. I lavori che nessuno vuole più fare abbracciano l'artigianato.

Il portale studenti.it fa una analisi spietata sul mondo di quei lavori che nessuno vuole.
Forse pochi sanno che la crisi non esiste per tutti. Sì sì, avete capito bene:esistono dei mestieri richiestissimi dal mercato del lavoro, ma paradossalmente vi sono pochissime persone che li esercitano, tanto che si registra un deficit considerevole dei lavoratori impegnati in alcuni ambiti. Si verifica quindi una situazione davvero strana: il mercato del lavoro cerca questi professionisti ma non li trova, perchè ve ne sono troppo pochi in circolazione. Sembra strano, vero? Eppure e così; ecco quali sono questi mestieri e soprattutto come far parte di una di queste categorie lavorative che non conosce crisi.

Pietro Ichino del Corriere della Sera ha elaborato un grafico delle posizioni lavorative che nessuno vuole. Eccolo qui

Dario Ferri, su Giornalettismo correda con un grafico del Corriere della Sera i dieci lavori che nessuno vuole fare.

Spiega il quotidiano:

Così eccoci al «buco» del 2020. Quando rischiano di mancare pellettieri, borsettieri, falegnami, muratori, carpentieri, carrozzieri, saldatori, riparatori di orologi, elettricisti, parchettisti. Ruoli che i giovani potrebbero coprire in brevissimo tempo e invece non lo fanno. E se alcuni mestieri vengono mitigati dall’ «effetto sostituzione» degli immigrati, altri rischiano proprio di sparire. Anche quelli che caratterizzano il «Made in Italy». «Il fatto è che i ragazzi oggi non conoscono l’artigianato», spiega Alberto Cavalli, direttore generale della Fondazione Cologni dei mestieri d’arte di Milano. «Quando vengo chiamato a fare lezione mi accorgo che spesso ignorano l’esistenza di certe professioni vitali per la nostra economia». Qualcosa, certo, si sta muovendo, «ma a differenza della Francia, dove è tutto regolamentato, da noi l’organizzazione è demandata alle regioni». Una via d’uscita? «Deve cambiare la mentalità», risponde il professor Donzelli. Mentre Alberto Cavalli suggerisce «meno burocrazia, più comunicazione tra scuola e mondo delle imprese e, soprattutto, più attenzione all’orientamento ».

Anche l'Economist si è occupato del problema. In questo grafico la testata internazionale mostra dove un terzo dei datori di lavoro nel mondo ha difficoltà a colmare i posti vacanti. Nel grafico viene calcolata, nei singoli paesi, la percentuale dei datori di lavoro che hanno difficoltà a trovare lavoratori adatti al profilo richiesto e, a destra, il tasso di disoccupazione del paese corrispondente.

Scrive il Post
Nonostante la disoccupazione sia attualmente in crescita in molti paesi, soprattutto in Europa, secondo uno studio di ManpowerGroup condotto in 41 paesi, più di un terzo dei datori di lavoro nel mondo non riesce ad assumere persone professionalmente adatte ai posti di lavoro vacanti nella loro azienda, impresa o organizzazione.
I lavoratori più richiesti e a volte introvabili per i datori di lavoro sono, secondo lo studio, elettricisti, idraulici e muratori specializzati, seguiti dagli ingegneri e dai commessi. 

MEGLIO ESSERE DIPLOMATI CHE  LAUREATI?

Un laureato ha sicuramente più opportunità ma è anche vero che, come scrive Silvia Favasuli su Linkiesta, i laureati di oggi fanno il lavoro dei diplomati di ieri.

Come rivela l'annuario statistico Istat per il 2011, tra gli under 30 ci sono più disoccupati tra laureati che tra i diplomati e continua a diminuire il numero di coloro che si iscrivono all'università.

E, scrive su FanPage Antonio Palma che:

Per i giovani italiani in cerca di un lavoro è più facile trovare un impiego se si è diplomati, mentre diviene più difficile se si è conseguito una laurea. Sembra un paradosso ma stando ai dati non lo è affatto.   
Nel 2011 infatti il tasso di disoccupazione per i giovani italiani fino a 29 anni è decisamente più alto per i laureati rispetto ai diplomati. In particolare se si prendono in considerazione i giovani under 25, il tasso di disoccupazione tra i laureati è pari al 24,7% rispetto al 23,6% dei diplomati, mentre per i giovani tra 25 e 29 anni la disoccupazione dei laureati è al 14,3% rispetto  all'11,3% dei diplomati nelle scuole superiori. 
Il motivo principale ovviamente è da ricercare nella generale e crescente difficoltà occupazionale dei più giovani visto che nel 2011 i disoccupati under 30 erano 1 milione e 128 mila, ma anche nel “recente ingresso nel mercato del lavoro di coloro che hanno prolungato gli studi” come spiegano dall'Istituto di Statistica.

 CONTINUA...

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1 commento:

Unknown ha detto...

Sulla base dell' esperienza sono in grado di confermare questa situazione kafkiana. Ci sono attività che gli italiani e le italiane non sono interessati/e a svolgere, così come ci sono attività richieste dal mercato che non trovano abbastanza personale per conflitti di natura economica: in barba alla crisi ma anche al buon senso che imporrebbe una maggiore disponibilità ad entrare comunque e subito nel mondo del lavoro.
Una grossa responsabilità l'hanno però tutti i soggetti che dovrebbero analizzare e far emergere questo stato di cose: a cominciare dai media che sono completamente incapaci di affrontare la realtà vera. Ma dove sta l'informazione?
Tanto per cominciare esiste un pezzo di Paese (il Sud) la cui forza consiste nelle risorse umane. Oggi queste sono in gran parte immobilizzate o disperse dalla sfiducia, che a sua volta è il risultato di una vacua, retorica, distruttiva informazione. Chi lascia il Sud e parte, punta ad andare molto lontano (all'estero) disperdendo un patrimonio di competenze (talvolta di alto livello) che non solo rappresenta una perdita secca per il Paese che li ha formati, ma si trasforma rapidamente in un vantaggio competitivo per l'economia che li accoglie. Casi? a migliaia! Elisabetta Durante