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COMUNICAZIONE DELLA SCIENZA E INERZIA DEL MONDO ACCADEMICO


Ho sempre pensato che, con le dovute eccezioni, i ricercatori, nonostante siano eccellenti professionisti nel loro campo, siano dei dilettanti quando si tratta di comunicazione.
Insomma, molti di loro rimangono dei nerd per tutta la vita. Non sono l'unico a pensarlo.

Proprio ieri ad esempio riflettevo su un fatto: come è possibile che i ricercatori si ostinino a scrivere su riviste monopoliste che non pagano un euro gli autori delle pubblicazioni e poi loro stesse li rivendano a 20-30 euro ad articolo?

In realtà l'idea di fondare una rivista "open access" con alcuni amici ricercatori l'abbiamo avuta già alcuni anni fa e ora, grazie a Internet, la stiamo riproponendo, anche se le difficoltà per lo start up non sono poche.
Sapete con quali di queste ci siamo scontrati maggiormente in Italia? L'inerzia del mondo accademico.

Per caso oggi aprendo il blog di Ugo Bardi, docente di Chimica Fisica dell'Università di Firenze, ci siamo accorti di non essere stati gli unici a esserci posti le stesse domande, gli stessi obiettivi e incontrate le stesse difficoltà.

Scrive Bardi:

"...ho fatto il possibile per interessare i colleghi e convincerli a pubblicare i loro lavori in un sito dove sarebbero stati visibili al pubblico. La risposta è stata, di solito, deprimente. Più che altro, è stata del tipo "abbiamo sempre fatto in un certo modo, perché dovremmo cambiare"?

L'inerzia del mondo accademico è qualcosa che va vista sul campo per crederci.

[...] Non so come sia che gli accademici si sono ridotti a questa condizione piuttosto deprimente. Si può capire il tentativo di non politicizzare l'accademia; cosa sicuramente buona e lodevole. Ma non si capisce perché regalare il proprio lavoro a delle imprese commerciali (le riviste scientifiche) le quali lo fanno poi pagare al pubblico. E il pubblico questi lavori li ha già pagati con le tasse.

Tuttavia, le cose stanno cambiando.... (continua)



2 commenti

peppe ha detto...

Un caso particolare è quello del "New Journal of Physics" (http://iopscience.iop.org/1367-2630) dell'Institute of Physics (IOP), cmpletamente "free to read". Il problema è che bisogna pagare la pubblicazione una volta che l'articolo è stato accettato (in genere i ricercatori, quelli inquadrati nelle Università, usano i propri fondi di ricerca). Il costo per il 2010 è di 715 euro ad articolo.

Marco Cagnotti ha detto...

Rimane in sospeso una questione: la peer review. Come la democrazia, è il peggiore dei sistemi possibili... esclusi tutti gli altri.

La peer review offre garanzie di autorevolezza e serietà alla pubblicazione. Altrimenti che cosa distinguerebbe una rivista scientifica seria da un qualsiasi fogliaccio di pseudoscienza newageana?

Solo che la peer review ha un costo. Attenzione: lungi da ma l'intenzione di difendere gli editori delle riviste, che sono delle sanguisughe. Però, di fatto, l'autorevolezza si paga. Non si scappa.

Bardelli si chiede perché un suo collega non voglia pubblicare sul sito gratuito. E si risponde: perché il sito non ha un impact factor presentabile. Ovvio: perché io, scienziato, dovrei regalare un mio articolo a un sito senza impact factor, precludendomi così la possibilità di pubblicare altrove (perché gli editori delle riviste vogliono l'esclusiva)?

Così gli scienziati continuano a pubblicare sulle riviste tradizionali. Adesso comincia (per fortuna) a emergere l'open access. Benissimo. Ma non dimentichiamo che Harold Varmus ha dovuto, prima ancora di cominciare, risolvere il problema della solidità economica dell'idea.

Marco Cagnotti