lunedì 11 aprile 2016

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI TRIVELLE

Domenica 17 aprile si terrà il referendum sulle trivelle, termine evocativo quanto inesatto. Perché gli elettori devono decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa debbano durare solo fino al termine della concessione. Il quesito e le esplorazioni future.

Piattaforma di Estrazione di gas - Shutterstock 
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DA DOVE VIENE IL REFERENDUM?
Il risultato è molto probabilmente già scritto, con un’affluenza insufficiente a raggiungere il quorum del 50 per cento degli aventi diritto, che renderà inutile lo sforzo dei cittadini e delle compagini politiche che invece andranno a votare per il “sì”. Interessa però notare che si tratta del primo referendum nella storia del nostro paese a essere stato ottenuto dalle regioni.



Tutto inizia nel settembre 2015, quando Pippo Civati e il suo movimento Possibile cercano senza successo di raccogliere le 500mila firme necessarie per chiedere otto referendum popolari su una serie di questioni piuttosto eterogenee. Fra queste ce n’è una legata al tema connesso alle operazioni di trivellazione ed estrazione di idrocarburi dal fondale marino. Alcune norme, approvate prima dal governo Monti (Decreto Sviluppo, Art. 35
Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi) e poi dal governo Renzi (Sblocca Italia, gli articoli 36, 36-bis e 38 hanno introdotto misure volte a dare implementazione agli obiettivi prefissati dal documento di Strategia Energetica Nazionale (SEN) tra cui il c.d. titolo concessorio unico per le attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi) , avevano infatti reso meno complesso ottenere i permessi per esplorazione ed eventuale sfruttamento di giacimenti di idrocarburi offshore, aumentando il numero di anni di durata delle concessioni – sia di esplorazione che di sfruttamento – e rendendo possibili anche operazioni a meno di 12 miglia dalla costa.


Poche settimane dopo il fallito tentativo di Civati, dieci consigli regionali (Abruzzo, Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) promuovono sei quesiti referendari sulla ricerca e l’estrazione degli idrocarburi in Italia. L’Abruzzo si ritira successivamente dalla lista dei promotori.

A dicembre dello scorso anno il governo propone alcune modifiche alla legge di stabilità sugli stessi temi affrontati dai quesiti referendari. Per questa ragione, la Cassazione ne dichiara ammissibile solo uno, perché gli altri cinque – secondo la Corte – erano stati già recepiti dalla legge di stabilità. Il governo torna quindi sui suoi passi restituendo alle regioni gran parte della potestà su queste questioni.


Le Regioni hanno dunque già vinto il confronto con lo Stato centrale, vedendosi riconosciuti diritti che avevano perso con il decreto “sblocca Italia”. Ma anche la Corte costituzionale, cui spetta una seconda pronuncia sull’ammissibilità dei referendum, ha ritenuto che la legge di stabilità non depotenziasse tutti i quesiti, tenendone in piedi uno. Quello su cui si andrà a votare.


Ingegneri al lavoro su una piattaforma di estrazione - Shutterstock



COSA CHIEDE IL REFERENDUM?

La questione è molto tecnica e si ha l’impressione che non tutti gli elettori vadano a votare con un adeguato grado di preparazione. Il dibattito politico – ma non è una novità – non aiuta quando usa strumentalmente il referendum per esporre tesi, o sostenere posizioni, che hanno a che fare più con la stabilità del governo che con il tema vero e proprio.

Gli elettori dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa (poco più di 22 chilometri da terra) debbano durare solo fino al termine della concessione. Oggi la legge prevede infatti che le concessioni abbiano una durata iniziale di trenta anni, prorogabili una prima volta per altri dieci, una seconda volta per cinque e una terza volta per altri cinque; al termine della concessione le aziende possono chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento.


Solo le 21 delle 69 concessioni estrattive marine oggi operative che si trovano entro il limite di 12 miglia sono interessate al referendum: 7 in Sicilia e altrettante nel mar Ionio, 4 nell’Adriatico centrale e 3 in quello settentrionale. Le prime concessioni che scadranno sono ovviamente quelle degli impianti più vecchi, costruiti negli anni Settanta.


In pratica, se il referendum dovesse passare, quelle 21 piattaforme verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. In caso contrario, non cambierà nulla.

E dunque?
Proviamo a mettere ordine cominciando dal nome: referendum no-triv. Le trivelle perforano, le piattaforme estraggono. Dove iniziano le prime finiscono le seconde. Il nome no-triv non rispecchia il contenuto del referendum, come non aiuta la comprensione e la consapevolezza su tutto quello che è connesso a produzione ed esplorazione.

Anzitutto un numero: il contributo al fabbisogno italiano di idrocarburi (2015) è pari al 9,4 per cento per il petrolio e al 10,2 per cento per il gas. Disporre di queste risorse comporta una riduzione della “bolletta energetica” per un valore di circa 3,2 miliardi di euro.


Il punto centrale allora è se esiste un interesse del paese a sfruttare le pur non enormi riserve di idrocarburi presenti. Diciamo che non esistono paesi che, avendo fonti energetiche da sfruttare, decidano di dipendere al 100 per cento dalle importazioni. Per quanto riguarda quindi gli investimenti già fatti (o fatti in gran parte) sembra ovvio poter continuare a utilizzare le strutture esistenti e sfruttare i pozzi fino in fondo.

Sulle nuove esplorazioni (onshoreoffshore, petrolio o gas, entro o oltre le 12 miglia) invece è tutt’altra storia, ma il referendum del 17 aprile non verte su questo tema.



Marzio Galeotti, Alessandro Lanza 
tratto dal sito www.lavoce.info


GLI AUTORI 


MARZIO GALEOTTI


È Professore ordinario di Economia dell’ambiente e dell’energia presso la Facoltà di scienze politiche, economiche e sociali dell’Università degli studi di Milano. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali presso l’Università Bocconi di Milano ha conseguito il dottorato in economia (Ph.D.) presso la New York University di New York. E’ Research Fellow ricerca presso il Centro di ricerca sull’economia e politica dell’energia e dell’ambiente (IEFE) dell’Università Luigi Bocconi. E' stato Expert Reviewer del terzo, quarto e quinto rapporto sui cambiamenti climatici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), gruppo di lavoro III sulla mitigazione e membro della delegazione italiana alla 9a sessione dell’IPCC Working Group III (Mitigation) (30 aprile – 3 maggio 2007) e alla 26a sessione dell’IPCC (4 maggio 2007) a Bangkok, Tailandia. E’ stato coordinatore del programma di ricerca in modellistica e politica dei cambiamenti climatici della Fondazione Eni Enrico Mattei. Ha pubblicato estesamente in riviste scientifiche nelle aree della scienza economica, dell’economia delle ambiente e dell’energia. Redattore de lavoce.info.


ALESSANDRO LANZA


Ha conseguito il Ph.D in Economics presso l'University College of London. È stato Chief Economist dell'Eni e Direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei e Principal Administrator dell'International Energy Agency (Energy and Environment Division). Autore di molte pubblicazioni su temi legati ad energia e ambiente è stato anche Autore principale (Lead Author) per il Third Assessment Report ed il Fifth Assessment Report per conto del IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change). È consigliere di amministrazione dell'ENEA in rappresentanza del ministero dello Sviluppo economico.

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