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Quando eravamo noi gli immigrati: Marcinelle, carbone e memoria corta

di Carlo Greco



L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle, morirono 262 persone. Centotrentasei erano italiane.

Erano emigranti.

Italiani che partivano con una valigia, lasciavano paesi, mogli e figli e scendevano sottoterra perché in patria il lavoro mancava e il Belgio aveva bisogno di carbone.

L’accordo tra Italia e Belgio risaliva al 1946: manodopera italiana per le miniere belghe, mentre il Belgio garantiva forniture di carbone all’Italia. Una pagina della nostra storia che oggi dovremmo ricordare soprattutto per una ragione: anche noi siamo stati quelli che arrivavano dall’estero per fare i lavori più duri.

Poi arriva il 2026.

Durante la commemorazione di Marcinelle, alcuni rappresentanti del sindacato belga FGTB voltano le spalle mentre interviene il presidente del Senato Ignazio La Russa. Il sindacato rivendica il gesto come protesta antifascista.

Liberissimi di protestare.

Ma qui la memoria rischia di inciampare nella propaganda.

Perché gli italiani di Marcinelle non furono mandati nelle miniere dal regime fascista. L’accordo italo-belga fu firmato nel 1946, quando Mussolini era morto da più di un anno, il fascismo era caduto e l’Italia stava diventando una Repubblica.

Trasformare quindi la commemorazione di Marcinelle in un regolamento di conti simbolico con la politica italiana contemporanea appare quantomeno fuori fuoco.

Non perché l’antifascismo non abbia dignità storica. Ce l’ha eccome.

Ma perché Marcinelle racconta innanzitutto un’altra storia.

Racconta la povertà. L’emigrazione. Il bisogno di carbone. Le condizioni di lavoro. La sicurezza nelle miniere. E soprattutto racconta uomini che scendevano centinaia di metri sottoterra per mantenere le proprie famiglie.

Davanti a 262 morti, forse il gesto politicamente più rivoluzionario sarebbe stato molto più semplice:

voltarsi verso di loro.

Non dare loro le spalle.