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Festival dell'Alta Felicità: ecco come muore la Valle di Susa

di Carlo Greco 

Eventi come il Festival dell'Alta Felicità avrebbe potuto rappresentare una straordinaria occasione di promozione per la Valle di Susa. Invece si è trasformato in un boomerang.  




Mentre il festival celebrava la sua decima edizione, l'attenzione dei media nazionali si è concentrata soprattutto sulle immagini di guerriglia, devastazioni e scontri, oscurando qualsiasi beneficio promozionale che un evento di questo tipo avrebbe potuto generare.

Qualche giorno prima del Festival dell'Alta Felicità avevo letto le proteste di alcuni commercianti per il divieto temporaneo di vendita di alcolici. La mia prima reazione è stata: che visione decisamente miope!

Un provvedimento limitato a pochi giorni può certamente creare un disagio economico limitato. Ma i danni d'immagine provocati da scene di violenza, devastazioni e scontri rischiano di pesare sul turismo, sugli investimenti e sull'attrattività della Valle di Susa per anni, non per due o tre giorni.

Lo dico anche per esperienza personale. La mia famiglia è proprietaria di alberghi da generazioni e conosco bene cosa significhi vivere di turismo. Le nostre radici affondano nell'Emilia, quella del dopoguerra, dove si vivevano condizioni economiche ben più difficili di quelle che oggi conosce la Valle di Susa. Lì la povertà era reale, non uno slogan: si faceva fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.

Eppure quella terra ha scelto di investire sul futuro. Ha costruito una reputazione fondata sull'accoglienza, sulla qualità dei servizi, sulla cultura, sull'enogastronomia e sui grandi eventi. Oggi l'Emilia-Romagna è una delle regioni economicamente più forti d'Europa ed è riuscita ad attrarre un turismo internazionale di qualità e investimenti continui.

Non è un caso se ospita alcuni degli appuntamenti più importanti del Paese: il Meeting di Rimini, il Sigep, il TTG Travel Experience, Ecomondo, Macfrut, Cersaie, il Motor Valley Fest di Modena, il Festival Verdi di Parma e il Ravenna Festival, oltre a fiere internazionali, congressi scientifici e manifestazioni culturali che generano economia durante tutto l'anno.

Il turismo di qualità non si costruisce incentivando il consumo di alcol. Si costruisce offrendo sicurezza, servizi efficienti, infrastrutture, eventi di alto livello e soprattutto un'immagine positiva del territorio.

C'è poi una riflessione che ritengo inevitabile. Il Festival dell'Alta Felicità richiama soprattutto un pubblico interessato a un evento musicale e politico della durata di pochi giorni. È un turismo temporaneo, che produce un indotto limitato e che, per sua natura, difficilmente si traduce in nuovi investimenti, nell'apertura di imprese, nell'acquisto di immobili o nella scelta della Valle come luogo in cui vivere, lavorare o fare impresa.

Il futuro della Valle di Susa, invece, si costruisce attirando famiglie, escursionisti, cicloturisti, appassionati di cultura e di storia, professionisti, imprenditori e aziende che decidono di frequentare il territorio tutto l'anno, organizzare eventi, congressi, investire capitali e creare occupazione stabile.

Per questo continuo a pensare che un imprenditore debba ragionare nel lungo periodo. La reputazione di un territorio è un capitale che richiede decenni per essere costruito e pochi minuti per essere distrutto. Ogni immagine di guerriglia che finisce sulle televisioni e sui giornali allontana famiglie, turisti e investitori molto più di qualsiasi limitazione temporanea alla vendita di alcolici.

Se una parte del tessuto economico continua a considerare prioritario il mancato incasso di un weekend rispetto al danno reputazionale che può segnare un territorio per anni, allora il problema non è soltanto politico. È culturale, imprenditoriale e strategico.

La Valle di Susa possiede un patrimonio naturale, storico e paesaggistico straordinario. Ha tutte le potenzialità per diventare una destinazione alpina di eccellenza, ma questo richiede una visione di lungo periodo: attrarre persone che scelgano di tornare, investire, creare lavoro e contribuire alla crescita del territorio, non limitarsi a ospitare eventi che, una volta terminati, lasciano ben poco oltre alle polemiche.