Gaza e l'esposizione politica di artisti come De Gregori, Elisa, Vasco Rossi, Mannoia e Pelù
C’è un vizio piuttosto evidente in una certa stampa schierata: difende la libertà degli artisti di esporsi solo quando l’esposizione coincide con la linea editoriale del momento. Se un cantante prende posizione sulla guerra “giusta”, allora diventa una coscienza civile. Se invece tace, dubita, si sottrae al coro o invita alla prudenza, viene subito sospettato di codardia, calcolo economico o convenienza.
È un meccanismo molto comodo. L’artista è libero quando dice ciò che il giornale vuole sentirsi dire. Diventa ambiguo quando non lo dice. È coraggioso se firma l’appello giusto, è pavido se non partecipa alla processione laica dell’indignazione obbligatoria.
Naturalmente, un cantante, un attore, uno scrittore hanno tutto il diritto di parlare di Gaza, dell’Ucraina, dell’Iran, del Sudan, dello Yemen o di qualunque altra tragedia internazionale. Nessuno chiede agli artisti di stare zitti per contratto. Il problema nasce quando il diritto a parlare si trasforma nel dovere di parlare. E, soprattutto, nel dovere di parlare nella direzione politicamente gradita.
Qui emerge l’incongruenza. Alcuni giornali progressisti e militanti non si limitano a sostenere chi prende posizione: processano moralmente chi non lo fa. Il silenzio non viene interpretato come dubbio, complessità, prudenza, pudore o rifiuto della semplificazione. No. Il silenzio diventa subito complicità, opportunismo, paura degli sponsor, timore di perdere pubblico, contratti o concerti.
È una forma di bigottismo laico. Non pretende che il cantante reciti il catechismo religioso, ma che reciti quello politico. Non gli chiede di credere in Dio, ma nella causa del giorno. Non gli impone il pulpito della chiesa, ma quello del palco, del festival, del concerto, della diretta televisiva.
E poi c’è il grande non detto: solo alcune guerre diventano metro di giudizio morale. Solo alcune vittime meritano appelli, firme, scomuniche pubbliche e domande indignate. Altre guerre, altri massacri, altri perseguitati, altri bambini, altre donne, altri ostaggi restano ai margini, perché meno utili al racconto ideologico del momento.
Perché su certi conflitti il silenzio è considerato complicità, mentre su altri è semplice distrazione? Perché alcune tragedie devono essere denunciate in ogni concerto, mentre altre non entrano mai nel repertorio dell’indignazione? Perché alcuni carnefici vengono nominati con zelo, mentre altri spariscono dietro formule generiche, prudenza diplomatica o imbarazzato mutismo?
La formula “siamo contro tutte le guerre” viene spesso liquidata come frase banale, buona per non prendere posizione. Ma forse è proprio lì che si misura la coerenza. Essere contro la guerra solo quando la guerra è quella approvata dal proprio ambiente culturale non è coraggio: è conformismo. Il coraggio vero sarebbe usare lo stesso metro sempre, anche quando la vittima non è spendibile, quando il carnefice è scomodo da nominare, quando la causa non porta applausi dal proprio pubblico.
Il paradosso è che certi giornali accusano gli artisti di non essere abbastanza liberi, mentre in realtà vorrebbero arruolarli. Non chiedono pensiero critico, chiedono adesione. Non chiedono coscienza, chiedono allineamento. Non chiedono umanità, chiedono appartenenza.
Chi parla è civile. Chi tace è sospetto. Chi firma è coraggioso. Chi non firma è probabilmente servo del mercato. Chi aderisce alla campagna giusta è sensibile. Chi non aderisce è indifferente. Il tutto con quel tono da tribunale morale che pretende di stabilire chi ha diritto alla patente di essere umano perbene.
Ma la libertà di espressione comprende anche la libertà di non trasformare ogni concerto in un comizio. Comprende la libertà di non semplificare tragedie complesse in slogan da palco. Comprende la libertà di dire “non so”, “non voglio strumentalizzare”, “non mi sento competente”, “non accetto di farmi arruolare”.
Gli artisti possono parlare di Gaza, dei civili palestinesi, degli ostaggi israeliani, dell’Ucraina invasa, dei bambini deportati da Putin, delle donne iraniane, dei cristiani perseguitati, dello Yemen, del Sudan e di tutte le guerre dimenticate. Possono farlo, certo. Ma se lo fanno solo quando la causa è socialmente premiata dal proprio pubblico, allora non siamo davanti al coraggio civile: siamo davanti al marketing dell’indignazione.
E quando l’indignazione funziona a intermittenza, accendendosi solo sulle guerre che convengono alla propria narrazione, non è più coscienza morale. È propaganda con l’accompagnamento musicale.

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