Umberto Eco è tornato. Ma siamo pronti ad ascoltarlo davvero?
di Claudio Pasqua
Lo sapete, vero, che Umberto Eco aveva chiesto esplicitamente che per 10 anni dopo la sua morte non si organizzassero convegni, celebrazioni ufficiali, giornate di studio o iniziative commemorative a lui dedicate.
Beh! sono passati 10 anni!

Umberto Eco è tornato. Ma siamo pronti ad ascoltarlo davvero?
Quando un pensatore diventa icona, il rischio è che smetta di farci male. E Umberto Eco, se lo prendiamo sul serio, deve farci male.
Per dieci anni abbiamo fatto silenzio. O almeno abbiamo finto. Abbiamo lasciato che il suo nome circolasse a bassa intensità, come un’etichetta prestigiosa da applicare alle cose: “ecologico” nel senso di Eco, “semiotico” nel senso di Eco, “lucido” nel senso di Eco. Nel frattempo, però, il mondo si è trasformato esattamente nel laboratorio che lui aveva previsto e descritto: un universo saturo di segni, dove tutto significa qualcosa e niente significa davvero. Ora, a dieci anni dalla sua scomparsa, il suo ritorno nello spazio pubblico appare inevitabile. Ma ecco la domanda che nessuno ama fare: stiamo davvero tornando a Umberto Eco, o stiamo tornando a usare Umberto Eco?
Questa non è una celebrazione. È un sospetto. Anzi: una provocazione necessaria. Perché Eco non era un santino culturale. Era un dispositivo critico. Un antidoto. E come tutti gli antidoti, funziona solo se brucia un po’.
Il paradosso Eco: onorare chi diffidava dell’onore
Eco diffidava delle liturgie. Non perché disprezzasse la memoria, ma perché temeva la trasformazione del pensiero in cerimonia. Il pensiero, per lui, era un’attività conflittuale: non conferma, ma scontro; non consenso, ma interpretazione; non ripetizione, ma attrito.
E allora, ogni volta che il suo nome viene usato per decorare un discorso (“come diceva Eco…”), bisognerebbe fermarsi e chiedersi: stiamo aprendo una porta o stiamo chiudendo una discussione? Perché citare Eco è facilissimo. Leggerlo e lasciarsi contraddire da lui è molto più difficile.
Eco, se fosse qui, probabilmente farebbe una cosa semplice e devastante: ci chiederebbe di precisare. Di definire i termini. Di non usare parole come “verità”, “complotto”, “identità”, “cultura”, “popolo”, “élite” come se fossero monete buone per qualsiasi acquisto. Eco era un filosofo del dettaglio. Un nemico della pigrizia semantica. E oggi viviamo nell’epoca della pigrizia semantica elevata a stile di vita.
Tutti parlano di Eco. Ma chi lo legge ancora?
Eccola, la prima vera provocazione: quanti di quelli che oggi invocano Eco lo leggono davvero? Non lo nominano. Non lo rilanciano. Non lo riducono a tre righe virali. Lo leggono. Con pazienza. Con fatica. Con la disponibilità a non capire subito.
Eco non era facile. Non voleva esserlo. Il suo pensiero era stratificato, pieno di rimandi, capace di cambiare marcia nella stessa pagina. I suoi saggi pretendevano tempo e attenzione: due cose che oggi trattiamo come optional. E allora accade l’inevitabile: Eco viene “snellito”. Tagliato. Trasformato in un set di frasi eleganti da usare in pubblico.
Ma un Eco trasformato in aforisma è un Eco disinnescato. È come prendere un’enciclopedia e usarla come sottobicchiere: può ancora reggere qualcosa, certo, ma hai smesso di farne ciò per cui esiste.
L’era della sovrapproduzione di segni: profezia o condanna?
Eco aveva capito prima di molti che il problema non è l’ignoranza, ma l’eccesso. Non il silenzio, ma il rumore. Non la mancanza di informazione, ma la sua proliferazione senza gerarchie.
Oggi viviamo immersi in flussi continui di contenuti che pretendono interpretazione immediata. Tutti interpretano tutto, sempre, in tempo reale. Ma interpretare non è capire. E capire non è reagire. Eco lo sapeva: l’interpretazione è un’arte che richiede responsabilità, non un riflesso nervoso.
E qui sta il punto: il mondo contemporaneo assomiglia a una gigantesca macchina semiotica impazzita. Ogni immagine è un messaggio, ogni messaggio è un’arma, ogni arma è un’identità. La comunicazione non serve più a costruire un terreno comune, ma a marcare confini. Eco, che amava i labirinti, avrebbe riconosciuto il nostro: solo che il nostro labirinto non è fatto per esplorare, ma per perdersi e restare dentro.
“Il complotto” come comfort: quando l’intelligenza si traveste da paranoia
Eco aveva scritto in modo memorabile sul fascino dei complotti: non come teoria astratta, ma come meccanismo culturale. Il complotto è seducente perché ordina il caos. Ti dice che c’è un senso nascosto. Che qualcuno controlla. Che nulla è casuale. È un’illusione rassicurante: meglio un mondo governato dal Male che un mondo governato dall’incompetenza e dall’incertezza.
Oggi, quella seduzione è diventata industria. E la cosa più inquietante è che spesso si presenta con una maschera intelligente. Non più l’urlo scomposto, ma l’argomentazione ben confezionata; non più la superstizione, ma l’“analisi alternativa”.
Eco avrebbe sorriso amaramente: il complotto non è l’opposto della cultura, è una sua caricatura. Imita la ricerca di senso, ma ne distrugge il metodo. E noi, troppo spesso, premiamo l’imitazione perché è più rapida, più emozionante, più monetizzabile.
Quando la cultura diventa intrattenimento colto
Seconda provocazione, più spietata: abbiamo trasformato la cultura in un genere di intrattenimento, e poi ci stupiamo se diventa superficiale. Eco aveva la rara capacità di essere popolare senza diventare banale. Ma oggi il successo culturale viene misurato con criteri che non hanno nulla a che vedere con la complessità: engagement, velocità, riconoscibilità.
Il risultato è che i grandi autori rischiano di diventare “contenuti”. E i contenuti devono essere brevi, vendibili, compatibili con la distrazione permanente.
In questo ambiente, Eco è un oggetto problematico. Perché Eco resiste. Eco richiede. Eco non si presta facilmente a diventare “format”. Ed è proprio per questo che è prezioso: perché ci obbliga a rallentare.
Intellettuale pubblico o brand culturale?
Eccola, la domanda che nessuno vuole dire ad alta voce: Umberto Eco è ancora un autore o è diventato un marchio? Un nome che conferisce autorevolezza, che nobilita un discorso, che funziona come sigillo di qualità. “Se lo cito, sembro più serio.”
È un destino comune ai classici. Ma con Eco il rischio è maggiore, perché lui è vicino, contemporaneo, “utilizzabile”. Non appartiene a un passato remoto e intoccabile: lo tiriamo fuori quando ci serve.
E ogni volta che lo facciamo senza affrontarne le contraddizioni, lo riduciamo. Eco non era un manuale di buone maniere intellettuali. Era un pensatore che sapeva essere feroce, sarcastico, persino impietoso. Se lo trasformiamo in un brand rassicurante, stiamo facendo esattamente ciò che lui temeva: stiamo sostituendo il pensiero con la reputazione del pensiero.
Il modo più onesto di “celebrare” Eco: usarlo contro di noi
Se vogliamo davvero rendere omaggio a Umberto Eco, c’è una strada sola: non metterlo su un piedistallo, ma usarlo come martello. Contro le nostre scorciatoie. Contro il nostro desiderio di avere ragione subito. Contro la nostra tendenza a chiamare “dibattito” ciò che spesso è solo rissa simbolica.
Eco ci insegnava una disciplina: la precisione. La lentezza. La cura. La capacità di distinguere. E oggi, in un mondo che confonde tutto con tutto, distinguere è un atto politico nel senso migliore: significa difendere la realtà dall’abuso.
Il vero silenzio viene dopo
C’è un ultimo punto, forse il più importante. Il problema non è parlare di Eco. Il problema è cosa succede dopo che abbiamo parlato.
Dopo l’ennesima citazione, apriremo un suo libro o chiuderemo la pagina? Dopo l’ennesima frase brillante, ci prenderemo il tempo di capire o passeremo oltre? Dopo l’ennesimo omaggio, ci lasceremo interrogare oppure ci diremo “fatto”, come si fa con una pratica burocratica?
Perché Eco, se lo ascolti davvero, non ti lascia comodo. Ti costringe a dubitare del tuo linguaggio. Ti chiede prove. Ti obbliga a distinguere tra interpretazione e delirio, tra ironia e cinismo, tra critica e disprezzo.
E qui sta la provocazione finale, la più difficile da digerire: forse non abbiamo paura di dimenticare Umberto Eco. Forse abbiamo paura di ricordarlo sul serio.
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