L'attendibilità di Alessandro Barbero quando parla a titolo personale
Un lettore scrive:
È assurdo: Barbero, storico, non può esprimere un’opinione, mentre Di Pietro, Nordio e Zanon — tutti politicizzati e direttamente coinvolti nella riforma — sono considerati “esperti”. Il ridicolo non sta nell’opinione dello storico, ma nella finta autorità di chi difende interessi di parte.
Attorno a Barbero si è ormai creato un clima quasi religioso. Non è più uno storico che divulga il Medioevo con competenza e talento, ma una figura totemica: quando parla, per una certa parte politica, “ha ragione” a prescindere. Se lo critichi, non stai discutendo le sue argomentazioni: stai “attaccando la cultura”, “censurando uno storico”, “difendendo il potere”. Una caricatura del dibattito pubblico.
Ma partiamo da un punto fermo: Barbero può dire quello che vuole. Nessuno lo mette in discussione. Il problema non è la libertà di opinione, è l’autorità che gli viene attribuita fuori contesto. Quando interviene su riforme costituzionali o questioni giuridiche, non parla da esperto, ma da cittadino qualunque — solo molto più esposto mediaticamente di qualunque altro cittadino. E questo squilibrio conta.
È curioso poi che si gridi allo scandalo perché uno storico “non può esprimere un’opinione”, mentre si liquida come “politicizzati” Di Pietro, Nordio o Zanon. Si può non condividere ciò che dicono, ma qui i ruoli sono chiari: quelli sono giuristi che parlano di diritto, Barbero è uno storico che parla di altro. Che siano coinvolti o abbiano interessi non li rende automaticamente incompetenti; semmai impone di controbattere nel merito, non di delegittimarli per pregiudizio ideologico.
La verità è più semplice e più scomoda: Barbero piace perché dice quello che una parte vuole sentirsi dire. Esattamente come accadeva con Pansa, quando era “compagno” e andava benissimo. Poi ha iniziato a parlare di foibe, di crimini comunisti, di revisionismo storico, ed è diventato all’improvviso un “fascista”. Stesso uomo, stesso mestiere: cambiata solo la narrazione. E oggi nessuno si chiede perché fior di storici abbiano preso il suo posto senza ricevere la minima attenzione.
Il problema non è chi parla, ma chi viene ascoltato. E viene ascoltato chi conferma il proprio schema mentale, non chi lo mette in crisi. Gli studiosi che non passano per Facebook, podcast o salotti televisivi semplicemente non esistono. Non perché siano meno seri, ma perché non sono utili alla tifoseria.
Quindi no, il ridicolo non sta nel fatto che uno storico venga criticato. Il ridicolo sta nel trasformare un divulgatore in un oracolo e nel gridare alla censura ogni volta che qualcuno osa dire una cosa ovvia: fuori dal proprio campo di competenza, anche gli intellettuali vanno discussi, non venerati.
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