IRAN: Perché la sinistra, ANPI, CGIL non scende in piazza a difendere i migliaia massacrati nelle piazze?
L’Iran è un regime teocratico che reprime donne, studenti, omosessuali e dissidenti, ma che allo stesso tempo si colloca “contro” gli Stati Uniti e Israele.
E questo cortocircuito manda in tilt una parte consistente dell’attivismo universitario italiano (La "SINISTRA")
E questo cortocircuito manda in tilt una parte consistente dell’attivismo universitario italiano (La "SINISTRA")
Scendere in piazza per l’Iran significherebbe prendere sul serio le parole “diritti” e “libertà” anche quando non possono essere usate come clave contro l’Occidente.
Significherebbe ammettere che esistono regimi illiberali che non sono il prodotto diretto del colonialismo europeo, ma di responsabilità interne, di scelte politiche e religiose precise.
Significherebbe ammettere che esistono regimi illiberali che non sono il prodotto diretto del colonialismo europeo, ma di responsabilità interne, di scelte politiche e religiose precise.
Troppo scomodo.
Le donne iraniane che si tolgono il velo non diventano icone pop, non finiscono sulle tote bag, non sono spendibili su Instagram.
Non sono utili alla costruzione di un’identità militante. Chiedono solidarietà vera, non simbolica. E la solidarietà vera costa: espone, divide, obbliga a studiare, a distinguere.Inoltre l’Iran non offre un nemico “spendibile” in patria.
Protestare contro Teheran non permette di attaccare il governo italiano, né il capitalismo, né “il sistema”.
È una causa che non rafforza il narcisismo politico di chi scende in piazza più per sentirsi dalla parte giusta che per cambiare qualcosa.Così le piazze restano vuote. Non per disinteresse, ma per coerenza ideologica. Una coerenza rovesciata, che trasforma l’antimperialismo in indifferenza morale e l’attivismo in selezione opportunistica delle vittime.
L’Iran ci ricorda che la libertà non è uno slogan.
Ed è per questo che fa paura.

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