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SALE LO SPREAD? LA COLPA È SOLO NOSTRA. E CHI PAGHERÀ SARANNO LE FAMIGLIE ITALIANE


Di chi è la colpa quando cresce lo spread? Di sicuro non della Germania o dell'eurozona. La Stampa pubblica oggi una serie di infografiche a corredo di un articolo firmato da Gianluca Paolucci e Raphael Zanotti che dimostrano una realtà del tutto diversa rispetto alle narrazioni molto in voga di questi tempi "urlate" dai nostri politici. Dati che smontano gran parte dei luoghi comuni e della retorica sull’«attacco all’Italia» e sul «grande complotto» speculativo dei mercati contro il nostro Paese cui ci ha abituato la politica nostrana,  troppo orientata a colpire i bersagli deboli e poco attiva sui problemi reali del Paese.



La colpa è tutta nostra. Colpa soprattutto dell'instabilità politica dell'Italia e della sua incapacità di rendersi credibile ai mercati. Perché, lo ricordiamo, lo spread è solo un indicatore (e  non la causa) di una condizione sulla capacità dell’Italia di rimborsare i propri creditori, e che dice sinteticamente quanto un certo paese è ritenuto un pagatore affidabile. L'Italia si sta avviando in un percorso pericoloso, grazie al fatto che le su banche sono più solide oggi rispetto al 2011 ma più vulnerabili ai mercati esteri. 
La recent incertezza politica italiana ha fatto schizzare questo indicatore a oltre 300 punti (qui una pagina dove potete seguirlo in tempo reale), il livello più alto dalle elezioni politiche del 4 marzo. Significa, in breve, che sui mercati finanziari internazionali è aumentata la preoccupazione che in futuro il governo italiano non possa o non voglia rimborsare ai creditori il denaro che hanno prestato all’Italia.


Si rischia così di consegnare le banche italiane, anche se risanate, agli stranieri proprio per una spaccatura tra il patrimonio netto e la capitalizzazione in Borsa. Ma non solo. Secondo la gran parte degli osservatori la voce fatte confluire da Lega e Movimento 5 Stelle su una possibile uscita dall’euro viene considerato un evento estremo molto rischioso dagli investitori.

DANNO PER IMPRESE, LAVORATORI E FAMIGLIE ITALIANE 

Se il governo italiano paga di più in interessi rispetto alla controparte tedesca, anche le aziende italiane finiranno a loro volta per pagare tassi più alti rispetto alle concorrenti tedesche. Significa molto semplicemente che le imprese italiane finirebbero per essere svantaggiate. Se un investitore o un risparmiatore non si fida più basta che non rinnovi la sottoscrizione dei titoli in scadenza.

Se il mercato non rinnova i titoli, lo Stato alla lunga può fallire, la fiducia di famiglie e aziende crollare e l’economia sprofondare in una profonda crisi, che nel mondo globalizzato in cui viviamo, è facile che poi abbia ripercussioni su scala continentale e internazionale. È quello che è successo durante la crisi del debito dell’Eurozona in Grecia, in Spagna e in Italia. Ecco spiegato il motivo di tanta ansia, in particolare dal 2010 a oggi, quando si parla di Spread.

Il solo fatto che se ne parli crea preoccupazioni per la futura capacità dell’Italia di rimborsare i suoi creditori.  A causa delle diminuizione di borsa, infatti, le banche hanno inoltre valore di molto inferiore rispetto al loro capitale. Il che riporta tutto ai tempi dell'inizio della crisi.

Siamo per così dire seduti su un vulcano che  potenzialmente potrebbe esplodere da un momento all'altro, e che svenderebbe i nostri titoli.

L'ALLARME LANCIATO DAL SINDACATO FABI 

L'allarme lo lancia nelle ultime ore la FABI, il primo sindacato del settore bancario che in una recente analisi si è accorta che il 60% le banche italiane sono già di proprietà di fondi stranieri e con i cali dei titoli in borsa valgono molto meno del loro capitale e sono a rischio scalata.

Sempre secondo FABI,  a differenza del 2011, oggi le banche sono tornate a essere redditizie e hanno ripulito i loro bilanci dalle sofferenze. Tutto ciò agli occhi dei fonti esteri rende gli istituti di credito italiani molto appetibili: chi volesse comprare l'industria bancaria italiana la troverebbe risanata e in saldo. 

Tra i gruppi a rischio c'è  BancoBpm e- Ubibanca, il cui valore è di 20 miliardi di euro  e che potrebbero essere acquisiti, svenduti, dicono gli esperti, con appena 8 miliardi.

Purtroppo sono proprio  gli effetti delle tensioni politiche sul debito pubblico italiano ad aver inciso sui mercati finanziari; ogni volta che aumenta lo spread le banche italiane cadono in borsa. 

Il motivo è molto semplice: le banche possiedono circa 340 miliardi di titoli di Stato, ovvero il 15% di tutti i titoli di debito italiano in circolazione. Quando lo spread aumenta, l'Italia finisce nel mirino della speculazione finanziaria, e tutto si ripercuote sui nostri titoli di borsa, danneggiano anche le imprese. 

Tanto per dare un'idea del clima negativo di questo periodo, si pensi che solo nell'ultimo   mese la caduta media dei titoli bancari è stata di oltre il 20% del loro valore di mercato. Ciò è accaduto quando lo spread è aumentato di botto sfiorando i 300 punti. 

Anche se oggi le banche sono più sane rispetto al 2011, se lo spread dovesse di nuovi schizzare verso l'alto i fondi stranieri potrebbero accaparrarsi le banche italiane pre un quinto del loro valore nominale. 

"Si rischia di consegnare l`industria bancaria, già posseduta oggi per il 60% da fondi stranieri, a qualche grande banca europea" dichiara Lando Sileoni, segretario generale della Federazione. 

"Ma il pericolo non è solo quello di mettere in saldo le nostre aziende bancarie. Con loro verrebbero svenduti anche i lavoratori e il loro futuro. I grandi gruppi stranieri infatti non avrebbero motivo di preoccuparsene. Con una logica a breve termine spremerebbero le banche acquistate solo per farne profitti velocemente. Non possiamo permettercelo"

"Carlo Messina di Intesa ha detto che a 32-33 miliardi di euro il gruppo è a rischio scalata. Ha ragione, perché a quella quotazione varrebbe solo il 60% del patrimonio. Ora Intesa fa utili e si è ripulita dalle sofferenze bancarie, in particolare in NPL, noti anche con il nome di crediti deteriorati, ma a quel prezzo diventa preda e non predatore. A noi interessa salvaguardare i posti di lavoro di ogni istituto bancario" conclude il segretario generale della Fabi.

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