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CHI HA UNA LAUREA SOFFRE MENO L'IMPATTO DELLA CRISI

Dal 13 settembre sono in rete i dati del rapporto annuale dell’Ocse Education at glance. Molte le novità su cui bisognerà tornare. Ai membri ordinari dell’Ocse se ne aggiungono altri nuovi, come il Cile.

È confermato l’avvio del Programme for international assessment of adult competencies (Piaac). Dopo le due importanti ma limitate indagini pionieristiche promosse negli anni passati da Statistics Canada, il Piaac offrirà nel 2013 un quadro ben più ampio delle competenze alfabetiche e di calcolo della popolazione in età di lavoro (16-64 anni) nei 36 paesi dell’Ocse e in altri associati. Alle preziose tabelle generali ora si aggiungono profili focalizzati per paesi, tra questi l’Italia.

Guardando le cose da una visuale limitata, quella del tornaconto personale, si nota che in tutti i paesi gli individui con un’istruzione terziaria (diploma o laurea) soffrono meno gli effetti della crisi economica. In tutti i paesi i laureati guadagnano mediamente il 13 per cento in più dei non laureati, in Italia e Portogallo addirittura il 46 per cento in più. In Italia e Turchia si registra tuttavia una resistenza a dar lavoro ai laureati, occupati tra il 79 e il 74 per cento, contro la media Ocse dell’84.

Ma dappertutto, anche in Italia, chi ha una laurea trova lavoro molto più facilmente di chi ha solo un’istruzione di base. E trovano lavoro con retribuzioni ancora più alte i laureati dopo una prima esperienza di lavoro. Dappertutto le donne guadagnano meno dei maschi, mediamente il 72 per cento, in Italia e Brasile il 65.


Internazionale, numero 916, 23 settembre 2011



NUMERI 

Entro il 2020 il 35 per cento dei posti di lavoro nei paesi dell’Unione europea richiederà una laurea. Ma oggi in Europa solo il 26 per cento dei lavoratori è laureato. Negli Stati Uniti è il 41, in Giappone il 44, in Canada il 50 per cento. E in Italia? Il 15. Siamo terzultimi. Peggio di noi solo Romania e Malta. Combinando investimenti pubblici e privati, i paesi europei spendono in media per l’università l’equivalente dell’1,3 per cento del loro prodotto interno lordo. I due estremi sono la Danimarca, in testa, con il 2,27 e la Slovacchia, in coda, con l’1,06. Gli Stati Uniti spendono il 2,7 per cento. E l’Italia? Fa poco meglio della Slovacchia, con appena l’1,08 per cento del pil investito per l’università. Forse, più che il downgrading di Standard & Poor’s, sono questi i numeri che dovrebbero fare paura.

Giovanni De Mauro



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