lunedì 5 dicembre 2016

E SE NON FOSSE PIGRIZIA. COME RICONOSCERE LA PRESENZA DI UN DISTURBO SPECIFICO DELL'APPRENDIMENTO

“Come mai non vuoi fare i compiti?”
“Com’è possibile che ti alzi sempre dalla sedia e non riesci a stare concentrato?”
“Perché non leggi ad alta voce? Magari ti ricordi meglio?”
“Perché non vuoi andare a scuola?”
“È possibile che non riesci ad imparare le tabelline?”
“Sei pigro! Per questo non riesci!”




Spesso queste frasi riecheggiano nelle mente di genitori ed insegnanti davanti ad un giovane alunno che si sta approcciando alla scuola e che, per diverse ragioni, non riesce ad ottenere dei buoni risultati negli apprendimenti. Sovente si tratta di bambini socievoli, intelligenti, e che, fino all’ingresso a scuola, sembravano volenterosi e pieni di risorse. 

Tuttavia, può succedere che alcuni di essi inizino a perdere motivazione e che non riescano a tenere il passo dei compagni; i genitori, talvolta, iniziano a mettere in dubbio le proprie capacità genitoriali, le capacità del bambino, le risorse messe in campo dalla scuola, si insatura, così, un circolo di incomprensione ed di emozioni non elaborate.

Alcuni atteggiamenti di questi bambini, però, sono talvolta legati alle difficoltà che stanno incontrando a scuola a causa di alcune loro caratteristiche di apprendimento.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) possono essere considerati una “caratteristica” propria del singolo soggetto che lo porta ad apprendere in maniera diversa rispetto alla maggior parte dei suoi coetanei; i bambini con DSA sono bambini intelligenti, ma che, a fronte di un buon funzionamento generale, mostrano una caduta specifica in un preciso ambito, ad esempio leggono con fatica, non riescono a cogliere il significato del testo mentre lo leggono ad alta voce, non riconoscono le sequenze numeriche o non riescono ad automatizzare le procedure di calcolo, non imparano a memoria le tabelline, il loro tratto grafico è impreciso, non automatizzano le regole ortografiche.

Dal punto di vista emotivo, questi bambini possono assumere un atteggiamento di ritiro e quindi evitano di andare a scuola, di leggere ad alta voce, di stare con i compagni; o un atteggiamento oppositivo e provocatorio. Spesso, infatti, non si sentono capiti e iniziano a dubitare delle proprie capacità, ciò può influire sulla loro autostima dal momento che vedono i propri compagni fare dei progressi e loro, nonostante l’impegno, restare fermi. 

Quando si rilevano queste difficoltà di apprendimento e comportamentali si può essere in presenza di un DSA , cioè quella classe di disturbi neurobiologici che insorgono in età evolutiva e che influiscono sui processi di apprendimento e di consolidamento di alcune abilità specifiche, come la lettura (dislessia), la scrittura (disgrafia), l’ortografia (disortografia) e il calcolo (discalculia). L’iter di valutazione per i disturbi dell’apprendimento prevede: una visita neuropsichiatrica, volta ad escludere cause organiche della difficoltà; una valutazione psicologica-cognitiva, per indagare il funzionamento cognitivo globale; ed una valutazione logopedica per la valutazione dei singoli domini di apprendimento.

La letteratura scientifica si è occupata di studiare i processi di apprendimento della lettura e quindi di individuare i circuiti neurologici coinvolti. Uno studio di Shaywitz del 2005 ha evidenziato che nei lettori esperti si attivano sistemi neurali altamente interconnessi che coinvolgono regioni delle aree anteriori e posteriori dell'emisfero sinistro. Il circuito responsabile del processo di lettura comprende regioni occipitotemporali, per il processamento visivo di grafemi (lettere) e delle loro caratteristiche generali (linee, curve, forma), l’area di Wernicke, per la conversione dei grafemi in fonemi (suoni corrispondenti) e per la comprensione delle parole, infine, l’area di Broca, per l'articolazione delle parole (Lima, 2010). Richian e colleghi (2009), attraverso studi di meta-analisi, hanno confrontato l’attivazione cerebrale dei lettori proficui e di lettori dislessici durante un compito di lettura e hanno osservato una minore attivazione dell’emisfero sinistro nei soggetti dislessici nelle regioni parietale inferiore, temporale inferiore, medio e superiore, giro fusiforme; nel lobo frontale sinistro è stata segnalata una minore attivazione del giro frontale inferiore, ma una maggiore attivazione della corteccia motoria primaria e dell’insula anteriore. 

Border (Border, 1973) ha distinto tre tipi di dislessia: dislessia disfonética o fonologica; dislessia diseidética; dislessia mista. La dislessia disfonetica è caratterizzata da difficoltà nella conversione grafema/fonema e sembra interessare principalmente il lobo temporale; la dislessia diseidética coinvolge il processo visivo della rappresentazione della parola nelle sue variazioni e sembra interessare principalmente il lobo occipitale; la dislessia mista è caratterizzata da difficoltà sia di ordine uditivo sia di ordine visivo e coinvolge le regioni del lobo pre-frontale, frontale, occipitale e temporale.

Esistono alcuni campanelli d’allarme che possono facilitare l’individuazione precoce di bambini con disturbi specifici dell’apprendimento, ad esempio, si presentano spesso in comorbilità con un altro disturbo specifico del linguaggio, spesso un altro membro della famiglia ha o ha avuto difficoltà simili, difficoltà a distinguere le lettere dell’alfabeto, difficoltà ad imparare nomi (difficoltà di accesso lessicale) e simboli, inversione di lettere o sillabe nella scrittura, uso eccessivo di parole sostituite (“quella cosa”, “affare”) per la denominazione di oggetti, difficoltà nel copiare dalla lavagna, ecc.

Poiché i disturbi dell’apprendimento sono una condizione cronica, una diagnosi ed un intervento precoce sono importanti affinché il bambino possa trovare strategie alternative e possa usufruire di una didattica adatta alle proprie esigenze. Se ciò avviene in tempo, gli studenti sentono di poter apprendere al pari dei compagni mettendo a frutto le proprie risorse e capacità; in caso contrario, può succedere che il loro mancato riconoscimento interferisca negativamente dentro e fuori la scuola contribuendo a compromettere l’iter di studio, professionale, lo sviluppo della personalità e l’adattamento sociale. Una ricerca del 2013 (Mugaini et al., 2013) ha riscontrato la dislessia come fattore di rischio per l’aumento di disturbi psicologici come ansia e depressione; inoltre, la gravità del disturbo dislessico è in comorbidità con disordini dell’attenzione o di iperattività e influisce anche su aspetti psico-sociali.

Quando il bambino si sente aiutato e capito nella propria difficoltà anche il clima familiare torna a distendersi, i compiti non sono più occasione di scontri e litigi, il tempo torna ad essere prezioso e può essere utilizzato in maniera funzionale lasciando lo spazio anche ad altre attività ludico-ricreative.

Bibliografia

Lima R.F., Salgado C.A., Ciasca S.M., (2010), Aspetti neurobiologici ed educazionali. Rivista di neuroscienze psicologica e scienze cognitive.

Mandonesi L., Passafiume D., Psicologia e Psicobiologia dell’apprendimento, Springer-Verlag 2004

Richian F, Kronbichler M, Wimmer H (2009). Functional abnormalities in the dyslexic brain: A quantitative meta-analysis of neuroimaging studies. Hum Brain Mapp, 30, 3299-308

Riddick B., Sterling C., Farmer R., Morgan S. (1999), Self-Estreem and Anxiety in the Educational History of Adult Dyslexic Students. Dyslexia, 5, pp 227-248.

Shaywitz S.E., Shaywitz B.A. (2005), Dyslexia (specific reading disabilities). Biol Psychiatry. Jun 1;57(11):1301-9. Review

Nessun commento: