martedì 16 luglio 2013

BRAND JOURNALISM: LE AZIENDE DIVENTANO PRODUTTORI DI CONTENUTI


"Nel nuovo, sempre in mutamento, ecosistema dell’informazione si rompono i vecchi equilibri: i giornali hanno meno bisogno delle agenzie stampa di un tempo grazie a social media e citizen journalism; mentre dall’altro lato, le agenzie immaginano in un futuro prossimo di entrare in concorrenza con i loro clienti. Al tempo stesso le imprese, spesso clienti di entrambi, abbracciano sempre più l’idea di diventare loro stessi editori, produttori di contenuti dando vita a quello che viene raccolto nella definizione di brand journalism".

Non lo affermo io e neppure Pier Luca Santoro che invece si limita a commentare un recente studio condotto da Estudio de Comunicacion, società di consulenza internazionale con sedi in oltre 20 nazioni, e Servimedia, terza agenzia stampa per dimensione in Spagna insieme all’Università Computense di Madrid.
La ricerca mostra chiaramente quanto sia condivisa l’idea (addirittura nel 97% dei casi), secondo la quale il rapporto tra le agenzie e i loro clienti sia cambiato radicalmente con l’avvento delle “nuove” tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Narrazione, la pubblicità, e la tecnologia stanno cominciando a intersecarsi. Avendo libero accesso alle piattaforme di social e mobile dei media, i brand (e le aziende) stanno sperimentando i media a pagamento, di proprietà per raggiungere i consumatori collegati nei loro canali di pertinenza. 
Organizzando e gestendo da sole la pubblicazione, e le reti pubblicitarie di marketing tradizionale: stanno praticamente evolvendo.

Non si tratta, come un giornalista scientifico ha oggi erroneamente scritto, di quelle che in gergo vengono chiamate  marchette (pratiche scorrette in cui si scrive un articolo per compiacere qualcuno). 
Qui si tratta di un nuovo tipo di lavoro, serio e trasparente: il giornalismo d’impresa, il “brandjournalism”, che potenzialmente potrebbe sostituire una parte del lavoro delle agenzie o, almeno, ne potrebbe diventare complementare.

C'è chi vede in tutto questo una minaccia: io vi vedo una opportunità. Le aziende, invece di affidarsi ad agenzie esterne, comprenderanno da vicino le logiche di comunicazione, e affideranno a professionisti le loro dinamiche. E' una trasformazione dell'attuale ecosistema dell’informazione in cui si rompono i vecchi equilibri e se ne formano di nuovi. Spaventa solo chi non è pronto al cambiamento.

E, come afferma Pier Luca Santoro, non ci sarà da annoiarsi


 

1 commento:

Andrea ha detto...

Sarebbe forse un'opportunità, se nel mondo dei media italiani esistesse chiarezza su chi sta scrivendo e per conto di quale committente. Nella realtà il panorama italiano è da sempre ricco di "marchette" anche perché l'ordine dei giornalisti non ha mai svolto il suo ruolo di garante dei lettori, espellendo chi si macchiava di questi comportamenti, ma ha sempre fatto finta di non vedere e non sapere, facendo perdere di credibilità il sistema dell'informazione nel suo complesso. La soluzione non è dare autorità giornalistica al marketing, ma garantire un processo di selezione in base al merito dei professionisti dell'informazione.