Radio Libertà: come la sinistra si è appropriata anche dei nostri partigiani
C'era una volta, in un Piemonte avvolto dalla neve e dal pericolo, una radio clandestina. Il 14 dicembre 1944, da Callabiana, nel biellese, partì la prima trasmissione di Radio Libertà, l'unica emittente radiofonica partigiana rivolta al pubblico civile e non a uso strettamente militare. Le sue prime note erano quelle di Fischia il vento, e il suo grido era semplice, cristallino, eroico: "Siamo partigiani, veri partigiani. Lo dice la nostra bandiera: Italia e libertà."
Sì, avete letto bene. Monarchici. Cattolici. Liberali. Gente che con la sinistra del dopoguerra aveva in comune grosso modo la stessa quantità di cose che un cardinale ha in comune con un commissario politico.
I numeri parlano chiaro. Secondo le stime degli storici, le Brigate Garibaldi — quelle comuniste — hanno fornito alla Resistenza il 50% dei combattenti. Il 20% veniva dal movimento Giustizia e Libertà; mentre il restante 30% dalle Formazioni Autonome (di ispirazione militare e monarchica), dalle Matteotti (Partito socialista) e dalle formazioni cattoliche.
Dunque un partigiano su tre non era di sinistra. Ma questo dettaglio, ovviamente, si perde ogni anno nella nebbia dei fumogeni e nello sventolio delle bandiere rosse.
Le Formazioni Autonome — i cosiddetti "partigiani azzurri" — erano in maggioranza di fede monarchica, di destra, cattolici e liberali, sostanzialmente uniti dall'antifascismo e da un netto rifiuto del comunismo. Per quest'ultima caratteristica erano guardati con diffidenza dal Partito Comunista Italiano.
Già nel 1944 litigavano. Ma almeno combattevano lo stesso nemico.
La celebre presa della città di Alba — raccontata da Beppe Fenoglio in un altrettanto celebre racconto — fu guidata da Enrico Martini e dalle sue divisioni 'azzurre', ovvero badogliani, monarchici, cattolici, ex-ufficiali del Regio Esercito e giovani, come Beppe Fenoglio appunto.
Fenoglio partigiano. Fenoglio che descrive quella guerra con tutta la sua ambiguità, il fango, la paura, i tradimenti interni. Fenoglio che di certo non si riconoscerebbe nel cartone animato che ne viene fatto ogni 25 aprile.
Il meccanismo della memoria in scatola
La sinistra italiana ha perfezionato nei decenni un'arte sublime: quella di estrarre la memoria storica solo quando serve, come si estrae un jolly da sotto il tavolo. Ogni qualvolta un governo fa qualcosa che non piace — che sia Berlusconi, Meloni, Renzi o, nelle giornate creative, anche Draghi — ecco che spuntano i partigiani. Compaiono come ologrammi nelle piazze, vengono convocati dagli archivi, messi in fila.
Il partigiano è diventato un brand. Un'icona grafica. Un meme politico con il fazzoletto rosso.
Il fatto che quei partigiani fossero spesso anziani contadini, operai, studenti cattolici, ex ufficiali del re, anarchici refrattari a qualsiasi partito — e che alcuni di essi avrebbero inorridito all'idea di essere arruolati come testimonial elettorali — è un dettaglio che non turba il sonno di nessuno.
Fra i partigiani c'è anche un santo: Aldo Gastaldi, nome di battaglia Bisagno. Apolitico e cattolico, scriveva: "Sono venuto in montagna per combattere il metodo fascista, non i fascisti in quanto tali. Combatterò sempre il metodo fascista ovunque lo riconoscerò, che sia fra bianchi, neri, rossi o gialli."
Bisagno. Uno dei partigiani più puri, più rispettati. Cattolico. Apolitico. La sua citazione è una bomba silenziosa piazzata sotto ogni appropriazione di parte. "Ovunque lo riconoscerò, che sia fra bianchi, neri, rossi o gialli."
Chissà come la prenderebbero, certi palchi del 25 aprile.
Torniamo alla radio
E così si chiude il cerchio, con la geometria beffarda della storia. La Radio Libertà del 1944 nacque nell'ambito delle attività della seconda Brigata Garibaldi. Era rossa, era comunista, era eroica nella sua piccola trasmittente nelle case di Callabiana.
Quella radio oggi non esiste più. Ma il suo nome è sopravvissuto — ed è finito nelle mani della Lega, che lo ha scelto nel 2022 per battezzare la sua nuova creatura mediatica, ex Radio Padania, ex RPL, ora appunto Radio Libertà. Il direttore, nel presentare il nuovo nome, cita addirittura Giorgio Gaber: "Il nostro credo? Essere la voce di chi non è mainstream, perché per noi essere liberi vuol dire partecipare." ANSA
Giorgio Gaber. Citato dalla Lega. Sulla radio che ha il nome dei partigiani garibaldini. In un paese in cui il 25 aprile è considerato "roba di sinistra".
A questo punto, la domanda sorge spontanea: chi ha rubato cosa a chi?
Conclusione (seria, per una volta)
I veri partigiani — quelli di carne, di paura e di neve — non appartenevano a nessun partito contemporaneo. Erano italiani che avevano scelto da che parte stare in un momento in cui la scelta costava la vita. Le loro motivazioni erano complesse: odio verso i tedeschi e il fascismo, rifiuto dell'umiliazione nazionale, fedeltà alla monarchia, speranze politiche, sentimenti di avventurosità giovanile
Ridurli a strumento di propaganda — di qualsiasi propaganda — è una forma di irriverenza che supera qualsiasi contrapposizione politica.
La sinistra italiana ha costruito sul mito partigiano una rendita di posizione morale che usa come clava contro ogni governo, indipendentemente da ciò che quel governo fa o non fa. È una protesta a orologeria, un antifascismo da calendario, che si sveglia ogni anno alla stessa data e poi torna a dormire.
Nel frattempo, Radio Libertà trasmette. Quella della Lega, intende. Con lo stesso nome di quella dei partigiani garibaldini del 1944.
La storia ha un senso dell'umorismo che nessuno, né a destra né a sinistra, sembra disposto ad apprezzare.
"Viva l'Italia! Viva la libertà!" — Radio Libertà, 14 dicembre 1944, Callabiana (BI)
Era un'altra radio. Era un'altra Italia. Era, soprattutto, un'altra sinistra.

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