Pensioni: il fallimento dei sindacati tra silenzi e priorità sbagliate
"Dal 2027 al 2028, l’età pensionabile tornerà ad aumentare, secondo un meccanismo ormai consolidato: un mese in più nel primo anno, tre mesi nel secondo, in funzione dell’incremento della speranza di vita. Un automatismo previsto dalla normativa, applicato senza scossoni, senza confronto e, soprattutto, senza una reale discussione pubblica.".
Lo scrive Giovanni Firera nel suo articolo: Pensioni, la fine del confronto sociale: cresce l’età, ma scompare la rappresentanza. Parole illuminanti che destano preoccupazione.
Peccato che a leggerle, nel 2026, venga spontaneo chiedersi: ma dov'erano i sindacati mentre tutto questo accadeva? Forse in riunione. Forse a organizzare il prossimo sciopero generale contro qualcosa. Forse impegnati a decidere il colore delle bandiere per la prossima piazza.
Negli ultimi anni alcuni sindacati hanno deciso che difendere il lavoratore sotto casa offriva meno visibilità sui media rispetto che la protesta contro gli equilibri geopolitici mondiali. Così ecco spuntare appelli su guerre, diritti globali e solidarietà internazionale. Tutto nobile, per carità. Intanto però il lavoratore medio o il pensionato guarda la bolletta e si chiede se per caso l’aumento arriverà via diplomazia internazionale. I media adorano queste battaglie “alte”, molto più scenografiche e mediatiche di un rinnovo contrattuale. E quindi sì, la percezione nasce facile: il mondo prima, il lavoro… poi, forse.
Perché di questo si tratta, ormai: scenografia.
L'età pensionabile sale in automatico — come se fosse una legge della fisica, non una scelta politica — e i sindacati annuiscono, dichiarano "preoccupazione", chiedono un tavolo. L'inflazione erode gli assegni mese dopo mese, e i sindacati esprimono "forte rammarico". I pensionati faticano ad arrivare a fine mese, e i sindacati organizzano uno sciopero. Su altro, naturalmente.
Perché occuparsi dei pensionati, in fondo, è roba noiosa. Non fa tendenza. Non conquista titoli. Non porta voti giovani.
Molto più stimolante — e, ammettiamolo, molto più comodo — parlare di tutto e di niente: transizione ecologica, smartworking, intelligenza artificiale, diritti universali dell'umanità intera. Argomenti vastissimi, impegnativi, su cui è quasi impossibile essere chiamati a rispondere di risultati concreti. Geniale, no?
Nel frattempo, milioni di anziani — quelli che hanno costruito con le proprie mani il paese in cui viviamo, quelli che hanno versato contributi per decenni fidandosi di un patto sociale che qualcuno ha silenziosamente smontato pezzo per pezzo — scoprono che la loro pensione non basta, che il costo della vita è esploso, che nessuno li rappresenta davvero.
Ma tranquilli: c'è stato uno sciopero dei trasporti la settimana scorsa. Stiamo tranquilli...
Il paradosso, se non fosse tragico, sarebbe quasi comico: i pensionati vengono convocati in piazza come comparse fedeli, riempiono le fotografie, gonfiano i numeri nelle note stampa. Poi tornano a casa, aprono il portafoglio, e si ritrovano esattamente dove erano prima. Solo un po' più stanchi.
Perché la verità — scomoda, indigesta, ma cristallina — è che i sindacati hanno smesso da tempo di fare i sindacati. Si sono trasformati in qualcos'altro: strutture burocratiche autoreferenziali, più preoccupate di mantenere il proprio spazio istituzionale che di ottenere risultati per le persone che dicono di rappresentare. Più attente ai rapporti con il governo del giorno che alla dignità di chi vive con 800 euro al mese.
Non è una crisi di efficacia. Sarebbe troppo generoso chiamarla così.
È una crisi di onestà intellettuale. È il momento in cui bisognerebbe avere il coraggio di guardarsi allo specchio e rispondere a una domanda semplicissima: per chi lavorate, esattamente?
Perché se non lavorate per i pensionati, se non combattete per il potere d'acquisto di chi ha lavorato una vita, se non mettete al centro della vostra azione la dignità economica degli anziani — allora la risposta è già scritta, e non è lusinghiera.
Senza rappresentanza vera, milioni di persone restano senza voce.
E i sindacati, quella voce, hanno smesso di incarnarla.
L'hanno lasciata spegnere. In silenzio. Tra uno sciopero e l'altro.
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