mercoledì 15 agosto 2018

BIG MIND: L’INTELLIGENZA COLLETTIVA CHE PUÒ CAMBIARE IL MONDO


Questo libro è in preparazione da decenni” scrive Geoff Mulgan, autore di: "Big Mind: l'intelligenza collettiva che può cambiare il mondo", recentemente pubblicato da Codice Edizioni. Si tratta effettivamente della sintesi di un lavoro fatto sul campo e di molte ricerche volte ad aiutare imprese, istituzioni ed organizzazioni ad “agire in modo più smart” per risolvere i problemi. 

Molti libri dello stesso autore hanno preceduto “Big Mind”, l’ultimo dei quali è “L’ape e la locusta – Il futuro del capitalismo tra creatori e predatori” (Codice Edizioni 2014) nel quale già venivano illustrati i rimedi per espandere l’intelligenza collettiva. Ci sono infatti domande a cui non è facile dare una risposta: ad esempio, come mai alcune organizzazioni pur essendo composte da persone brillanti, dotate di costose tecnologie, finiscono per autodistruggersi? La mancanza di intelligenza collettiva può portare a questo risultato.

Per intelligenza collettiva si intende collaborazione on line (in senso ristretto), fino a qualunque tipo di intelligenza che si manifesti su vasta scala (nell’accezione più ampia). “La tesi centrale è che ogni individuo, organizzazione o gruppo può trarre vantaggio dal rapporto con una mente più grande, avvalendosi del potere intellettivo di altre persone e di altre macchine” scrive l’Autore. Posta questa premessa, come si può procedere per espandere l’intelligenza collettiva? Basta disporre di strumenti sofisticati per produrre automaticamente risultati migliori? No. Evidentemente la complessità di un’organizzazione non è riducibile alla tecnologia. Tuttavia, in qualunque ambito si voglia sviluppare un’intelligenza collettiva, si tratta sempre di una questione di scelta. Infatti “intelligenza” deriva dalla combinazione di due parole latine: “inter” (= tra) e “legere” (= scegliere), d’altronde l’intelligenza non è altro che la capacità di scelta. Che strada dobbiamo seguire? Di chi dobbiamo fidarci? Che cosa è opportuno fare?

Quando pensiamo ad una collettività tendiamo a credere che un buon coordinatore possa fare la differenza nel funzionamento efficace ed efficiente dell’organizzazione stessa. E ciò è vero per un’equipe di lavoro, ma non lo è per Wikipedia, né per un’organizzazione i cui componenti sono fermamente convinti di dover realizzare una certa missione. D’altronde è sempre più facile valutare l’intelligenza individuale rispetto a quella collettiva, perché in una collettività ci sono molti obiettivi, e non di rado sono diversi e in conflitto fra loro.

In maniera analoga è sotto gli occhi di tutti lo sviluppo tecnologico-informatico senza precedenti degli ultimi anni, che ha reso molto più intelligente ogni forma di automazione, dai computer alle automobili. Cominciano ad essere numericamente importanti anche i successi connessi ai tentativi di mobilitare l’intelligenza umana su vasta scala. 
Ma l’intelligenza collettiva è comunque una combinazione di uomini e macchine, un assemblaggio di molte competenze diverse che, ad esempio, mancavano a Google quando decise di realizzare Google Maps.

Purtroppo gli algoritmi (che sono sempre scritti da persone) sono ben lontani dalla perfezione, ma un errore in un consiglio su un libro da parte di Amazon è una cosa, un errore di un’auto a guida automatica è tutt’altro.
In ogni caso, l’intelligenza collettiva può progredire solo se vi è una proficua collaborazione fra uomini e macchine. Siamo quindi lontani da quel futuro (scritto nel passato) secondo il quale le macchine avrebbero sostituito alla fine le persone. Naturalmente, l’intreccio fra decisioni umane e decisioni degli algoritmi può anche potenziare le peggiori inclinazioni delle persone (si pensi ad esempio alle bufale o fake news). E il rovescio della medaglia dell’intelligenza collettiva si verifica (anche) quando le macchine smettono di funzionare oppure non abbiamo corrente.

Di quali elementi è dunque composta l’intelligenza collettiva? La prima cosa che ci occorre è un modello del mondo: senza un’idea di come funziona il mondo nei suoi elementi essenziali, di tanti dati non ce ne facciamo nulla. Con un modello – che va testato, verificato e continuamente aggiornato – possiamo ragionare. E poi dobbiamo osservare, ricordando che : “quel che vediamo dipende da quel che sappiamo (non solo il contrario)”.

A questi elementi va associata la creatività -  anche tramite il gioco, che è da vedere come antidoto alla noia – che può portare a risultati straordinari. Come quando August Kekulé si rese conto che la molecola del benzene aveva una forma ad anello, dopo averla vista – in una fantasticheria diurna – come un serpente che si mordeva la coda.

Dalla lettura di “Big Mind” si deduce che l’intelligenza collettiva è composta da molti elementi non facilmente assemblabili, eppure pare proprio che sia una strada che dobbiamo intraprendere. Perché oggi il mondo è diventato molto complesso e da soli non possiamo farcela a risolvere i grandi problemi.

Walter Caputo
Formatore e Divulgatore

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