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L'intelligenza artificiale ci sta rendendo meno intelligenti?

 


L'intelligenza artificiale ci sta rendendo meno intelligenti? Il rischio di smettere di pensare nell'era di ChatGPT

Dalla memoria al ragionamento, dalla creatività alla capacità di risolvere problemi: l'intelligenza artificiale generativa sta cambiando il nostro modo di pensare. Ma delegare sempre più attività alle macchine potrebbe avere un prezzo. La vera sfida è imparare a usare l'AI senza rinunciare alle nostre capacità cognitive.

LA DOMANDA
Se affidiamo a ChatGPT e agli altri sistemi di intelligenza artificiale una parte crescente delle nostre attività intellettuali, rischiamo di perdere la capacità di pensare autonomamente?

Una macchina che pensa al posto nostro?

Chiediamo a ChatGPT di scrivere un articolo, a un assistente digitale di organizzare la giornata, a un motore di ricerca basato sull'intelligenza artificiale di trovare una risposta. In pochi secondi otteniamo risultati che, fino a qualche anno fa, avrebbero richiesto ore di lavoro, consultazioni bibliografiche e una buona dose di concentrazione.

È una rivoluzione straordinaria. Eppure, dietro questa comodità si nasconde una domanda sempre più importante: se affidiamo alle macchine una parte crescente delle nostre attività intellettuali, rischiamo di perdere la capacità di pensare autonomamente?

Non si tratta di una domanda puramente filosofica. Riguarda la scuola, l'università, il lavoro, il giornalismo e persino la nostra vita quotidiana.

Il problema non è che l'intelligenza artificiale sia in grado di scrivere, calcolare, tradurre o sintetizzare informazioni. Il problema nasce quando smettiamo di esercitare quelle stesse capacità perché sappiamo che qualcun altro, o qualcosa, può farlo al posto nostro.

Il cervello ha bisogno di essere utilizzato

Il cervello umano è un organo straordinariamente plastico. Le connessioni tra i neuroni cambiano nel corso della vita in funzione delle esperienze, dell'apprendimento e dell'attività mentale.

Questo fenomeno, conosciuto come neuroplasticità, permette di sviluppare nuove competenze e consolidare quelle già acquisite. Ma implica anche che le capacità cognitive devono essere esercitate.

Leggere, ricordare, confrontare informazioni, risolvere problemi e costruire ragionamenti sono attività che richiedono partecipazione attiva.

Quando deleghiamo sistematicamente queste operazioni a strumenti esterni, possiamo ridurre l'impegno mentale necessario per svolgerle. È un fenomeno noto come cognitive offloading, ovvero lo scarico cognitivo.

Non è necessariamente negativo. Da sempre utilizziamo strumenti per alleggerire il lavoro della mente: la scrittura ci permette di conservare informazioni, la calcolatrice evita calcoli ripetitivi, il navigatore ci aiuta a orientarci.

La differenza, con l'intelligenza artificiale generativa, è che non stiamo delegando soltanto operazioni meccaniche. Possiamo affidarle anche la formulazione di ipotesi, la costruzione di argomentazioni, la sintesi di testi e persino la produzione di idee.

Lo studio di Microsoft e Carnegie Mellon: meno fatica mentale, più fiducia nell'AI

Una ricerca particolarmente interessante è stata presentata nel 2025 alla conferenza CHI, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati all'interazione tra persone e tecnologie.

Lo studio, realizzato da ricercatori di Microsoft Research e della Carnegie Mellon University, ha coinvolto 319 lavoratori della conoscenza, raccogliendo 936 esempi di utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle attività professionali.

La ricerca, intitolata The Impact of Generative AI on Critical Thinking: Self-Reported Reductions in Cognitive Effort and Confidence Effects From a Survey of Knowledge Workers, ha analizzato il rapporto tra strumenti generativi e pensiero critico.

I DATI DELLA RICERCA
Ricercatori Microsoft Research e Carnegie Mellon University
Partecipanti 319 lavoratori della conoscenza
Esempi analizzati 936 esperienze di utilizzo dell'AI
Pubblicazione CHI Conference 2025
Argomento Intelligenza artificiale e pensiero critico

I partecipanti hanno riferito una riduzione dello sforzo cognitivo in diverse attività quando utilizzavano strumenti di intelligenza artificiale. Il dato più significativo riguarda il rapporto tra fiducia nella macchina e impegno personale: una maggiore fiducia nelle capacità dell'AI era associata a un minore ricorso al pensiero critico.

Al contrario, chi aveva maggiore fiducia nelle proprie competenze tendeva a impegnarsi maggiormente nella valutazione delle risposte generate.

La ricerca evidenzia anche un cambiamento nella natura del lavoro intellettuale: si passa sempre più spesso dalla produzione diretta dei contenuti alla verifica, alla selezione e all'integrazione di quelli prodotti dall'intelligenza artificiale.

ATTENZIONE: si tratta di uno studio basato su esperienze e percezioni dichiarate dai partecipanti. Non dimostra che ChatGPT provochi una perdita permanente di intelligenza o un deterioramento delle capacità cerebrali. Evidenzia piuttosto come l'utilizzo dell'AI possa modificare il modo in cui esercitiamo il pensiero critico.

La memoria esterna: dai libri a Google, fino a ChatGPT

L'umanità ha sempre inventato strumenti per non dover ricordare tutto.

Prima della scrittura, la trasmissione delle conoscenze dipendeva soprattutto dalla memoria individuale e collettiva. Con la diffusione dei testi scritti, una parte delle informazioni ha potuto essere conservata fuori dalla mente umana.

Con la stampa, i libri hanno reso accessibile una quantità di conoscenze prima impensabile. Poi sono arrivati i computer, Internet e i motori di ricerca.

Oggi l'intelligenza artificiale compie un ulteriore passo: non si limita a conservare o recuperare informazioni, ma le rielabora e le presenta sotto forma di risposte personalizzate.

Tecnologia Funzione principale
Scrittura Conservare e trasmettere informazioni
Stampa Diffondere conoscenze su larga scala
Computer Elaborare dati e informazioni
Internet e Google Cercare e recuperare informazioni
Intelligenza artificiale Generare, rielaborare e sintetizzare contenuti

Il vantaggio è evidente, ma esiste un rischio: confondere la disponibilità di un'informazione con la sua effettiva comprensione.

Sapere dove trovare una risposta non significa necessariamente averla capita. E poter ottenere una soluzione non equivale ad avere imparato a risolvere il problema.

Scuola e università: imparare o semplicemente ottenere il risultato?

Uno dei settori nei quali questa trasformazione appare più evidente è quello dell'istruzione.

Uno studente può chiedere a un sistema di AI di svolgere un esercizio di matematica, preparare un tema, riassumere un capitolo di storia o rispondere a una serie di domande.

In pochi secondi può ottenere un elaborato formalmente corretto, ben organizzato e persino convincente.

Ma che cosa ha imparato?

Uso passivo dell'AI Uso attivo dell'AI
Copiare una risposta senza comprenderla. Farsi spiegare un concetto e verificarne la comprensione.
Delegare completamente un esercizio. Confrontare il proprio procedimento con quello proposto.
Accettare qualsiasi informazione. Controllare fonti, dati e argomentazioni.

Nel primo caso la macchina sostituisce lo sforzo dell'apprendimento. Nel secondo lo accompagna.

Il rischio delle risposte sbagliate: quando l'AI sembra più sicura di noi

Esiste un altro problema, forse ancora più insidioso.

I sistemi di intelligenza artificiale generativa possono produrre risposte errate, informazioni non aggiornate, riferimenti inesistenti e ricostruzioni apparentemente plausibili ma prive di fondamento.

Questo fenomeno viene comunemente chiamato allucinazione dell'intelligenza artificiale.

La difficoltà è che un errore generato da una macchina può essere presentato con una forma linguistica impeccabile. Una risposta ben scritta, ordinata e ricca di dettagli può sembrare autorevole anche quando non lo è.

Se l'utente non possiede conoscenze sufficienti per verificare quanto legge, rischia di accettare informazioni inesatte.

L'intelligenza artificiale può anche renderci più intelligenti?

Sarebbe sbagliato considerare l'AI soltanto una minaccia.

Utilizzata correttamente, può diventare un potente strumento di apprendimento e di ampliamento delle capacità individuali.

Può aiutare una persona a comprendere un argomento complesso, suggerire punti di vista alternativi, simulare un colloquio di lavoro, tradurre testi, individuare incongruenze e rendere accessibili conoscenze specialistiche.

Un ricercatore può utilizzarla per esplorare nuove ipotesi. Un architetto può confrontare diverse soluzioni progettuali. Un giornalista può organizzare una prima ricognizione documentale, purché verifichi successivamente ogni informazione.

Non chiedere soltanto: «Dammi la risposta».

Prova a chiedere: «Aiutami a capire come arrivare alla risposta».

Sette regole per non delegare il proprio cervello all'intelligenza artificiale

N. Buona abitudine Perché è importante
1 Provare prima da soli Allenare il ragionamento autonomo.
2 Non copiare automaticamente Sviluppare comprensione e capacità di rielaborazione.
3 Verificare le fonti Evitare errori e informazioni inventate.
4 Chiedere spiegazioni Comprendere i passaggi del ragionamento.
5 Confrontare più opinioni Evitare di accettare una sola interpretazione.
6 Allenare la memoria Mantenere attive le capacità di apprendimento.
7 Mantenere il giudizio personale Conservare autonomia e responsabilità.

Il vero pericolo non è l'intelligenza artificiale, ma la rinuncia a pensare

La storia della tecnologia è ricca di strumenti che inizialmente hanno suscitato timori e successivamente sono diventati parte integrante della vita quotidiana.

La scrittura, la stampa, la calcolatrice e Internet hanno modificato profondamente il modo in cui apprendiamo e utilizziamo le informazioni.

L'intelligenza artificiale rappresenta un cambiamento ancora più profondo perché entra direttamente nei processi di elaborazione del linguaggio, della conoscenza e della creatività.

Non abbiamo ancora elementi sufficienti per affermare che il suo utilizzo provochi un generale impoverimento delle capacità intellettuali. Gli effetti dipendono dalle modalità di impiego, dalle competenze individuali e dal contesto nel quale viene utilizzata.

La questione, quindi, non è stabilire se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva per il nostro cervello.

La vera domanda è un'altra: vogliamo utilizzare una macchina per pensare meglio oppure vogliamo che pensi al posto nostro?

La differenza potrebbe determinare il nostro futuro rapporto con la conoscenza.

Perché una macchina può fornirci milioni di risposte, ma soltanto una mente allenata può riconoscere quali siano quelle giuste, quali meritino di essere approfondite e quali debbano essere messe in discussione.


Fonti e approfondimenti scientifici

Articolo di divulgazione scientifica. Le considerazioni sugli effetti cognitivi dell'intelligenza artificiale sono da interpretare alla luce delle evidenze scientifiche disponibili e dei limiti degli studi citati.