Infertilità, FIVET o Naprotecnologia? Tredici anni dopo, cosa dice davvero la scienza
Oggi disponiamo di registri molto più estesi, linee guida internazionali, nuove tecniche di laboratorio e una quantità di dati che permette di riformulare quella domanda in termini molto più scientifici.
La risposta, però, non è semplicemente: vince la FIVET oppure vince la Naprotecnologia.
La questione è più interessante.
Prima di tutto: l'infertilità non è una singola malattia
Uno degli aspetti che oggi appare più chiaramente rispetto al dibattito di molti anni fa è che parlare genericamente di “infertilità” può essere fuorviante.
Dietro l'assenza di una gravidanza possono esserci condizioni molto differenti: disturbi dell'ovulazione, endometriosi, alterazioni delle tube, riduzione della riserva ovarica, problemi uterini, fattori maschili, alterazioni della qualità o quantità degli spermatozoi oppure una combinazione di più fattori.
Esiste inoltre l'infertilità inspiegata, nella quale gli esami standard non riescono a individuare una causa evidente.
Le linee guida contemporanee insistono quindi sulla necessità di effettuare innanzitutto una valutazione della coppia. In generale, l'approfondimento diagnostico viene indicato dopo 12 mesi di rapporti regolari non protetti se la donna ha meno di 35 anni, dopo circa sei mesi dai 35 anni in poi e ancora più rapidamente sopra i 40 anni o quando esistono fattori di rischio già conosciuti.
Questo cambia radicalmente il modo di porre il problema.
Non esiste necessariamente una tecnica “migliore” in assoluto. Esistono strategie differenti per condizioni differenti.
Cosa è cambiato nella FIVET
La FIVET — oggi più frequentemente inserita nel termine generale IVF, in vitro fertilization — non è rimasta quella descritta nel 2013.
La medicina riproduttiva ha progressivamente raffinato protocolli di stimolazione ovarica, tecniche di crioconservazione, coltura embrionale e trasferimento degli embrioni.
Le linee guida ESHRE aggiornate nel 2025, pubblicate nella loro versione scientifica nel 2026, contengono oltre cento raccomandazioni riguardanti la stimolazione ovarica per IVF e ICSI, segno di quanto il trattamento sia diventato personalizzato e articolato.
Un cambiamento particolarmente importante riguarda il numero degli embrioni trasferiti.
Nel nostro articolo del 2013 si parlava ancora della possibilità di trasferire fino a tre embrioni. Oggi questa impostazione è sostanzialmente superata in molti casi.
L'obiettivo moderno non è semplicemente ottenere una gravidanza, ma ottenere una gravidanza singola che conduca alla nascita di un bambino sano.
Per questo si tende, quando le condizioni cliniche lo consentono, al trasferimento di un singolo embrione, riducendo il rischio di gravidanze multiple. L'ESHRE ha dedicato specifiche linee guida proprio al numero degli embrioni da trasferire.
I dati italiani mostrano concretamente il risultato di questa trasformazione. Secondo l'Istituto Superiore di Sanità, il numero medio di embrioni trasferiti è sceso da circa 2,3 nel 2005 a 1,3 nel 2022 e nello stesso periodo la quota di parti multipli è passata dal 23,2% al 5,9%.
Anche alcuni rischi descritti nel 2013 vanno ridimensionati
L'articolo originale elencava, fra i possibili rischi della FIVET, anche la menopausa precoce.
Alla luce delle conoscenze attuali questa affermazione non dovrebbe essere presentata in questi termini.
La stimolazione ovarica recluta principalmente follicoli della coorte che in quel ciclo sarebbero comunque destinati in larga parte all'atresia; non esistono prove solide che i normali cicli di stimolazione ovarica utilizzati nella PMA provochino di per sé una menopausa anticipata.
Rimangono invece rischi reali legati alla terapia e alle procedure, che devono essere valutati individualmente. Tra questi vi sono la sindrome da iperstimolazione ovarica — molto meglio prevenibile rispetto al passato grazie ai protocolli moderni — e i rischi, generalmente contenuti, associati al prelievo ovocitario.
Proprio la prevenzione della risposta ovarica eccessiva è uno degli aspetti centrali delle moderne linee guida ESHRE sulla stimolazione ovarica.
FIVET e ICSI non sono la stessa cosa
Un'altra distinzione importante riguarda FIVET convenzionale e ICSI, l'iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo.
Nella IVF convenzionale ovociti e spermatozoi vengono messi nelle condizioni di fecondarsi in laboratorio. Nell'ICSI, invece, l'embriologo introduce direttamente un singolo spermatozoo nell'ovocita.
L'ICSI ha rappresentato una rivoluzione soprattutto per molte forme di infertilità maschile.
Ma proprio i dati degli ultimi anni hanno prodotto una conclusione interessante: fare qualcosa di tecnologicamente più complesso non significa necessariamente aumentare la probabilità di avere un bambino.
Nel luglio 2026 l'American Society for Reproductive Medicine ha ribadito che l'impiego routinario dell'ICSI in assenza di un fattore maschile non è raccomandato. Non sono emersi benefici convincenti sui nati vivi nel ricorrervi automaticamente per età materna avanzata, ridotta riserva ovarica, basso numero di ovociti o infertilità inspiegata.
È un ottimo esempio di come sia cambiata la medicina riproduttiva: più tecnologia non equivale necessariamente a maggiore efficacia.
E la Naprotecnologia?
Qui bisogna distinguere accuratamente la scienza dal dibattito ideologico.
La NaProTechnology nasce da un'impostazione che punta a osservare il ciclo mestruale e identificare possibili alterazioni della fertilità, intervenendo poi attraverso terapie mediche o chirurgiche con l'obiettivo, quando possibile, di ristabilire una funzione riproduttiva che consenta il concepimento attraverso rapporti sessuali.
Alcuni dei suoi principi possono coincidere con procedure perfettamente appartenenti alla normale medicina riproduttiva: diagnosticare disturbi ovulatori, trattare alcune patologie endocrine, intervenire su determinate anomalie anatomiche o affrontare alcune forme di endometriosi.
Non vi è nulla di antiscientifico nel tentativo di identificare e, quando possibile, trattare la causa dell'infertilità.
Il problema nasce quando dalla validità di questo principio si passa all'affermazione che la Naprotecnologia possa essere considerata complessivamente più efficace della FIVET.
Nel 2013 veniva riportato un'efficacia del 50% contro il 35% della FIVET.
Oggi sarebbe molto difficile sostenere scientificamente un confronto espresso in questo modo.
Perché quelle percentuali non sono direttamente confrontabili
Il primo problema riguarda la popolazione studiata.
Una donna di 28 anni con un disturbo dell'ovulazione non ha la stessa probabilità riproduttiva di una donna di 42 anni con una marcata riduzione della riserva ovarica.
Una coppia con tube pervie non è confrontabile con una coppia in cui entrambe le tube siano occluse.
E un grave fattore maschile non può essere confrontato con una lieve alterazione ormonale correggibile.
C'è poi un'altra questione fondamentale: che cosa si misura?
Una percentuale per ciclo, una percentuale per coppia, una gravidanza clinica, una gravidanza dopo uno o due anni di trattamento oppure un bambino nato vivo sono indicatori molto diversi.
Gli studi pubblicati sulla NaProTechnology e più in generale sulla cosiddetta Restorative Reproductive Medicine hanno riportato risultati interessanti in determinate popolazioni, ma gran parte delle evidenze disponibili deriva da studi osservazionali e non possiede la stessa quantità e qualità di dati accumulata per le tecniche di PMA.
Nel 2026 il dibattito scientifico sulla Restorative Reproductive Medicine è ancora aperto, tanto che Fertility and Sterilityha pubblicato contributi specificamente dedicati a valutarne efficacia e sicurezza. Questo è precisamente il punto: l'approccio merita di essere studiato, ma le sue affermazioni devono essere sottoposte agli stessi criteri di verifica richiesti a qualsiasi altra terapia.
Quando cercare di “ripristinare” la fertilità può avere senso?
In alcuni casi certamente sì.
Se l'infertilità deriva da una patologia trattabile, curare quella patologia può consentire una gravidanza senza ricorrere alla fecondazione in vitro.
In determinate pazienti può essere appropriato intervenire su disturbi dell'ovulazione. Alcune patologie endocrinologiche possono essere trattate. Determinate anomalie anatomiche possono essere corrette chirurgicamente. Anche alcuni fattori maschili possono essere affrontati farmacologicamente o chirurgicamente.
In questi casi la contrapposizione “cura della causa contro FIVET” è in realtà artificiale.
Un buon centro di medicina della riproduzione dovrebbe già cercare, quando possibile, una causa correggibile prima di proporre una tecnica più invasiva.
Ci sono però situazioni nelle quali aspettare può significare perdere probabilità
È soprattutto qui che emerge il limite di una contrapposizione troppo semplice tra “ripristino della fertilità naturale” e procreazione assistita.
L'età femminile rimane uno dei fattori più importanti.
La riserva ovarica e soprattutto la qualità ovocitaria diminuiscono con l'età, e nessuna terapia attualmente validata è in grado di riportare biologicamente un ovaio di 43 anni alle caratteristiche riproduttive di uno di 28.
Per questo il tempo è una variabile clinica.
Tentare per anni trattamenti di efficacia incerta può avere conseguenze molto diverse a 25 e a 40 anni.
Per esempio, nelle donne fra 38 e 42 anni con infertilità inspiegata, uno studio randomizzato citato dalle linee guida ASRM ha mostrato risultati migliori iniziando direttamente con IVF rispetto a strategie basate inizialmente sulla stimolazione ovarica associata a inseminazione intrauterina.
Non significa che ogni donna di 40 anni debba ricorrere alla FIVET.
Significa che l'età modifica radicalmente il rapporto tra benefici e costi dell'attesa.
Esistono condizioni nelle quali la FIVET può superare un ostacolo che non è realmente “curabile”
L'esempio più evidente è una grave occlusione tubarica bilaterale.
Se ovocita e spermatozoo non possono fisicamente incontrarsi nelle tube, la IVF permette di superare quell'ostacolo facendo avvenire la fecondazione in laboratorio.
Analogamente, l'ICSI può rendere possibile la fecondazione in alcune forme severe di infertilità maschile.
In altre situazioni può essere necessario ricorrere a ovociti o spermatozoi di donatori.
Non siamo più quindi nel campo del “ripristino” della fertilità naturale, ma nel tentativo di superare biologicamente un ostacolo che la medicina non è attualmente in grado di eliminare.
Quanto funziona oggi la PMA?
Anche qui bisogna diffidare della singola percentuale.
Non esiste un “tasso di successo della FIVET” valido per tutti.
Le probabilità dipendono fortemente da età, diagnosi, riserva ovarica, qualità del seme, precedenti gravidanze, caratteristiche embrionali e numerosi altri fattori.
Anche il modo in cui vengono presentati i risultati è decisivo: successo per ciclo iniziato, per prelievo, per embryo transfer oppure probabilità cumulativa dopo più trasferimenti non sono la stessa cosa.
I numeri italiani mostrano comunque quanto la PMA sia ormai entrata nella normale pratica medica. La relazione al Parlamento pubblicata nel febbraio 2026 registra per il 2023 89.870 coppie trattate, in aumento rispetto alle 87.192 dell'anno precedente.
La fotografia generale è quindi molto differente da quella del 2013.
E la crioconservazione?
Probabilmente è uno dei cambiamenti più rilevanti.
La vitrificazione permette oggi di conservare ovociti ed embrioni con risultati molto migliori rispetto alle vecchie tecniche di congelamento.
Questo rende possibile separare temporalmente la stimolazione ovarica dal trasferimento embrionale e consente, dopo un unico prelievo ovocitario, di utilizzare in tempi differenti gli embrioni ottenuti.
La crioconservazione degli ovociti è inoltre una tecnica consolidata per la preservazione della fertilità in determinate condizioni mediche, per esempio prima di terapie oncologiche potenzialmente gonadotossiche. Le linee guida ASRM del 2026 riconoscono tra le strategie consolidate la crioconservazione di embrioni, ovociti maturi e, in specifiche indicazioni, tessuto ovarico.
E la genetica degli embrioni?
Anche questo campo ha fatto enormi progressi, ma richiede molta prudenza.
Oggi è possibile analizzare geneticamente cellule prelevate dall'embrione prima del trasferimento in determinate circostanze.
Il PGT-M, ad esempio, può essere utilizzato quando esiste il rischio di trasmettere specifiche malattie monogeniche.
Molto più dibattuto è il PGT-A, utilizzato per valutare anomalie nel numero dei cromosomi.
Può essere utile in determinati contesti, ma non deve essere raccontato come una tecnologia capace di garantire l'impianto o un bambino sano, né come un metodo universalmente utile a tutte le coppie.
Anche qui la medicina moderna sta imparando che una tecnologia sofisticata deve dimostrare di migliorare gli esiti clinicamente importanti, soprattutto il tasso di nati vivi, non semplicemente produrre più informazioni di laboratorio.
E l'intelligenza artificiale?
È probabilmente una delle frontiere più interessanti dei prossimi anni.
Algoritmi di machine learning vengono studiati per analizzare immagini embrionali, prevedere la risposta alla stimolazione ovarica, supportare la selezione degli embrioni e integrare grandi quantità di dati clinici.
Ma siamo ancora lontani dal poter affermare che l'IA abbia “risolto” il problema della selezione dell'embrione migliore.
Molti sistemi promettenti necessitano ancora di validazione prospettica, indipendente e multicentrica prima che si possa dimostrare che aumentino realmente la probabilità di nascita rispetto alla normale valutazione clinico-embriologica.
La distinzione è essenziale: predire meglio non significa automaticamente far nascere più bambini.
Dove rivolgersi oggi in Italia?
In Italia esiste uno strumento che nel 2013 era molto meno conosciuto dal grande pubblico: il Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita dell'Istituto Superiore di Sanità.
Il Registro raccoglie i dati dei centri autorizzati e mette a disposizione schede suddivise per Regione e tipologia di servizio.
Il sistema di sorveglianza copre i centri autorizzati italiani e permette di conoscere quali strutture eseguono IUI, IVF/FIVET, ICSI, crioconservazione e altre tecniche.
È probabilmente questo il punto di partenza più razionale per chi cerca un centro: non affidarsi alla pubblicità o alle percentuali riportate senza contesto, ma verificare che la struttura sia autorizzata e chiedere risultati riferiti alla propria fascia di età e alla propria condizione clinica.
Quindi, tredici anni dopo: FIVET o Naprotecnologia?
Oggi probabilmente la domanda iniziale dell'articolo del 2013 andrebbe riscritta.
Non:
“È meglio la FIVET o la Naprotecnologia?”
ma:
“È possibile individuare e correggere la causa dell'infertilità oppure è necessario superarla attraverso una tecnica di procreazione assistita?”
Se una causa è identificabile e realmente trattabile, curarla può essere la soluzione più razionale.
Se invece esistono ostacoli anatomici non correggibili, un grave fattore maschile, una riserva riproduttiva fortemente compromessa o altre condizioni nelle quali il tempo diventa determinante, IVF e ICSI possono offrire possibilità che il semplice tentativo di ripristinare la fertilità naturale non può garantire.
La grande differenza rispetto al 2013 è soprattutto questa.
La medicina riproduttiva sta progressivamente abbandonando la logica della tecnica contro tecnica per spostarsi verso una medicina sempre più personalizzata.
E cosa non sappiamo ancora?
Moltissimo.
Non sappiamo ancora prevedere con certezza quale embrione darà origine a un bambino.
Non sappiamo arrestare o invertire in maniera clinicamente dimostrata l'invecchiamento ovarico.
Non sappiamo spiegare tutte le forme di infertilità definite oggi “inspiegate”.
Non conosciamo ancora completamente il ruolo dell'endometrio, del sistema immunitario e di molti meccanismi molecolari coinvolti nell'impianto.
E molti trattamenti proposti come innovativi — dalla cosiddetta “riattivazione ovarica” ad alcune applicazioni di PRP, cellule staminali o altri interventi di “ringiovanimento” ovarico — rimangono sperimentali e richiedono prove molto più solide prima di poter essere presentati come terapie efficaci.
La scienza procede proprio così: non sostituendo una certezza con un'altra, ma riducendo progressivamente l'area dell'incertezza attraverso dati verificabili.
IN SINTESI
Tredici anni dopo il nostro primo articolo possiamo quindi correggere una semplificazione.
La Naprotecnologia non può essere considerata, sulla base delle prove attualmente disponibili, una alternativa globalmente più efficace della FIVET.
Ma sarebbe altrettanto semplicistico sostenere che ogni problema di infertilità debba condurre immediatamente alla fecondazione in vitro.
La medicina migliore è probabilmente quella che riesce a fare entrambe le cose: cercare e curare una causa quando questa esiste e può essere trattata, e utilizzare la procreazione medicalmente assistita quando rappresenta la strategia con le maggiori probabilità realistiche di successo.
E soprattutto dovrebbe comunicare una cosa alle coppie con molta chiarezza:
nessuna tecnica garantisce un bambino.
Oggi possiamo stimare probabilità, individuare fattori prognostici, scegliere strategie sempre più mirate e superare ostacoli che tredici anni fa erano molto più difficili da affrontare.
Ma in medicina riproduttiva la parola scientificamente più corretta rimane ancora “probabilità”, non “certezza”.
Ed è forse questo il vero aggiornamento rispetto al 2013.
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