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L'ABBANDONO UNIVERSITARIO: gli aspetti cognitivi e psicologici


Che incidenza ha l'abbandono degli studi per perdita di motivazione e cadute depressive, difficoltà di attenzione e memorizzazione, o di concentrazione? Non è semplice stimare una cifra attendibile, ma, ragionando per difetto, se riguardasse anche solo il 10% di quel 70% di studenti italiani che non termina l’università, il numero sarebbe imponente e già da valutare in più di 17.000 studenti all'anno.

Una volta inquadrato il problema da un punto di vista numerico e causale, ci siamo chiesti quali potrebbero essere gli strumenti psicologici che potrebbero incidere almeno sulle motivazioni di carattere personale e favorire la continuazione degli studi e la raggiunta del titolo accademico.
La motivazione è la capacità di considerare, stabilire e mantenere una specifica strategia di cambiamento. Ciò significa che quanto più la motivazione è forte, tanto maggiore è la probabilità di portare effettivamente avanti un piano d’azione.
Come abbiamo visto, non per tutti gli studenti risulta ovvio che cosa fare per preservare lo scopo prefissato e per raggiungere gli obiettivi prestabiliti.

Ma cosa genera in loro una mancanza di motivazione? In base a quanto appena enunziato, sarebbe più corretto parlare di mancanza di metodo piuttosto che di mancanza di motivazione. Perché il metodo crea la motivazione. Bisogna infatti stabilire una strategia per ogni tentativo di miglioramento in un ambito della nostra esistenza che riveste per noi una certa importanza. Quando l’apprendimento è breve, la fatica è poca: i limiti non vengono spinti più in là e il divertimento (piacere) ottenuto è una compensazione che sopraggiunge rapidamente. Il periodo di stress è breve e perciò accettabile. La difficoltà nasce quando ci ritroviamo in una situazione che ci sfugge e la cui gestione richiede nuovi e lunghi periodi di apprendimento, quando la soluzione appare lontana, incerta e raggiungibile solo a prezzo di grandi sforzi. Infatti la gestione di tanti parametri senza certezze scoraggia spesso le volontà migliori. Un sovraccarico nel cambiamento dovuto all’inserimento in una università, allo studio e l’apprendimento di nuove conoscenze, all’incertezza per il futuro, porta di solito ad una mancanza di motivazione che rischia, col tempo, di aggravarsi.

Per creare e mantenere la motivazione, bisogna saper costruire un metodo che permetta ad ogni utilizzatore una progressione costante.
Per motivare allo studio, occorre individuare obiettivi “irresistibili”, definire il raggiungimento di mete personali e professionali che siano eccitanti, stimolanti, competitive e raggiungibili. Nessuno di noi si sente motivato a perseguire obiettivi noiosi e infelici.

Per alimentare e mantenere viva la motivazione oltre agli obiettivi serve anche  avere:
  • Buona conoscenza di se stessi (sapere, anche se a grandi linee,  chi sono , quali sono  i miei punti forti e deboli, cosa rende felice, perché si fa quello che si fa)
  • Volontà (la motivazione va “allenata” quotidianamente, per renderla un meccanismo automatico ed inconscio
  • Capacità di pensiero strategico e problem solving (di fronte alle sfide devi sapere cosa ascoltare, cosa guardare, in che modo pensare, in che modo comunicare e come saperti porre le domande giuste)
  • Emozioni (si intende la necessità di sentire scorrere dentro di sé quelle emozioni legate all’entusiasmo, alla gioia, alla speranza e, in ultimo, alla consapevolezza che si sta facendo qualcosa per un motivo ben preciso, quello che viene definito “lo scopo nella vita”)
  • Concentrazione ( la capacità di mantenere l’attenzione su un compito per il tempo desiderato).
Senza uno scopo nella vita ogni forma di motivazione è destinata ad esaurirsi al raggiungimento del singolo obiettivo.
Sia l'attenzione che la concentrazione possono diminuire in particolari situazioni di stress, di origine varia e non necessariamente solo psicologica. Lo studio in quanto tale e la tensione emotiva all'approssimarsi degli esami per esempio sono entrambi agenti stressanti, il primo, più fisico, il secondo, più psicologico.
Spesso lo studente ci riporta la sensazione che il suo cervello pensi moltissimo, anche quando dorme, e il pensiero va avanti per conto suo "come un mulino che macina e macina". Il contenuto di ciò che si studia non viene memorizzato in quanto una serie di pensieri spontanei e non controllabili si inframmettono di continuo, impedendo appunto la concentrazione. Se poi questi pensieri "parassitari" hanno un contenuto emotivo specifico, come ad esempio, preoccupazioni esistenziali e personali, o insicurezze sessuali, ciò diventa causa di ulteriore disturbo che si associa alla dolorosa consapevolezza di non essere più in grado di trar profitto dallo studio stesso. In momenti di fragilità, l'accorgersi di non riuscire più a recuperare la fatica dello studio può avere un effetto anche più pervasivo di carattere depressivo.
Il supporto psicologico che offre l'Associazione Eco può aiutare a migliorare le capacità di perseguire lo scopo, o quando si avverte una estinzione anticipata del bisogno di raggiungerlo, e quindi sopraggiungono i pensieri sabotanti. In questo caso, processi specifici di pensiero e alcune abilità comportamentali aiutano ad incrementare la motivazione e la forza di volontà.
Un supporto psicologico contribuisce alla riduzione dell’abbandono universitario attraverso la co-costruzione di un metodo efficace e personalizzato, volto all’individuazione di scopi precisi e definiti, mantenimento di una motivazione orientata verso l’obiettivo e sostenuta dalla giusta concentrazione. Una volta acquisito, questo strumento si rivelerà utile non solo per lo studio, ma per tutte quelle attività ed esperienze di vita che richiederanno motivazione e concentrazione protratte nel tempo.

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