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LA BIOEDILIZIA E I MATERIALI "GREEN": NON TUTTO ORO CIÒ CHE LUCCICA

Credit Photo:  www.edilana.com 
Negli ultimi anni l'attenzione dell'uomo verso l'ambiente è aumentata in maniera esponenziale; si fa molta attenzione ad evitare l'inquinamento, a cercare di sfruttare energie rinnovabili e ci si concentra sempre più sull'utilizzo di prodotti "naturali", ovvero di prodotti reperibili in natura che abbiano  proprietà che li rendano sani e privi di residui tossici.

Questo atteggiamento vale, naturalmente, in tutti i settori e va diffondendosi anche nell'architettura, più precisamente nella bioedilizia.

Non solo si cerca di costruire (o ristrutturare) case ben coibentate al fine di ridurre gli sprechi energetici, ma lo si vuole ottenere con prodotti e processi eco compatibili.

Ma siamo sicuri che tutti questi materiali siano effettivamente "green"? Che cioè che la loro produzione, raccolta e lavorazione abbiano un impatto minimo sull'ambiente?

Da sin. Daniela Ducato con Rita Assogna,
alla consegna del Premio ITWIIN
rivolto alle donne inventrici-innovatrici
L'imprenditrice sarda Daniela Ducato, coordinatrice de 'La casa verde CO2.0', ci spiega che purtroppo non è così.

Alcuni materiali, infatti, arrivano in Europa come materie prime e vengono trasformati nell'ingrediente 'green' dell'architettura 'eco'. Ma provengono da Paesi in cui vengono prodotti con processi che con la sostenibilità hanno poco a che fare.

Ne è un esempio il Kenaf elemento assolutamente naturale, di derivazione vegetale, ottimo isolante termo-acustico ma che, continua Daniela Ducato, "viene  coltivata sfruttando il lavoro sottopagato delle donne e senza generare ricchezza nel Paese, anzi sottraendo spazio all'agricoltura". La pianta viene esportata e in Europa per esser trasformata poi  in materia prima per la cosiddetta bioedilizia.

Altro problema gravissimo sono i materiali ibridi agro-petrolchimici composti da materie agricole e fibre petrolchimiche. Si possono citare ad esempio i prodotti ottenuti mescolando insieme  canapa e le fibre petrolchimiche del poliestere. Oltre al ciclo produttivo inquinante ed energivoro che appartiene a molti materiali energivori, gli ibridi non sono biodegradabili, le loro materie agricole e di sintesi, mescolate insieme non sono separabili alla fine del ciclo di vita e diventano rifiuti tossici all'atto della demolizione/smaltimento.

Potrebbero essere recuperati (anche se fortemente impoveriti) tramite la rigenerazione che comporta altro dispendio energetico ed ambientale, basti pensare ad esempio ai trattamenti di bagni di acidi e solventi, per ottenere fibre rigenerate.  Poi ci sono i prodotti  che non dichiarano i siti di produzione, rendendo anonima anche la provenienza geografica di filiera produttiva, comprese le modalità di lavoro e i diritti salariali del paese di provenienza. Nascondere dati così  importanti alimenta il dubbio che il produttore abbia qualcosa che non desidera far sapere. In questo modo si tradiscono  tutti quei principi di eticità, trasparenza e informazione che rientrano nella tutela dei diritti del consumatore,del progettista, dell’impresa.

Ed ancora: sempre in bioedilizia è in forte crescita la comunicazione ingannevole di prodotti verdi "taroccati"   che usano nomi e comunicano il loro prodotto con un sound italiano o regionale, per  far credere che la produzione sia situata in una determinato territorio italiano. Ciò induce il consumatore a credere che si faccia uso di materiali locali, mentre in realtà si tratta di prodotti che omettono provenienza e parte dei loro componenti o che dichiarano caratteristiche che non corrispondono alla realtà.

Daniela:  è possibile sapere da dove vengono i materiali che compriamo? C'è, come per gli alimenti, una sorta di tracciabilità del prodotto finale? Altrimenti come è possibile essere sicuri di acquistare un prodotto che sia ecosostenibile a tutti gli effetti?

Sono pochi i prodotti che indicano in etichetta sito produttivo e la tracciabilità delle materie prime utilizzate con  la provenienza geografica. Addirittura vi sono produttori che neppure dichiarano tutte le materie prime contenute nel prodotto. In bioedilizia c'è ancora molto da fare da parte delle associazioni  delle  Istituzioni ( comprese quelle che si dichiarano green).  A tal proposito come Casa Verde CO2.0 stiamo raccogliendo le firme di importanti partner per l'applicazione di un protocollo in bioedilizia, che seppur abbia carattere volontario da parte dei produttori, permette di trovare in etichetta i seguenti dati:

  • sito di produzione (da non confondere con sede legale, come molti in modo ecofurbo indicano)
  • tracciabilità dei componenti usati, provenienza. 
  • tracciabilità finanziaria  

Nel protocollo di Casa Verde CO2.0 non sono ammesse materie prime petrolchimiche, ibridi agro-petroliferi, vegetali  che sfruttano e inquinano in modo diretto e indiretto l’agricoltura, le risorse idriche e la biodiversità i paesaggi terrestri e marini, compromettono e danneggiano la salute, .

Nello specifico non sono ammessi nei prodotti di Casa Verde CO2.0: 

  • Gli ibridi agro-petrolchimici e i petrolchimici. Il petrolio inoltre è la prima causa al mondo di guerre, conflitti sociali, di inquinamento, erosione e distruzione delle catene alimentari.  
  • le materie prime vegetali e animali, provenienti da coltivazioni e allevamenti intensivi (CO2 produttori) che competono con la produzione di cibo e sottraggono suolo e acqua all’agricoltura. Se usassimo solo materie agricole coltivate appositamente per usi in edilizia ed energia servirebbe la superficie complessiva di almeno 5 pianeti. Per tal ragione Casa Verde CO2.0 utilizza  solo eccedenze e i surplus di sottolavorazioni. 
  • Gli oli e i polimeri che seppur di origine vegetale non hanno documentazione di tracciabilità e di locazione geografica di materia prima e di conseguenza dei processi ambientali dei territori locali e dei diritti dei lavoratori.
  • I rigenerati Materie fortemente energivore e inglobatrici di energia grigia come lane di roccia lana di vetro lana basaltiche ecc, 
  • Qualsiasi materiale che seppur definito certificato non sia corredato da documentazione di tracciabilità e provenienza geografica e di ciclo di produzione di ogni elemento che lo compone.



Dal 2006, da quando ha cominciato ad occuparsi del settore sviluppo dei materiali EDILANA EDILATTE ORTOLANA e OVILE SARDO DESIGN, le cose sono evolute velocemente, nel 2008 l'idea concretizzatasi nel 2011 di "La casa verde CO2.0" che le ha portato molti premi...  Ci aggiorna sulle ultime novità e su cosa sta lavorando in questo momento?

L'ultima innovazione è EDIMARE nata grazie al trasferimento tecnologico da parte di EDILANA. I prodotti EDIMARE sono degli isolanti termici e acustici realizzati con eccedenze di posidonia spiaggiata ascritta a rifiuto, consentono di risparmiare denaro e paesaggio, riducendo la quantità di materiali edili e di energia ottenuta da fotovoltaico,  fonti fossili ecc.  I  pannelli isolanti, grazie all'elevatissima inerzia termica, a parità di risultato ottenuto permettono una riduzione dei costi economici e ambientali tra il 25 e il 30% in meno rispetto ad altri prodotti come fibre di legno, cellulosa ecc. Il tutto si realizza con zero materiali petrolchimici ma solo con il 100% di fibre naturali.

Anche il processo produttivo e industriale, a crudo, è in linea anche con "la Dichiarazione d'indipendenza energetica dalle fonti fossili" di Greenpeace ed il protocollo di Indipendentismo petrolchimico" di Casa Verde CO2.0 di cui Edilana ed Edimare sono firmatari.   

Un'ultima domanda: le aziende che volessero rinnovarsi mettendo a disposizione esperienze e idee nel settore della bio edilizia, trovano ancora posto nel polo produttivo di 'La casa green co2.0'?

Assolutamente si, sono le benvenute! Per farlo occorre l'adesione gratuita al protocollo in cui ci si impegna a produrre con le regole che ho descritto. Il polo è aperto a quanti vogliono produrre in sintonia con il pianeta e i suoi abitanti.

Per maggiori info: info@lacasaverdeco2-0.com





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