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martedì 14 dicembre 2010

UN INDOVINO MI DISSE: LA DEPRESSIONE SECONDO TERZANI

Un indovino disse a Tiziano Terzani di non volare mai nel 1993, perché avrebbe corso il pericolo di morire. Sedici anni dopo si ricordò della profezia e la seguì.

Ne nacque anche un libro "Un indovino mi disse", molto gradevole alla lettura.

Uno dei temi che ha naturalmente attratto la mia attenzione e che spunta fuori qua e là nel testo riguarda la depressione.

Questa malattia correttamente definita il male oscuro è per me di difficile comprensione. Ultimamente qualche idea me la sto facendo e nelle due paginette di Terzani ho ritrovato scritte in modo personale e semplice quelli che sono i concetti fondamentali.

Ve le riporto qui sotto evidenziando le parti per me salienti.

“Grazie all'indovino di Hong Kong, stavo ritrovando non solo il piacere di viaggiare, ma anche quello di vivere. Non avevo più angosce, ascoltavo chi mi parlava, non sentivo più come un dramma il passare delle giornate, godevo di quel che mi succedeva attorno, avevo agio per mettere ordine nelle mie impressioni, per riflettere. Avevo tempo, il silenzio: qualcosa di così necessario, di così naturale, ma ormai è diventato un lusso che solo pochissimi riescono a permettersi. Per questo dilaga la depressione!

A me era cominciata in Giappone. La vita era una continua corsa, piena di doveri. Ogni rapporto era difficile, contorto. Non avevo - o credevo di non avere - mai un momento in cui tirare il fiato; ma è un attimo in cui non mi sentissi in colpa per qualcos'altro che avrei dovuto fare. Mi alzavo la mattina e mi pareva d'avere sulle spalle il fardello del mondo; c'erano giorni in cui solo vedere il pacco dei quotidiani sotto la porta di casa mi faceva venire il groppo in gola.

Ovviamente il Giappone in sé, con la sua società tutta in una camicia di forza, con la sua gente sempre recitare una parte e mai naturale, era opprimente. Ma io pagavo anche il prezzo di questo strano mestiere di giornalista. Sei sempre là dove c'è un qualche dramma e non si può assistere per anni, impunemente, a rivoluzioni fallite, delitti irrisolti, speranze deluse, problemi senza soluzione. Vietnam, Cambogia,Tien An Men: sempre cadaveri, gente che scappa e, lentamente, la convinzione che niente serve a niente e che il momento della giustizia non arriverà mai. Alla fine anche le parole, usate per descrivere sempre le stesse situazioni, gli stessi massacri, le facce dei morti e i pianti dei sopravvissuti mi parevano aver perso ogni loro significato. Tutte mi suonavano amare come cocci rotti.

In quelle condizioni era naturale essere depresso come è naturale che lo sia per chiunque abbia ancora un'idea di quel che la vita potrebbe essere e non è. La depressione diventa un diritto, quando uno si guarda attorno e non vede niente o nessuno che lo ispiri, quando il mondo sembra scivolare via in una gora di ottusità e di grettezza materialista. Non ci sono più ideali, non ci sono più fedi, non ci sono più sogni. Non c'è più niente di grande in cui credere; non un maestro cui rifarsi.
[…]
Non c'è da meravigliarsi che la depressione sia diventata un male tanto comune. E’ quasi rincuorante. E’ un segno che dentro la gente resta un desiderio di umanità.

Alla fine di cinque anni in Tokio […] mi rasai la testa e, come un pellegrino, andai a scalare il monte Fuji. Mi ritirai in una baita in mezzo ai boschi per un mese. Finalmente avevo il tempo di avere tempo la natura, la straordinaria natura, mi dette una mano e mi rimisi in sesto.”

Ed è proprio così. Ti trovi davanti persone angosciate, col mal di vivere, che vivono giornate di una pesantezza opprimente. Ti parlano. Gli parli e ti sembra che non ti ascoltino, che le tue parole non arrivino da nessuna parte. Persone deluse dalla vita, dagli altri (genitori, figli), dall’ambiente che le circonda. Vittime della vita, che diventano poi vittime anche di sé stesse e del loro male.

Spieghi loro che la depressione è un diritto, che ha una sua utilità. Ti distacca dagli altri e dal mondo, ti rallenta e lo fa al fine di farti cambiare rotta, ti farti rivolgere lo sguardo verso te stesso, per farti rimettere al centro di te. Ti riporta ad una dimensione personale.
La depressione è un’occasione di riflessione, è un’occasione di solitudine, è un’occasione per ritrovare sé stessi.

Però bisogna saperlo e bisogna saper usare questa occasione, altrimenti si finisce annegati nel proprio brodo. Aggrovigliati in una matassa da cui non ci si srotola più.
Ascolti e ti trovi a dire: “ma perché per le vacanze non se ne va da solo in una baita in montagna, invece che in vacanza coi parenti, che non sopporta neppure e con cui ha tanti conti in sospeso?”.

E speri che lo facciano e che dopo un po’ gli torni un qualche desiderio, gli torni sete del mondo e della vita e scelgano di scendere dalla montagna.

L’altro giorno ho chiamato una mia paziente che ha deciso di ricoverarsi (3° volta) per "allontanarsi" appunto, e volevo sapere come stava andando. “Dottoressa sono uscita stamattina. L’avrei chiamata io. Rivoglio il mio posto (= le mie sedute)”.

Non so se ne verrà qualcosa di buono questa volta, ma sentire quel "voglio" ha dato speranza a me.


Luigina Pugno è psicologa e psicoterapeuta.


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