Perché dichiararsi antifascisti è di una ignoranza pazzesca?
Perché dichiararsi antifascisti, oggi, rischia di essere una formula vuota e spesso pure ignorante non perché l’antifascismo storico sia sbagliato, ma perché viene usato come patentino morale al posto del pensiero.
La Costituzione italiana non chiede ai cittadini di recitare un credo politico. Vietata è la riorganizzazione del disciolto partito fascista, come dice la XII disposizione transitoria e finale. Punto. Non esiste un obbligo costituzionale di firmare una dichiarazione ideologica per essere ammessi alla vita civile, culturale o editoriale.
La legge Scelba, poi, specifica che il problema è la ricostituzione di organizzazioni con finalità antidemocratiche, violente, liberticide o razziste: non il fatto che qualcuno non partecipi alla liturgia verbale del “mi dichiaro antifascista” a comando.
Il punto è questo: essere democratici significa difendere libertà, pluralismo, elezioni, diritti individuali, Stato di diritto, libertà di stampa e di parola. Se poi uno vuole aggiungere “antifascista”, benissimo. Ma quando quella parola diventa una tessera d’ingresso, un giuramento preventivo, un esame di purezza, allora non è più cultura democratica: è catechismo politico.
È ignoranza perché riduce il Novecento a una caricatura: fascismo cattivo, antifascismo buono, fine della lezione. Come se nel nome dell’antifascismo non fossero passate, in Europa e nel mondo, anche censure, epurazioni, violenze, regimi comunisti, conformismo ideologico e tribunali morali.
Il problema non è l’antifascismo storico, che appartiene alla storia della Repubblica. Il problema è il suo uso come tessera d’ingresso, come formula obbligatoria, come piccolo esame di purezza ideologica.
E infatti non lo dicono solo i “fascisti immaginari” evocati a ogni discussione. Lo dicono anche intellettuali tutt’altro che sospettabili di simpatie di destra . Massimo Cacciari, davanti al patentino antifascista per gli editori di Più libri più liberi, ha parlato di “delirio” e “follia”, aggiungendo che chiedere una dichiarazione del genere “supera ogni limite”. Luciano Canfora ha definito la scelta “dissennata”, ricordando una cosa elementare: gli editori non sono funzionari pubblici che devono giurare fedeltà, sono soggetti culturali ed economici che pubblicano libri. Anche Luca Ricolfi ha centrato il punto: in una società libera si possono certificare fatti, non i convincimenti interiori delle persone. Pretendere l’autocertificazione di un’opinione è profondamente illiberale.
E qui torna anche Gianni Oliva, storico non certo nostalgico, autore di 45 milioni di antifascisti. Oliva ha ricordato il grande autoinganno nazionale: fino al 25 luglio l’Italia era piena di fascisti, dal giorno dopo tutti antifascisti. Non per improvvisa conversione morale, ma per opportunismo, rimozione, autoassoluzione. In un’intervista ha spiegato che l’Italia non ha mai davvero fatto i conti con il Ventennio e ha preferito raccontarsi la favola di un popolo interamente vittima del fascismo, quando invece il fascismo fu anche consenso, partecipazione, convenienza, carriera.
Ecco perché oggi “dichiararsi antifascisti” può diventare di una ignoranza pazzesca: perché scambia la storia con uno slogan, la coscienza con un modulo, la democrazia con una firma.
Essere democratici significa difendere libertà di pensiero, pluralismo, confronto, dissenso, legalità. Se per partecipare a una fiera del libro devo prima firmare una dichiarazione morale, non siamo più nella cultura: siamo alla portineria ideologica.
Quindi sì: oggi il punto non è “dichiararsi antifascisti”. Il punto è comportarsi da democratici. Perché uno può gridare “antifascismo” tutto il giorno e poi pretendere liste di proscrizione, esclusioni, moduli, firme, silenzi obbligatori e pensiero conforme.
E qui vale la pena ricordare un dettaglio che molti fingono di non conoscere: il Parlamento europeo, nella risoluzione del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, ha ricordato che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso “omicidi di massa, genocidi e deportazioni”, causando nel XX secolo perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità. Non lo dice un nostalgico da bar, lo dice l’Unione Europea nella sua Gazzetta Ufficiale. Quindi, prima di distribuire patentini morali, magari bisognerebbe almeno leggere le carte europee: perché la memoria, quando è a senso unico, non è memoria. È propaganda con il timbro.
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