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Fare memoria sul confine orientale: foibe, esodo Giuliano Dalmata stragi dei partigiani di TITO

 




Un’analisi critica tra fonti, numeri e contesto

Il tema del confine orientale italiano, delle foibe e delle violenze che colpirono le popolazioni dell’Istria, di Fiume e della Venezia Giulia tra il 1943 e il secondo dopoguerra rappresenta uno dei nodi più complessi e sensibili della storia europea del Novecento. È un terreno in cui memoria, politica e storiografia si intrecciano in modo spesso conflittuale, producendo narrazioni divergenti che rendono difficile una comprensione equilibrata degli eventi. Proprio per questo motivo, ogni tentativo di ricostruzione storica richiede un’estrema attenzione al metodo, alla pluralità delle fonti e alla distinzione tra analisi scientifica e interpretazione ideologica.

Negli ultimi anni si sono moltiplicati interventi che mirano a “fare chiarezza” sulle vicende del confine orientale, sostenendo la necessità di superare narrazioni ritenute semplificate o strumentali. Tali interventi pongono spesso l’accento sul contesto della violenza fascista precedente, sulle politiche di snazionalizzazione attuate dal regime italiano nei confronti delle popolazioni slave e sulle brutalità commesse dall’esercito e dalle autorità italiane durante la guerra. Questo quadro storico è reale, documentato e non può essere ignorato. Tuttavia, il problema sorge quando la contestualizzazione si trasforma in ridimensionamento selettivo di altri eventi, in particolare delle violenze perpetrate dai partigiani jugoslavi ai danni della popolazione italiana.

Uno degli aspetti più controversi riguarda l’uso stesso del termine “foibe”. In alcuni interventi si insiste sull’origine geografica e locale del termine, sostenendo che esso derivi dal nome di specifici luoghi o corsi d’acqua dell’Istria, e negando o minimizzando la sua derivazione dal latino fovea, termine che indica una cavità o una fossa. Dal punto di vista linguistico, questa impostazione è problematica. La continuità etimologica dal latino è ampiamente attestata negli studi di linguistica storica e nel lessico carsico, e il riferimento a luoghi specifici non invalida tale origine, ma al massimo ne rappresenta una declinazione locale. Insistere su una presunta origine esclusivamente geografica del termine non aggiunge elementi sostanziali alla comprensione storica del fenomeno, ma rischia piuttosto di spostare l’attenzione dal contenuto alla terminologia.

Ben più rilevante è la questione del numero delle vittime. Su questo punto si registra una delle maggiori divergenze tra le varie interpretazioni. Alcuni autori sostengono che le persone uccise e gettate nelle foibe istriane sarebbero state poche centinaia, basandosi principalmente sui dati relativi ai corpi recuperati nel dopoguerra da cavità specifiche. Secondo questa prospettiva, la cifra comunemente evocata di “migliaia di morti” sarebbe il frutto di una costruzione propagandistica successiva, priva di fondamento documentario.

Dal punto di vista del metodo storico, questa argomentazione presenta gravi limiti. I dati relativi ai recuperi di salme non possono essere assunti come indicativi del totale delle vittime. Molte cavità carsiche non furono mai esplorate, altre furono rese inaccessibili, o furono oggetto di esplosioni che ne compromettevano ulteriormente la possibilità di indagine. Inoltre, le foibe rappresentarono solo una delle modalità di eliminazione e occultamento dei corpi: numerose persone furono fucilate e sepolte in fosse comuni, deportate e morte nei campi di prigionia, oppure semplicemente scomparvero senza lasciare traccia.

La storiografia contemporanea più accreditata utilizza un approccio diverso, basato sull’incrocio di fonti eterogenee: registri anagrafici, elenchi di scomparsi, documentazione amministrativa, archivi militari, testimonianze dirette, fonti alleate e jugoslave. Questo metodo consente di delineare un quadro più ampio e più realistico, che non si limita ai corpi materialmente recuperati. Le stime che emergono da questi studi parlano di diverse migliaia di vittime, con una forbice che riflette l’inevitabile incertezza dei dati, ma che non può essere compressa artificialmente in poche centinaia di casi senza violare i criteri fondamentali della ricerca storica.

Un altro nodo centrale è rappresentato dagli arresti e dalle sparizioni avvenute in particolare a Trieste nella primavera del 1945, durante il periodo di occupazione jugoslava. È indubbio che una parte degli arrestati venne successivamente rilasciata. Tuttavia, utilizzare questo dato per ridimensionare l’intero fenomeno delle sparizioni costituisce un errore logico. Il rilascio di alcuni non implica la salvezza di tutti. Centinaia di persone non fecero ritorno e risultano documentate come scomparse. Il problema, ancora una volta, non è la contestualizzazione, ma l’uso selettivo delle informazioni, che porta a enfatizzare alcuni elementi a scapito di altri altrettanto documentati.

Particolare attenzione viene spesso riservata alla Foiba di Basovizza, divenuta nel tempo un luogo simbolo. Alcune ricostruzioni sottolineano che si tratterebbe di un ex pozzo minerario e che le ispezioni condotte nel dopoguerra avrebbero portato al rinvenimento di un numero limitato di resti umani, o addirittura di nessuno in occasione di interventi successivi. Da qui si deduce che il valore simbolico del luogo sarebbe sproporzionato rispetto alla realtà dei fatti.

Anche in questo caso, il problema risiede nell’interpretazione dei dati. Il fatto che un luogo non abbia restituito un numero elevato di resti umani non equivale a dimostrare che non sia stato utilizzato come sito di esecuzione o di occultamento dei corpi. Le ricerche furono spesso interrotte per ragioni politiche, logistiche o di sicurezza, e non possono essere considerate esaustive. Inoltre, decisioni giudiziarie successive, che archiviano esposti per “assenza di notizia di reato”, non costituiscono una valutazione storica, ma rispondono a criteri esclusivamente giuridici. Confondere i due piani significa attribuire a un atto amministrativo un valore che esso non possiede.

Un ulteriore elemento problematico è la tendenza a diluire il fenomeno delle foibe all’interno di una generica “tragedia della guerra”, presentandolo come una delle tante manifestazioni della violenza bellica che colpì indistintamente militari e civili. È indubbio che il contesto fosse quello di una guerra totale, segnata da brutalità diffuse e da violenze reciproche. Tuttavia, ridurre le foibe a un episodio indistinto di caos bellico significa ignorarne la specificità storica.

Le violenze del confine orientale non furono solo il risultato di scontri militari o di vendette spontanee. Esse si inserirono in un progetto politico più ampio, che mirava all’eliminazione fisica o all’allontanamento di una parte significativa della popolazione italiana, percepita come ostacolo alla costruzione del nuovo assetto statale jugoslavo. In questo senso, le foibe rappresentarono anche uno strumento di epurazione politica e nazionale. Questo dato non cancella le responsabilità precedenti del fascismo, ma aggiunge un ulteriore livello di complessità che non può essere ignorato senza impoverire la comprensione storica.

Un’analisi storica rigorosa deve quindi tenere insieme più piani: il contesto delle politiche di oppressione fascista, le dinamiche della guerra, le strategie dei movimenti partigiani jugoslavi e le conseguenze subite dalla popolazione civile italiana. Separare questi elementi o usarli in modo selettivo porta inevitabilmente a una narrazione distorta. La storia non è un tribunale morale, ma nemmeno un esercizio di relativizzazione infinita in cui ogni evento perde la propria specificità.

Particolare cautela deve essere adottata quando si afferma di basarsi esclusivamente su “fonti documentali ufficiali”. Nessuna fonte è neutra in sé. Ogni documento nasce in un contesto, risponde a finalità specifiche e riflette il punto di vista dell’istituzione o dell’individuo che lo ha prodotto. Il lavoro dello storico consiste proprio nel mettere in relazione fonti diverse, nel valutarne l’attendibilità, nel colmare i vuoti attraverso l’analisi comparata. Affidarsi a un numero limitato di documenti, per quanto ufficiali, e trarne conclusioni generali equivale a semplificare eccessivamente un quadro che è, per sua natura, frammentario e complesso.

Il rischio maggiore, in questi casi, è quello di trasformare la ricerca storica in uno strumento di intervento nel dibattito politico contemporaneo. Quando la storia viene utilizzata per “mettere fine” a una presunta propaganda altrui, senza interrogarsi criticamente sulle proprie categorie interpretative, si finisce per sostituire una narrazione ideologica con un’altra. Questo non favorisce la comprensione, ma alimenta nuove contrapposizioni.

Rivolgendosi in particolare alle giovani generazioni, è fondamentale trasmettere l’idea che la conoscenza storica non si costruisce attraverso semplificazioni o negazioni, ma mediante il confronto con la complessità. Studiare il confine orientale significa accettare che vi siano state vittime di nazionalità diverse, che le responsabilità siano distribuite su più livelli e che il dolore non possa essere gerarchizzato in base all’appartenenza nazionale o politica. Ma significa anche riconoscere che alcune violenze ebbero caratteri specifici e finalità precise, e che ignorarle o ridimensionarle non rende giustizia né alla storia né alle vittime.

In conclusione, un approccio serio al tema delle foibe e del confine orientale deve evitare due opposti speculari: da un lato la retorica nazionalista che trasforma questi eventi in un mito fondativo privo di contesto; dall’altro una lettura riduzionista che, in nome della contestualizzazione, finisce per negare o minimizzare la portata dei crimini commessi. Solo un equilibrio tra rigore metodologico, pluralità delle fonti e onestà intellettuale può consentire una comprensione autentica di una delle pagine più dolorose della storia europea del Novecento.


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