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Torino inaugura la sua prima statua dedicata a una donna: un tributo a Giulia di Barolo

 


Torino ama raccontarsi come città progressista, culla della cultura e dei diritti. Eppure i fatti smentiscono questa narrazione. Ne parla oggi Torino.Plus: per secoli lo spazio pubblico ha escluso completamente le donne: nessuna statua, nessun monumento permanente, nessun volto femminile a rappresentare la memoria collettiva. Solo uomini, sempre uomini. Come se le donne non avessero mai pensato, governato, educato, riformato, costruito nulla.

La statua dedicata a Giulia Colbert Falletti di Barolo, che verrà inaugurata nel gennaio 2026, arriva quindi non come un trionfo, ma come la riparazione tardiva di una rimozione storica. Un gesto necessario, certo, ma che mette in luce un ritardo culturale profondo e sistemico.

Lo stesso ritardo che emerge con forza nel mondo accademico. L’Università degli Studi di Torino, una delle più antiche d’Europa, ha avuto una rettrice donna solo nel 2025, dopo secoli di storia e decine di rettori uomini. Secoli. Un dato che da solo basterebbe a smontare qualsiasi retorica sull’uguaglianza già raggiunta. E se questo risultato arriva con enorme fatica, la situazione altrove è ancora più imbarazzante: il Politecnico di Torino, nonostante il suo prestigio internazionale e la sua vocazione all’innovazione, non ha mai avuto una donna alla guida. Mai.

Il confronto è inevitabile – e scomodo – con il Politecnico di Milano, che invece una rettrice l’ha avuta. Segno che il problema non è “il tempo”, né la mancanza di competenze femminili, ma una cultura del potere che continua a riprodursi al maschile, soprattutto nei luoghi simbolo del sapere e della rappresentanza.

In questo contesto, la statua di Giulia di Barolo assume un significato che va ben oltre l’omaggio individuale. È uno specchio puntato contro una città che per troppo tempo ha escluso le donne non solo dalle piazze, ma anche dalle posizioni decisionali, dai ruoli apicali, dalla narrazione ufficiale di sé.

Torino oggi celebra una donna, ma lo fa dopo secoli di silenzio, dopo università guidate quasi esclusivamente da uomini, dopo monumenti che raccontano una storia monca. Non è una festa: è una presa d’atto. E forse il primo passo, tardivo ma inevitabile, per smettere di confondere la tradizione con l’esclusione.

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