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Scuola di comunicazione della ricerca scientifica a Ronco Canavese raccontare la scienza è un'arte

Scuola Invernale di Comunicazione della Ricerca Scientifica del Parco Nazionale Gran Paradiso: tre giorni intensivi tra teatro, facilitazione e natura per imparare a tradurre i saperi complessi in parole che arrivano.

Foto: Caterina Ferrari 



C'è un momento preciso, in ogni conferenza scientifica, in cui l'attenzione del pubblico si dissolve. Non è colpa del tema — spesso affascinante — né della platea. È colpa di come viene raccontato. La comunicazione della scienza è ancora, troppo spesso, appannaggio del linguaggio tecnico, dello slide-reading, dell'asettico elenco di risultati. Eppure i dati, i grafici e le pubblicazioni su riviste indicizzate non bastano a costruire il ponte tra chi fa ricerca e chi dovrebbe beneficiarne.

È da questa consapevolezza che nasce — e si rafforza anno dopo anno — la Scuola Invernale di Comunicazione della Ricerca Scientifica, giunta nel marzo 2026 alla sua terza edizione. Organizzata dal Parco Nazionale Gran Paradiso in collaborazione con il MuSE – Museo delle Scienze di Trento, e con il supporto del Comune di Ronco Canavese e dell'Associazione BioMA, la Scuola si è tenuta dal 19 al 21 marzo 2026 nel Teatro Comunale di Ronco Canavese, piccolo borgo della Valle Soana immerso nell'area protetta più antica d'Italia.

Il titolo di questa edizione — L'arte di comunicare. Linguaggi e tecniche per il coinvolgimento e la facilitazione — non è solo uno slogan: è un programma. La comunicazione, si legge nel manifesto della Scuola, "utilizza tecniche e abilità diverse per essere efficace e lo diventa quando riesce a creare relazione, attivare l'ascolto e generare partecipazione". Una definizione che vale doppiamente quando il messaggio da trasmettere riguarda dati scientifici, azioni di conservazione della biodiversità o campagne di sostenibilità ambientale.

Senza intelligenza artificiale, con voce e corpo


Il primo degli obiettivi dichiarati è, in un'epoca di proliferazione degli strumenti digitali, quasi provocatorio: "mettersi in gioco in prima persona, senza l'aiuto di alcuna intelligenza artificiale, utilizzando voce, gesti e comunicazione non verbale per rendere il messaggio più efficace". In un panorama dominato da slide automatizzate, da sintesi generate da algoritmi e da presentazioni standardizzate, la Scuola sceglie di tornare all'essenziale: il corpo umano come primo strumento di comunicazione.

Il giovedì 19 marzo apre i lavori con il laboratorio di narrazione teatrale condotto da Claudio Tomaello, narratore teatrale di lungo corso che definisce se stesso "un libero cercatore" — qualcuno che cerca il senso delle cose attraverso le storie. Otto ore intense, divise tra fondamenti teorici e pratica sul palco, per esplorare le tecniche della narrazione orale: le differenze tra raccontare e spiegare, il ruolo delle emozioni e del corpo, la presenza scenica, la gestione dello spazio.

Tra gli esercizi più significativi, i partecipanti sono stati invitati a narrare una lezione universitaria che non avevano capito — a trasformare, cioè, il disorientamento in racconto. Un'operazione che ribalta la prospettiva del ricercatore: non più esperto che trasmette sapere, ma persona che ha vissuto il dubbio e ne ha fatto materia narrativa. Perché le storie funzionano proprio così: non perché spiegano, ma perché fanno sentire.

Facilitare il dialogo: la scienza come processo collettivo


Il cuore metodologico della seconda e terza giornata è stato affidato a Veronica Sommadossi, formatrice e operatrice di comunità con esperienza decennale in processi partecipativi, che opera attraverso lo Studio Tangram. Laureata in scienze politiche e specializzata nella gestione di reti di sviluppo locale, Sommadossi ha guidato i partecipanti per dodici ore lungo tre percorsi tematici complementari.

Il primo blocco, dedicato al quadro generale, ha affrontato la distinzione metodologica tra conduzione e facilitazione — due approcci che producono risultati profondamente diversi nei gruppi di lavoro. Il secondo ha esplorato come facilitare senza tecniche strutturate, lavorando sulla comunicazione stessa: scelta delle parole, ritmo del discorso, tipologia di domande, postura e linguaggio del corpo come strumenti quotidiani di mediazione.

Il terzo blocco ha infine introdotto tecniche strutturate — dalla condivisione incrementale ai metodi decisionali, fino a modalità partecipative come il world café — adattandole ai contesti propri di chi lavora in aree protette, centri di ricerca o istituzioni pubbliche. Perché comunicare la scienza non è mai un atto solitario: è quasi sempre un processo che coinvolge comunità, portatori di interesse, decisori. Saperlo facilitare è una competenza rara e preziosa.

Un teatro nel bosco, tra stambecchi e metafore


Non è secondaria la scelta del luogo. Ronco Canavese, nel cuore della Valle Soana, è un piccolo paese di pietra e silenzio, dove il Parco Nazionale Gran Paradiso esercita la sua protezione da oltre un secolo. Fare formazione sulla comunicazione della scienza in un'area protetta ha un senso che va al di là della cornice paesaggistica: chi lavora nella conservazione della natura sa bene quanto sia urgente il problema della traduzione del sapere scientifico in azione collettiva. La distanza tra i dati sullo stato degli ecosistemi e le scelte politiche e comportamentali dei cittadini è spesso enorme. Ridurla è, appunto, quasi un'arte.

Venti ore di formazione intensiva in formato residenziale — con la possibilità di alloggiare alla Locanda della Luna, immersa nel paese — hanno creato le condizioni per una comunità di pratica temporanea: ricercatori, dottorandi, operatori di musei e aree protette, professionisti di enti pubblici e privati, tutti impegnati a mettere in gioco non solo le conoscenze, ma anche la propria presenza e vulnerabilità comunicativa.

La Scuola si è chiusa con un dono al territorio: uno spettacolo teatrale aperto a tutto il pubblico, Mi abbatto e sono felice, il monologo eco-sostenibile, scritto e interpretato da Daniele Ronco, prodotto da Mulini ad Arte con la regia di Marco Cavicchioli. Uno spettacolo ironico e sorprendente — che restituisce alla comunità locale il valore della formazione avvenuta tra quelle mura — e che dimostra come la sostenibilità possa essere raccontata con leggerezza, senza perdere profondità.

Un modello replicabile


La terza edizione consecutiva conferma che la Scuola di Ronco Canavese non è un esperimento isolato, ma un modello formativo che risponde a un bisogno reale e crescente. Con un costo accessibile — 180 euro per i professionisti, 150 per gli studenti universitari, più la tessera associativa BioMA — e un numero massimo di venticinque partecipanti per garantire la qualità del lavoro, l'iniziativa dimostra che investire nella comunicazione non è un lusso aggiuntivo per chi fa ricerca, ma una competenza fondamentale.

In un momento storico in cui la fiducia nella scienza viene messa alla prova da disinformazione, da polarizzazione e da una comunicazione spesso frammentata e urlata, sapere come costruire relazione, attivare ascolto e generare partecipazione non è più un optional. È una responsabilità di ogni ricercatore, di ogni istituzione scientifica, di ogni area protetta che voglia davvero prendersi cura del mondo che studia. E a Ronco Canavese, tra le cime del Gran Paradiso, si continua — anno dopo anno — a imparare come farlo.

Info e iscrizioni: acqua.biodiversita@pngp.it | www.pngp.it

Per approfondire: sito web della  Scuola




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