lunedì 23 ottobre 2017

PERCHÈ LO IUS SOLI È UN BENE PER L'ITALIA

Sessantamila nuovi italiani ogni anno , oltre agli 800mila potenzialmente coinvolti – sempre che lo desiderino – all’eventuale entrata in vigore. Sono i numeri della Fondazione Moressa sulla platea di minori stranieri (nati in Italia da genitori che risiedono in Europa da tempo o nati all’estero e arrivati entro i 12 anni dopo aver concluso un ciclo di studi) interessati dall’introduzione dello ius soli, cioè dalla legge che riforma le procedure per acquistare (sì, la cittadinanza si acquista) la nazionalità italiana.

C’è poi lo ius culturae, che si rivolge ai bambini nati all’estero da genitori stranieri ma arrivati in Italia entro i 12 anni e che abbiano “frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale”. Se si tratta di scuole elementari occorre la promozione. 

La cittadinanza può essere concessa anche “allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età , ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale”.

Insomma, la cittadinanza non sarà in vendita nelle tabaccherie ma sarà concessa solo a fronte di percorsi e requisiti molto precisi, per certi versi perfino più stringenti di quelli in vigore. Visto che, per esempio, frequentare e concludere i cicli scolastici o avere uno dei due genitori beneficiari di permesso di soggiorno costituisce garanzia maggiore rispetto alla mera nascita e residenza continuativa per richiedere poi la nazionalità a 18 anni. Si passa insomma dalla quantità alla qualità. Sarebbe infine una benedizione per gli orrendi bilanci demografici nostrani costellati di incessanti fughe all’estero, bassa natalità e squilibri previdenziali.

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