sabato 1 luglio 2017

RUBA MERCE A VIAREGGIO PER 300 EURO ALL'OVS: E PARTE LA GOGNA DI GOOGLE

Continuiamo a ricevere messaggi di persone che si sentono lese nella propria privacy.

L'ultimo caso è accaduto a Viareggio, circa un anno fa: un tizio ruba profumi e capi di abbigliamento in un negozio di via S. Martino, e viene arrestato dai carabinieri del radiomobile. 
Non finisce in carcere, ma nulla vieta che la notizia compaia sui giornali online del paese con questo particolare. 
Poco importa che la persona in questione avesse avuto e abbia problemi di salute, e che probabilmente sarà completamente scagionato alla luce di prove. 

Tra l'altro la foto che vedete, accostata da alcuni giornali all'accaduto, è di repertorio in quanto la persona non è stata tratta agli arresti ed è dunque fuorviante.



I militari, che hanno fatto assolutamente il loro dovere, venivano allertati da una chiamata giunta al numero di emergenza 112 che segnalava dall'interno del negozio OVS un possibile furto in atto all’interno di un negozio sito in via San Martino.
Arrivati sul posto i Carabinieri facevano il loro dovere, prendendo contatto con i responsabili del negozio che avevano segnalato alcuni atteggiamenti sospetti da parte di un uomo che era più volte entrato ed uscito dal negozio, avendo però pagato alla cassa solo un articolo di abbigliamento. 
I militari decidevano allora di pedinare l’uomo scoprendo che lo stesso aveva accumulato fuori dal negozio merce di varia tipologia, tra cui profumi e capi di abbigliamento, per un valore complessivo di circa 300 euro.
L'uomo veniva quindi bloccato e condotto in caserma mentre tutta la refurtiva è stata recuperata e restituita al punto vendita.
Terminate le formalità di rito, l’uomo è stato trattenuto presso le camere di sicurezza ove ha atteso la celebrazione dell’udienza di convalida che ha avuto luogo nella giornata di ieri. A seguito dell’udienza l’arresto è stato convalidato e allo stesso sono stati concessi i termini a difesa.

A distanza di un anno da quel fatto, e avendo pagato i propri debiti alla giustizia per un furto di poco conto, questa persona continua a vedere il proprio nome (digitandolo su Google) accostato in prima pagina a dettagli molto precisi su nome, cognome, età, luogo di residenza. Manca solo il numero di scarpe e poi di questa persona si sa tutto. 

È giusto he una persona che ha sbagliato, e ha pagato il suo debito con la giustizia, venga per tutta la sua vita messa letteralmente alla gogna dal circo mediatico del web? Provate a pensare cosa accadrebbe se scrivendo su Google il vostor nome comparissero cose che avete commesso anni, decenni prima, delle quali avete pagato il prezzo della giustizia. Pare che su Web non sia concesso quello che invece è la vera motiviazione di una pena: scontare la pena e riportarsi sulla giusta carregiata, rialzarsi. 

Inoltre il problema è proprio Google: tra  l’Unione europea e Google c'è una guerra permanente. Si parte dalle accuse di elusione fiscale, a quelle di abuso di posizione dominante,

Celebre fu la sentenza della Corte di Giustizia europea (13 maggio 2014) sul “diritto all’oblìo”, che obbligò Google ad applicare le  regole sulla tutela della privacy dei cittadini

Purtroppo quella sentenza non viene applicata e non solo il gigante dell’economia digitale è ancora  più potente di prima ma si sarebbe  trasformato in un tribunale di fatto, che spesso rifiuta le  richieste di cancellare questa o quella informazione. 

La  capacità di Internet di ricordare e ritrovare  per sempre qualsiasi informazione su di noi, anche se sbagliata ed eventualmente calunniosa. è una vera e propria minaccia della reputazione prsona,e 

Ma torniamo un attimo inditro: la Corte di giustizia europea stabilità che tutti noi abbiamo  un “diritto all’oblìo, a essere dimenticati”, e che Google, soprattutto Google, deve rispettarlo. 

Tutto nacque attorno al motore di rierca da parte di un cittadino spagnolo che aveva chiesto la cancellazione di un link che lo collegava  ad una condanna di bancarotta da lui subìta anni prima. 

La Corte stabilì in quella circostanza che se un cittadino lo chiede, Google deve eliminare definitivamente dai risultati di riccera contenuti lesivi della sua reputazione. 

Tuttavia la cancellazione di notizie sgradite, calunniose o diffamanti sul nostro passato; fotografie che ci ritraggono in pose indecenti, insulti contro di noi sui social media, e così via è quasi impossibile. In una recente inchiesta il New York Times ha denunicato  che in questi due anni Google ha svolto il ruolo di un vero e proprio tribunale, esaminando 418.000 richieste di “oblìo e cancellazione”. Al ritmo di 572 al giorno. Ed è Google ad avere deciso, come un giudice, quali richieste approvare: meno della metà!

Google dunque  stabilisce, come se fosse un tribunale,  la legittimità delle richieste. Google è diventato il giudice di se stesso, con la tacita tolleranza di quelli che dovevano imporgli limiti e doveri: una gogna 2.0, insomma.  

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