lunedì 20 luglio 2015

ANTONIO FAGO: SALVARE IL PIANETA PER SALVARE NOI STESSI

Sempre più numerose sono le aziende che prestano attenzione ad uno sviluppo compatibile con l’ambiente che sia conforme ai requisiti ed alle normative ambientali vigenti. Un caso emblematico ed attualissimo è quello che ha visto (e vede) l’acciaieria Ilva di Taranto trovarsi continuamente sotto i riflettori. Ne abbiamo parlato con Antonio Fago, che per oltre trent'anni ha seguito il problema da vicino. 


Architettura industriale dell'Ilva Italsider - Shutterstock 



Partendo dalla lettura dell'ultima enciclica di Papa Francesco "Laudato si'" arriviamo con Antonio Fago a chiarire la situazione politico-amministrativa della città di Taranto: in Comune lei si presenta con tutte le più buone intenzioni e nell'ottica di miglioramento della situazione dell'economia complessiva della città, caratterizzata da un elevato tasso endemico di disoccupazione.

"Se non riusciamo a salvare la Terra non sappiamo cosa lasceremo ai nostri figli. L’enciclica di Papa Francesco dedicata alla Custodia del Creato è infatti un documento di portata planetaria, destinato ad esser studiato, discusso, ricordato con profonda attenzione: dai cambiamenti climatici alla scomparsa di biodiversità allo sfruttamento della Terra, allo spreco, ai rifiuti abbandonati a se stessi, a milioni di esseri umani deprivati di cibo ed acqua".

"Dobbiamo avere la capacità, la prevenzione e l'umiltà di non pensare al nostro benessere attuale ma costruire per un migliore benessere per i nostri figli. Approfittare del presente danneggia tutta la collettività compresi i nostri familiari. Chiamiamolo sentimento interiore, qualcosa che senti, una parte che tu puoi dare ad altri, ma che ritorna in bene anche a te stesso."

Per raggiungere questi obiettivi?

Fonte: Linkiesta
“Prioritario è l'atteggiamento da assumere nei confronti delle aziende (IP, Cementir, ecc.) che producono inquinamento nella città ed in particolare nei confronti della massima responsabile del degrado ambientale che è l’Ilva".

“Anni fa io ero tra i primi a dire che l'Italsider doveva scomparire. Perché? Perché non porta nessun beneficio alla città e neppure alla nazione perché i materiali oggi arrivano dall'estero e sono molto più convenienti di quelli che produciamo all'interno. Chiudendo la fabbrica gli attuali lavoratori non solo potrebbero lavorare per trent'anni nello smantellare e bonificare lo stabilimento, ma una volta che abbiamo il turnover, e i giovani sostituiranno coloro che andranno in pensione, ci sarà la possibilità di creare nuovo lavoro. Dove? Nell'industria manifatturiera. Taranto poi è ricca di risorse nell'agricoltura, nel mare, nel turismo, nella tradizione”.

“Vede, Taranto e il suo hinterland possiedono un patrimonio turistico di altissimo valore. Le bellezze paesaggistiche delle nostre coste, l'enorme patrimonio legato ai nostri beni culturali, le caratteristiche uniche dei nostri prodotti locali sono le premesse per una seria e perseguibile politica di sviluppo turistico finora asfittica e inconcludente per mancanza di idee e di programmazione”.

“E il turismo può diventare impresa, ma solo se si forniranno strumenti e infrastrutture che permettano la crescita di iniziative imprenditoriali che potenzino i porti turistici, gli aeroporti, la grande viabilità, compito questo che certo non spetta ai comuni e che richiedere grandi investimenti. Ma guardi, che sono investimenti che poi ritornano sul bene della collettività”.

In che modo?

“Innanzitutto iniziando a pensare che fabbrica e cittadino possono e devono convivere ma solo se le prime non continueranno a inquinare il territorio. Perché sono sempre stato uno dei fautori della chiusura dell'Ilva? Perché la lievitazione di malattie dell'apparato respiratorio e di tumori non è assolutamente barattabile o condizionabile da ricatti occupazionali. Mi spiego: è inconcepibile che le famiglie per ottenere lavoro si debbano ammalare. 

La logica del padrone delle ferriere, finora, è sempre stata l'idea che Taranto sia una colonia dove sia possibile arrivare, desertificare e fare profitti senza applicare la legge. Questa idea di "lavoro" deve finire, e il ruolo del Comune dovrà essere sempre più di vigilanza assumendosi le responsabilità, adeguandosi con strumenti tecnologicamente adatti, di realizzare un monitoraggio ambientale che tenga sotto controllo in maniera costante e continuativa l'ambiente. Deve cioè assumere un atteggiamento rigoroso nella verifica dei limiti delle emissioni nell'aria, nel terreno e nelle acque e soprattutto dovrà dotare l'Assessorato alla Qualità della via, che la FUD ritiene centrale fra gli altri assessorati, di tutta quella strumentazione tecnico-amministrativa capace di far fronte all'impegno della tutela dell’ambiente”.

Inquinare meno per vivere meglio - Shutterstock


Quale può diventare il ruolo del Comune di Taranto?

“La situazione è drammatica, ma il Comune di Taranto può e deve svolgere un ruolo di primo piano nello sviluppo economico e sociale della città: propulsivo dell’economia, di promozione ed individuazione di iniziative, di creazione delle condizioni strutturali per ridare credibilità e attirare investimenti.
Affinché il Comune possa svolgere tale ruolo è necessario che sussistano tre condizioni:
Autorevolezza della figura del sindaco e della sua amministrazione che dovrà basarsi sul consenso dei suoi concittadini
ricostruzione della macchina amministrativa e dell’apparato dirigenziale della struttura che dovrei essere capace di affrontare le nuove sfide del mondo delle imprese
la concertazione con gli altri enti sul territorio: Regione, Associazione degli industriali, Camera di Commercio, Autorità portuale, ecc. “

Nello specifico e nell'immediato cosa può essere fatto?

“La città non può sempre pagare da sola mettendo a disposizione fette del territorio senza un ritorno per i propri cittadini anche in termine di qualità della vita e della salute. In quest'ottica occorrerà disegnare un sistema di royalties che ogni impresa dovrà pagare alla città in misura corrispondente alla occupazione di territorio, alla potenzialità inquinante dell'azienda e alla capacità produttiva dell'azienda stessa”.

“Dunque dobbiamo orientare i nostri sforzi rivolgendoli alle grandi bonifiche: la fabbrica e il cittadino, dove possono convivere, non è detto che le fabbriche non possano farlo: devono farlo, per il bene di tutti. Bonifiche reali, come il ricambio dei filtri, il monitoraggio del territorio, il miglioramento della qualità del lavoro”.

“Se saremo in grado di fare questo avremo reso un ottimo servizio ai nostri figli. Avremmo fatto quello che fecero i nostri padri e nonni che nel dopoguerra con grande spirito di sacrificio riuscirono di fatto a ricostruire un'Italia completamente distrutta dai danni bellici, portandola a nuova vita a tutto vantaggio delle generazioni future”.

Per approfondire:

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