venerdì 13 giugno 2014

IL PROTEZIONISMO È UNA ARMA A DOPPIO TAGLIO: IL CASO SVIZZERO

Nel Canton Ticino in Svizzera, su Teleticino e Rsi, l’equivalente svizzero della Rai, fino a fine ottobre andrà in onda una controversa pubblicità contro le delocalizzazioni in Italia. Il messaggio lanciato nello spot è quello di “non annaffiare il giardino straniero, o perlomeno italiano”.

"INVESTIRE NEL GIARDINO DEL VICINO PUÒ ESSERE PERICOLOSO"


L’ iniziativa è stata ideata da varie associazioni professionali svizzere e punta il dito contro i “padroncini italiani”. Lo spot è in italiano, la lingua ufficiale del Canton Ticino, e mostra un uomo che dal suo giardino sta distrattamente annaffiando non il suo prato, ma quello del vicino che è ben più verde. Il messaggio implicito dello spot è che accanto a lui abita un italiano che ha un giardino più bello. “Ogni goccia che cade lontano, rende il vostro prato meno verde. Investire nel giardino del vicino può essere pericoloso”, si sente in questo spot che prende di mira gli italiani. A un certo punto l’uomo viene colpito da una pallonata in faccia che lo stende. Il video finisce con queste parole: “Nutriamo il nostro territorio, lavoriamo con imprese locali”.

Ad aver ideato lo spot sono l’Associazione interprofessionale di controllo, la Società svizzera impresari costruttori Sezione Ticino, l’Unione Associazioni dell’Edilizia e la Camera di commercio, dell’industria, dell’artigianato e dei servizi del Cantone Ticino.

Ne ha parlato con toni accesi il Fatto Quotidiano.

Tuttavia la Svizzera non può dimenticare che un tessuto sociale come l'Italia (dove solo in Piemonte coesistono oltre 60.000 realtà di impresa, spesso multinazionali) si scontra con appena 6000 imprese  locali. La svizzera è il regno del protezionismo? Non siamo noi a giudicare, ma un articolo pubblicato su Swissinfo.ch non lascia dubbi: "La Svizzera regno del protezionismo"


Abbiamo rivolto la questione a Walter Caputo, economista.  

Il recente spot svizzero, che invita a privilegiare le aziende locali con l'ashtag #primainostri, (http://www.primainostri.ch) sta facendo molto discutere. Certo, le “aziende locali” potrebbero anche non essere svizzere, ma italiane ad esempio; tuttavia il primo istinto è pensare che la Svizzera stia attuando una politica protezionistica. Protezionismo significa limitare al minimo le importazioni (al limite eliminarle) ed agevolare al massimo le esportazioni.
Una politica protezionistica può essere sorretta da una serie di motivazioni economiche, fra le quali proteggere le imprese nazionali dalla concorrenza straniera, salvaguardare l’occupazione ed evitare che i debiti dello Stato verso l’estero crescano. Sono noti, nella letteratura economica, anche gli svantaggi del protezionismo. Gli altri paesi possono non essere d’accordo con una politica che danneggi le loro esportazioni, quindi potrebbero adottare strategie di ritorsione. Inoltre il paese che intende “chiudersi” al commercio internazionale potrebbe non essere in grado di farlo a causa della carenza di alcune materie prime, oppure per mancanza di know-how di produzione.

Tuttavia c’è un elemento contro il protezionismo dai più ignorato. L’economista liberista Pascal Salin, in “Liberismo, libertà, democrazia” (Di Renzo Editore 2008) evidenzia che la volontà di un determinato governo di chiudere le frontiere commerciali limita la libertà dei singoli individui di esercitare la pratica del commercio. Egli scrive testualmente: “La storia ci insegna che non ha senso obbligare i popoli a sviluppare rapporti commerciali, perché un aspetto fondamentale della libertà degli individui è quello di agire, di contrattare, di scambiarsi beni, merci”. La libertà va tutelata: se i cittadini vogliono commerciare con l’estero devono essere lasciati liberi di farlo. Se non intendono sviluppare rapporti commerciali con l’estero, non li si deve obbligare.

Spesso invece le cose vanno nella direzione opposta. Se un governo intende proteggere un’industria nascente, stabilisce e impone dazi doganali o contingenti all’importazione. Addirittura un governo può essere capace di mantenere in vita un’azienda ormai decotta contro l’opinione di tutti coloro che ritengono sia il caso di smettere di sperperare denaro pubblico per entità commerciali senza futuro. In tali casi si ignora il concetto di specializzazione. Se un Paese non è in grado di produrre determinati beni o servizi, vorrà dire che li acquisterà da altri e si specializzerà in ciò che sa fare meglio e a costi bassi.

Talvolta un governo può imporre determinati comportamenti in maniera più sottile. Ad esempio, come sta succedendo in Svizzera, potrebbe utilizzare una strategia di persuasione, per convincere i cittadini svizzeri a rivolgersi innanzitutto ad aziende svizzere. Oppure se un governo ritiene che le aziende vendano troppo poco all’estero, può incentivarle fiscalmente affinché le esportazioni crescano. Anche questa azione non rispetta la libertà dei singoli cittadini.

È molto sentito dalle persone il rischio che l’Europa soccomba di fronte alla concorrenza dei Paesi Emergenti. In maniera analoga si può pensare alla concorrenza fra aziende italiane ed aziende svizzere. Secondo Pascal Salin occorre innanzitutto introdurre un nuovo concetto di concorrenza. Non quella classica di aziende concorrenti in quanto producono lo stesso tipo di bene o di servizio, ma concorrenza in senso più ampio, nel senso che tutte le aziende “concorrono” per disporre di una parte del reddito degli stessi consumatori.

In questa ottica, i consumatori sono una massa indistinta (non si può più distinguere l'italiano dallo svizzero) e lo stesso vale per le imprese. La torta è una sola e tutti ne desiderano una fetta. Allora occorre superare i nazionalismi e pensare in maniera sovranazionale o globale: il mercato deve essere accessibile a tutti e le regole devono essere le stesse, a prescindere dalla nazionalità degli imprenditori.

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