sabato 9 febbraio 2013

TIMESPACE: INCUBATORE DI STARTUP DEL NEW YORK TIMES

Hai un progetto nel mondo dei media in cerca di sviluppo? 
Il quotidiano Usa potrebbe volerti nella sua redazione per inventare il futuro del giornalismo
di Philip Di Salvo

New York Times Building, NYC
Il New York Times Building, progettato da Renzo Piano - Foto di  Bosc d'Anjou

Le startup che si occupano di media hanno un nuovo punto di riferimento. Il New York Times, infatti, ha appena lanciato il suo incubatore, timeSpace. Il progetto prevede quattro mesi di lavoro presso la sede del giornale a Manhattan durante i quali gli startupper potranno sedersi al fianco dello staff del quotidiano più prestigioso del mondo, presentando versioni demo dei loro prodotti a professionisti del settore nel loro ambiente di lavoro per valutarne l’impatto e possibili miglioramenti.

Come ha comunicato lo stesso New York Times, l’incubatore nasce con l’idea di raccogliere input e buone idee per un settore, quello dell’editoria periodica e del giornalismo, in profonda crisi. L’accelerazione tecnologica e digitale degli ultimi anni, in particolare, ha riscritto il futuro dell’informazione. Per rispondere a queste sollecitazioni e “continuare a raccogliere e distribuire notizie di alta qualità”, il New York Times apre le sue porte agli innovatori. Sul sito del progetto timeSpace, il quotidiano conferma che non cercherà alcun guadagno dalle imprese che deciderà di incubare: l’iniziativa, infatti, è la classica situazione win-win dove gli startupper possono beneficiare del contatto diretto con uno dei media outlet più importanti del pianeta, mentre il quotidiano potrebbe trovarsi improvvisamente un’ottima idea di business direttamente in casa.

Le sfide che minacciano lo stesso futuro del giornalismo e dell’informazione per come li conosciamo sono sempre più stringenti: l’ultima copia cartacea di Newsweek, per esempio, è andata in stampa lo scorso dicembre e d’ora in avanti il settimanale esisterà solo in versione digitale. La rivista aveva perso quasi tre milioni di copie dal 2003 al 2010. Anche in Rete, d’altro canto, la situazione non è rosea. The Daily, il magazine per iPad pensato da Rupert Murdoch come soluzione alla fuga in Internet dei lettori dei quotidiani, ha a sua volta chiuso i battenti il 15 di dicembre dopo appena due anni di vita. Tutti gli editori periodici sono alla costante ricerca della formula magica in grado di generare profitti sensibili dai click sulle loro propaggini Web. Con la pubblicità che nel Web non paga a sufficienza, o non lo fa quanto la cara vecchia carta stampata, soluzioni a pagamento come i paywall (abbonamenti digitali per la fruizione dei siti Internet dei giornali) sono iniziative sempre più frequenti oltreoceano come in Europa. Ormai 11 dei 20 maggiori quotidiani americani fa pagare i contenuti dei suoi siti Web e nel 2012, per la prima volta, gli abbonati del Wall Street Journal che leggono il giornale su smartphone e tablet hanno superato in numero quelli che tutte le mattine si sporcano le mani di inchiostro andando in edicola.

Che l'unica soluzione ai problemi del giornalismo e del suo irrisolto rapporto con la Rete siano i paywall e i device mobili è però un assunto tutto da dimostrare, mentre alcuni dati, al contrario, lasciano poco spazio alle interpretazioni: lo stesso New York Times ha annunciato perdite dell’85% rispetto all’anno scorso e un calo nella pubblicità cartacea di circa il 10%. Numeri simili vengono registrati in Germania e in Spagna, dove il quotidiano El Pais ha tagliato sensibilmente il proprio staff. Il caso di Pubblico in Italia, chiuso dopo pochissimi mesi di attività poi, è più che emblematico per rappresentare la fragilità di questo settore.

Il futuro dell’informazione tradizionale nell’era digitale in forma di business model, insomma, deve ancora essere inventato, testato e implementato. Il New York Times apre le sue porte alle startup nella speranza di instaurare un dialogo con menti brillanti che conoscono la Rete, i social media e sanno come muoversi in un contesto, quello digitale, tradizionalmente ibrido e imprevedibile. E magari, fare propria l’idea che finanzierà il futuro del giornalismo. timeSpace si rivolge a startup che sono in un early stage e con un prodotto lanciato. Le ipotesi vagliate sono mobile, social, video, pubblicità o la molto americana “candidati e dicci perché lavorare insieme per quattro mesi potrebbe essere utile a entrambi”. Il bando si rivolge ai team di New York o a chiunque fosse disposto a passare quattro mesi nella Grande Mela. Le candidature si possono inoltrare fino al 19 febbraio direttamente sul sito di timeSpace. Dalle tre alle cinque startup saranno selezionate e potranno varcare la porta di vetro del 620 dell’Ottava strada. E trovarsi una scrivania al New York Times. 



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