mercoledì 29 agosto 2012

ACQUA: EVITARE GLI SPRECHI SI PUÒ

Il 70-80% delle risorse idriche utilizzate dall’uomo è impiegato per l’irrigazione agricola: per produrre un chilo di grano sono necessari 500 litri di acqua

E la crescente domanda di acqua è strettamente legata al continuo incremento della produzione alimentare e all’inquinamento idrico, che rende enormi volumi di acqua inadatti anche agli usi industriali. 

Tuttavia il modo per ridurre la nostra “impronta idrica” c’è, a partire dalla riduzione dei volumi di acqua dolce sottratta al ciclo naturale. 

Siamo oggi sulla Terra 7 miliardi.  Se continuiamo con questi ritmi di crescita, nel 2050 sul nostro pianeta vivranno 9 miliardi di persone. 

Per dissetarle, e nutrirle, occorrerà anche il 70% in più delle risorse idriche attualmente utilizzate. Ma l’acqua scarseggia già ora, come ricorda il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), redatto in collaborazione con l’Istituto internazionale di gestione dell’acqua (Iwmi): “Attualmente 1,6 miliardi di persone vivono in condizioni di reale scarsità d’acqua, e il numero potrebbe presto salire a 2 miliardi se continuiamo così. 

Con le stesse tecniche agricole, la crescente urbanizzazione e le nostre abitudini alimentari, il fabbisogno d’acqua per l’agricoltura in termini di evapotraspirazione aumenterebbe dai 7.130 chilometri cubici attuali al 70-90% in più per nutrire 9 miliardi di persone entro il 2050″. 

Globalmente, gli esseri umani utilizzano il 54% di tutta l’acqua dolce accessibile, di cui il 70-80% viene utilizzato per l’irrigazione (fonte: UNESCO-WWAP 2003; UNESCO, 2009). 

Ciononostante oltre 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e metà della popolazione mondiale vive in paesi in cui il livello delle falde acquifere si sta abbassando e gli acquiferi sono in esaurimento. Ai problemi di carenza idrica locale e regionale si aggiunge l’inquinamento idrico che rende enormi volumi di acqua inadatti anche agli usi industriali. 

Ogni giorno, 2 milioni di tonnellate di rifiuti umani sono riversati nei corsi d’acqua e, nei paesi in via di sviluppo, fino al 70% delle acque reflue industriali viene smaltita, senza trattamenti, direttamente nel mare e nei fiumi. Ad oggi il 41% della popolazione mondiale vive in ambienti caratterizzati da “stress idrico severo” che indica l’assenza di acqua sufficiente a soddisfare i bisogni agricoli, industriali e domestici (fonte: World Resources Institute, 2000). 

Secondo le proiezioni della FAO, si prevede che, entro il 2025, questa percentuale arrivi a rappresentare due terzi della popolazione mondiale. Per quantificare l’impatto dell’agricoltura sui consumi idrici, basti pensare che ci vogliono 500 litri di acqua per ricavare un chilo di grano, 450 per una pannocchia di mais, 70 per produrre una sola mela (dati Unesco IHE). “Il settore agricolo è quindi chiamato a una sfida senza precedenti nella storia dell’umanità e l’innovazione, che include i fertilizzanti, gioca un ruolo decisivo poiché rappresenta l’unica possibilità per ottimizzare la produzione in modo sostenibile, riducendo gli sprechi. 

I fertilizzanti in particolare, reintegrando i terreni delle loro sostanze nutritive, contribuiscono a produrre alimenti senza la necessità di ampliare l’estensione delle terre coltivabili, con un risparmio idrico notevole in termini di irrigazione” afferma Francesco Caterini, presidente di Assofertilizzanti. 


Ma c’è anche un’altra strada per ridurre i consumi idrici. Mutti, che produce concentrato, passata e polpa di pomodoro, è la prima azienda in Italia, e tra le poche al mondo, ad aver calcolato i consumi di acqua della propria produzione, dalla coltivazione del pomodoro al prodotto finito, avvalendosi del supporto scientifico del WWF e del Dipartimento per l’Innovazione dei sistemi Biologici, Agroalimentari e Forestali dell’Università della Tuscia (Viterbo). “Mutti rappresenta un caso virtuoso essendo una delle prime aziende al mondo a quantificare, con la metodologia ufficiale del Water Footprint Network, un target di riduzione concreto, misurabile e sfidante” – dichiara Stuart Orr, responsabile Freshwater del WWF Internazionale – “Si tratta di un progetto innovativo che ha permesso di identificare soluzioni a maggiore efficienza, coinvolgendo attivamente la filiera agricola in percorsi virtuosi per l’ambiente”. Questo progetto sperimentale si basa su un effettivo calcolo dell’impronta idrica dell’intera filiera, ha preso in esame la quantità di acqua immagazzinata in ogni prodotto. 

Dato che l’83% dell’impronta idrica dell’azienda è dovuta alla coltivazione del pomodoro, è agli agricoltori che Mutti rivolge maggiormente la sua attenzione, con una campagna di sensibilizzazione e di supporto per razionalizzare l’uso delle risorse idriche impiegate per la coltivazione. Mutti si è impegnata ad agire per ridurre le due principali componenti dell’impronta idrica, quella blu relativa ai volumi di acqua dolce sottratta al ciclo naturale per scopi agricoli o industriali, e quella grigia relativa ai volumi di acqua inquinata. 


Fonte: Planet Inspired



Postato da Marco Grappeggia 

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