mercoledì 11 luglio 2012

INNOVARE PER COMPETERE

"Sono di Villa Santa Maria, un paese della provincia di Chieti conosciuto in Italia e nel mondo per i suoi famosi chef. Io, però, in cucina non sono particolarmente bravo e, nella vita, ho preferito seguire un'altra strada: sono professore di Economia alla Fordham University di New York, dove assolvo anche al ruolo di direttore del programma di dottorato. Poi, nel tempo libero, dirigo la sezione di economia dell'Accademia delle Scienze di New York e faccio il consulente delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e di varie istituzioni e multinazionali." Sono parole di Dominick Salvatore (che risalgono al 2006), la cui carriera, in un certo senso, iniziò nel lontano 1956, quando emigrò negli Stati Uniti.

Il suo testo Verso un'economia globale, pubblicato da Di Renzo Editore nel 2006 è una breve e interessante esposizione divulgativa del concetto di globalizzazione. Oggi, più che mai, ha senso parlare di globalizzazione in quanto i discorsi che ascoltiamo quotidianamente sono pieni di termini quali "rischio contagio", debito pubblico insostenibile, crisi dell'euro, fondi salvastati e simili.

Ricaviamo quindi dal glossario a fondo testo questa definizione di globalizzazione: "fenomeno, accentuatosi alla fine degli anni Novanta del XX secolo, di graduale diffusione (e relativa omologazione) su scala mondiale di modelli economici, finanziari e culturali, accentuato dalla disponibilità di mezzi di comunicazione sempre più rapidi ed efficienti e da una interconnessione sempre più articolata (con una notevole velocità di collegamento) dei sistemi informativi (in particolare delle reti telematiche e informatiche)." (tutte le parti virgolettate in questo articolo sono tratte dal testo sopra citato).

Dominick Salvatore evidenzia la portata rivoluzionaria della globalizzazione: nel giro di un paio di decenni (soprattutto nel periodo compreso tra il 1980 e il 2000) le aziende, che guardavano le imprese concorrenti nella propria regione, si sono trovate a fronteggiare, su scala nazionale, concorrenti molto più efficienti ed anche molto più numerosi. Il mondo "si è allargato" in un tempo molto breve; come confronto la rivoluzione industriale è avvenuta nel corso di un secolo, quindi il suo impatto è più diluito rispetto a quello della globalizzazione.

"Le grandi multinazionali hanno giocato un ruolo cruciale nel processo di globalizzazione. Si tratta di aziende guidate da team internazionali di manager, che possono permettersi strutture deputate alla ricerca e alla produzione disseminate in vari paesi, che utilizzano parti e componenti ottenuti al prezzo più conveniente sul mercato, che vendono i loro prodotti in tutto il mondo e che sono azionisti e investitori in imprese e progetti privi di confini geografici o nazionali". La logica su cui si basano tali società è il reperimento di fonti di produzione all'estero, in termini tecnici si tratta di outsourcing. Tale scelta, tuttavia, non è motivata da un ulteriore incremento dei profitti, "bensì è una semplice necessità per restare competitivi. Le aziende che non cercano all'estero contributi a basso costo perdono di competitività sul mercato mondiale e anche sul mercato nazionale".

Le aziende devono quindi integrare il proprio processo produttivo aggregando elementi localizzati in paesi diversi, al fine di beneficiare della riduzione dei costi unitari dovuta alle economie di scala internazionale. Solo in questo modo possono mantenersi al passo rispetto ai concorrenti. Non esistono altri modelli di sviluppo alternativi. Il protezionismo "non ha funzionato in passato e di certo non funzionerà in futuro".

Fra i costi da ridurre sono compresi quelli relativi al lavoro: così, come la produzione, anche il mercato del lavoro diventa globalizzato e le aziende, al fine di mantenere il proprio livello di competitività, sono costrette a cercare manodopera a basso costo nei paesi in via di sviluppo. Naturalmente i lavoratori dei paesi più avanzati non sono molto d'accordo nel sentirsi dire che costano troppo, ma - d'altronde - neanche i governi possono far nulla per limitare questa tendenza. Infatti, se cercassero di proteggere il proprio mercato, non farebbero altro che spingere le aziende a trasferirsi completamente in altri paesi.

Come si fa ad incrementare la competitività senza necessariamente passare per un taglio dei costi? Utilizzando in maniera diffusa le tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Le cosiddette I.C.T. consentono infatti un innalzamento della produttività (cioè della produzione per ora o per lavoratore). Un aumento della produttività permette anche un incremento dei salari e ciò porta necessariamente ad un miglioramento del tenore di vita. L'Italia è piuttosto indietro nell'introduzione di tali nuove tecnologie (ad esempio rispetto agli Stati Uniti) e il problema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, che costituiscono gran parte del tessuto imprenditoriale del nostro Paese. Recentemente è stato scritto un testo proprio per sensibilizzare le piccole imprese e gli artigiani all'impiego di Internet nei loro processi produttivi.

Nel libro di Dominick Salvatore troverete tanto altro, il tutto condensato in sole 74 pagine (compreso il glossario), quindi buona lettura sotto l'ombrellone !!!!






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